LA CROAZIA AFFONDA L’ADRIATICO

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di Gianni Lannes

Solo per far cassa: addio Adriatico. Nel 2016 il nuovo governo croato aveva annunciato una moratoria, ma in realtà Zagabria ha messo all’asta 29 settori di fondale adriatico, fra i mille e i 1.600 chilometri quadrati l’uno, di cui otto nel Golfo di Venezia. Secondo il governo croato, sotto i 12 mila chilometri quadrati di mare ci sono 3 miliardi di barili, divisi appunto in 29 concessioni. Ovviamente di mezzo c’è anche l’Eni, ma soprattutto le ignorate e gravi ripercussioni ambientali. Ecco quanto si legge oggi sul sito del ministero dell’ambiente italiano:
«Proponente: Ministero dell’Economia della Repubblica di Croazia. Settore di pianificazione: Energia.Descrizione: Piano e Programma Quadro per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi nelle acque croate del Mare Adriatico. La ricerca prevede rilievi sismici 2D e 3D e la perforazione esplorativa per un periodo massimo di 5 anni. La produzione di idrocarburi è prevista per un periodo massimo di 30 anni. Le attività di ricerca e produzione si svolgeranno all’interno di 29 blocchi (aree): 8 blocchi nell’Adriatico settentrionale, 16 blocchi nell’Adriatico centrale e 5 blocchi nell’Adriatico meridionale. La superficie di ciascun blocco varia dai 1000 ai 1600 km2».
Ben tre blocchi – Srj 18, Srj19, Srj24 –in vendita da Zagabria sono quelli attorno all’isola di Pelagosa, vicina alle Isole Tremiti, ma soprattutto al Gargano. Era un’isola italiana la cui esistenza fu dimenticata da Roma e nella disattenzione italiana venne jugoslavizzata nel ’47. Oggi si chiama Palagruža e da lì le compagnie potranno trivellare in tutta la loro croata sicurezza, vicino a Pianosa e ad appena 30 chilometri dalle scogliere di Peschici e Vieste. Gli esperti parlano della possibilità di raddoppiare la produzione italiana di idrocarburi (petrolio e metano) entro il 2020. Si tratta dei giacimenti in Adriatico sia vicino all’isola di Pelagosa, sia al largo di Chioggia (dove giacciono 16 giacimenti, non ancora messi in produzione, per un totale di circa 30 miliardi di metri cubi di gas).  

Sono interessate multinazionali di mezzo mondo, comprese l’ExxonMobil, la Shell e anche l’Eni che, a un passo dal confine fra le due acque, condivide la piattaforma “Ivana” della croata “Ina” (compagnia oggetto di inchieste per tangenti, la cui maggioranza è stata messa in vendita dal governo di Zagabria, mentre socio di minoranza è l’ungherese Mol).  

nota del ministero dell’Ambiente italiano
La ricerca e l’estrazione di idrocarburi può causare terremoti (sismicità indotta) come peraltro è scritto a chiare lettere nel documento del ministero dell’Ambiente italiano. E’ proprio stamani è stataregistrata sulla costa garganica (lago di Varano) una scossa di magnitudo 4, mentre due giorni FA un’altra scossa si è verificata ad appena 2 chilometri di profondità nel medesimo territorio. Così pure, il 28 e il 31 luglio scorso al largo delle Tremiti.

L’Arcipelago di Pelagosa è composto da due isole: Pelagosa Grande e Pelagosa Piccola, nonché dei limitrofi isolotti minori. Una volta era sotto sovranità italiana (insieme alle isole di Lagosta e Cazza, provincia di Zara) dalla fine della Prima guerra mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale (1918-1947). Con il Trattato di pace, è stata ceduta alla Croazia, che le ha dato il nome di Palagruza. Pelagosa, salvo una breve occupazione austriaca, è stata per secoli territorio del Regno di Napoli e ancor prima della Repubblica di Venezia. Pelagosa è comunque più vicina alla costa italiana (Gargano) che a quella croata (Dalmazia), ed è ancor più vicina all’isola italiana di Pianosa, la più esterna delle Isole Tremiti. L’isola fa ora parte del «blocco 19»: 1.448 chilometri quadrati di Adriatico indicati su una mappa preparata dal governo di Zagabria. Una vasta zona d’acqua marina che, insieme ad altre 28 che coprono in pratica gran parte dell’Adriatico, poco più di un mese fa, sono stati messi a gara dall’amministrazione croata per la ricerca e lo sviluppo di idrocarburi. 
Qual è il problema? I giacimenti individuati rientrano nelle acque territoriali italiane e croate. La Croazia, con la recente apertura all’esplorazione petrolifera del suo settore di Adriatico, ha mostrato la volontà di procedere velocemente per attirare investimenti stranieri. In tempi rapidi, il governo croato ha infatti modificato la legge sull’esplorazione di idrocarburi, rendendola più attraente e redditizia per gli investitori stranieri; inoltre, questa attività è stata dichiarata strategica per la nazione. 

Considerando l’estensione dei 29 “blocchi” in cui vengono concesse le licenze, la durata delle stesse (fino a 30 anni) le centinaia di pozzi che verranno trivellati, si può ben immaginare cosa significherà tutto questo per l’Adriatico che impiega un secolo per ripulire appena le sue acque superificiali. Senza contare qualche incidente grave fuori programma e la subsidenza. Questa è la modernizzazione? Le fonti fossili? Politiche vecchie di un secolo a cui si aggiunge il degrado ambientale irreversibile. E l’Italia che fa? Di peggio: ha dato il via libera alla Spectrum. 
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