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di Gianni Lannes
Gli idrocarburi ormai galleggiano nelle falde acquifere unitamente a veleni cancerogeni. Lo Stato tricolore non tutela la salute della popolazione, come impone la Costituzione. Dalle sorgenti sgorgano come già denunciato anni fa, veleni industriali e perfino radioattivi reiniettati dai tecnici del cane a sei zampe, perché dei rifiuti non si butta via niente. Il danno rimane tutto in loco a mò di regalo per i dormienti autoctoni. E comunque, meglio tardi che mai. Nella delibera della giunta regionale numero 322 del 15 aprile 2017 si legge:
“… l’eventuale contaminazione del fiume Agri potrebbe determinare l’inquinamento dell’invaso del Pertusillo… tale lago artificiale risponde ad un uso plurimo delle risorse idriche, quali lo sfruttamento dell’energia idroelettrica, l’irrigazione di oltre 35 mila ettari di terreni tra Basilicata e Puglia e la produzione di acqua potabile”.

Chi c’è ancora a capo dell’Ispra che dovrebbe controllare l’ENI, addirittura Bernardo De Berardinis, condannato in via definitiva per la strage di 309 persone a L’Aquila, il 6 aprile 2009. L’Arpab dopo 19 anni di omissioni, compromissioni, reticenze ed omertà, solo adesso inizia a fare il suo minimo dovere. Soluzione affaristica all’italiana: controllore e controllato sono pappa a ciccia.

L’ENI è un comprovato pericolo per l’ambiente e per la salute umana, alla stregua dell’associazione a delinquere dei politicanti italidioti venduti al peggior offerente. I danni ambientali e sanitari risalgono alla fine degli anni ’60 fino ai giorni nostri:  proprio in Lucania l’ENI ha fabbricato combustibili nucleari per la centrale di Borgo Sabotino. Trisaia docet.
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