BRIGANTI? QUEI RIBELLI DEL SUD

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di Gianni Lannes
Una guerra alla miseria che provocò stragi di massa ed esodi biblici nelle Americhe. 120 mila militari dell’esercito sabaudo e leggi speciali dello staterello, sostenuto dalla massoneria inglese che aveva foraggiato quel ladro di Garibaldi e tutta la sua campagna connotata dall’inganno. Infatti, la promessa di distribuire la terra ai contadini non era stata mantenuta e da Torino piombarono nuove tasse e massacri. Fu una rivolta sociale, ma la propaganda ufficiale la chiamò spregiativamente “brigantaggio”. Tutta la verità occultata deve ancora emergere, nonostante i segreti di Stato dopo più di un secolo e mezzo.

Uno storico equilibrato come Lucio Villari ha scritto (La Repubblica, 6 luglio 2002): «Noi italiani abbiamo avuto, al termine delle guerre risorgimentali, una sorte di guerra civile durissima, esplosa dal 1861 al 1865 in campagne e villaggi della Basilicata, Campania, Abruzzo, Calabria, Puglie… Fu una guerra con più vittime di tutte le guerre di indipendenza; provocò leggi speciali, arresti di massa, distruzione di centri abitati, repressioni e fucilazioni».
 

Sono questi i retroscena unitari che faranno scrivere a Antonio Gramsci nella sua polemica sul Risorgimento: «Lo stato italiano ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
Benedetto Croce a metà degli anni ’60 ha vergato pagine indelebili (Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1966, pagine 337-339): «Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa. non ha campo, non ha vigna, non ha orto, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal preste al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune e dello stato.. Il contadino non conosce pan di grano, né vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta (farro), segale, omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che li dà la terra matrigna a chi l’ama».
Il regno d’Italia nasce dal compromesso e viene propagandato ancora oggi con voce suadente delle sirene della mistificazione storica. Il Risorgimento non fu movimento di massa, come si insegna ancora nelle scuole pubbliche, ma di élites esigue. Garibaldi aveva fatto credere al popolo che la fine del casato borbonico avrebbe portato un sistema migliore e la giustizia sociale, ma non era accaduto nulla di tutto questo. Le promesse e le sbandierate riforme erano volate via nel vento, presto dimenticate. E’ un dato inconfutabile: invece di essere distribuita ai contadini, come si vagheggiava per sanare la piaga del latifondo, la terra era finita nelle mani della borghesia liberale sostenuta dal governo. Non solo: nel perseguire il pareggio di bilancio (raggiunto nel 1876) si accentuò la pressione fiscale introducendo l’odiosa tassa sul pane e sul sale che fece lievitare subito il malcontento, sfociato nella ribellione. Il sistema economico settentrionale, in men che non si dica aveva poi spazzato via ogni embrione di sviluppo industriale del Mezzogiorno, mettendo fuori mercato i manufatti e infliggendo un colpo durissimo al tessuto produttivo. Un altro colpo insostenibile per la struttura social-familiare fu poi l‘estensione del servizio di leva obbligatorio: un istituto sconosciuto sotto i Borbone, che disgregava dalle ardici la concezione familiar-produttiva, poiché i giovani erano forza-lavoro nei campi e risorsa per il mantenimento de vecchi.
Con la legge speciale Pica dall’agosto 1863 si adottarono misure repressive fin ad allora inaudite nel meridione venne inviato un esercito di occupazione agli ordini del generale Pallavicini di Priola, con pieni poteri militari e legge marziale. Nel 1870 finiva il brigantaggio e iniziava l’ancora irrisolta (ai giorni nostri) questione meridionale. Oggi il governo tricolore che fa? Regala 10 miliardi di euro (denaqro pubblico) per salvare 3 banche (inclusa Mps).

Post scriptum

Ecco cosa ho scovato tempo fa in un archivio di Stato:

Lucera, 12 febbraio 1862: dal comandante della guardia nazionale colonnello Pietro Fumel:

“Io sottoscitto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati… Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati… E’ proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà consdierato come complicedei briganti”.

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