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Quando, nel 2014,  si insediò alla guida della Federal Reserve, a quattro anni dall’inizio dell’era di Barack Obama alla Casa Bianca, Janet Yellen trovò che il lavoro sporco era già stato fatto da Bernspan, al secolo Benjamin Bernanke, un democratico malgrè soi, almeno da quando i democratici erano tornati alla guida della più potente nazione del mondo, con i tassi a zero e negativi in termini reali e un Quantitative Easing da paura e che aveva fatto seguito alla più grande operazione di ripulitura, a spese del sistema della Riserva Federale, dei bilanci delle banche operanti negli USA dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata, il tutto a fronte di un’economia che oramai stava riprendendo e di un’inflazione che stava iniziando a rialzare la testa e anche il tasso di disoccupazione aveva decisamente abbandonato le due cifre per spingersi decisamente verso quel tasso sostanzialmente frizionale che ha toccato di recente con il 4,6 per cento.
Economista di professione e laureata a Yale, la Yellen è stata a capo dei consulenti economici di Bill  Clinton, ma per lunghi anni inserita nel sistema dei Governatori del sistema delle banche della Riserva Federale di cui è diventata vice presidente su nomina di Barack Obama, carica mantenuta per quattro anni prima di prendere il posto di Bernspan e divenire la prima donna alla guida della Fed, occasione nella quale fece intendere chiaramente che la festa dei tassi a zero e della liquidità sovrabbondante era definitivamente finita.
Dopo un primo mini aumento nel dicembre del 2015, quando la campagna elettorale più lunga della storia degli Stati Uniti d’America era già iniziata (ma nulla faceva presagire la facile corsa di Donald Trump alle primarie repubblicane né, tantomeno, la vittoria abbastanza decisa alle presidenziali dello scorso novembre), la Yellen e il Federal Open Market Committee da lei presieduto hanno morso il freno, per dare poi, a elezioni avvenute e Trump oramai presidente eletto, un secondo colpo di freno sempre di un quarto di punto, ma preannunciandone una sfilza e, stavolta, a cadenza quasi mensile e non più annuale.
D’altra parte, era stato proprio il candidato eletto ad accusare la Yellen per la sua inerzia volta, almeno a suo dire ma non proprio senza fondamento, a favorire il candidato democratico, Hillary Clinton, perché i tre aumenti dei tassi promessi per il 2016 avrebbero potuto fa sgonfiare le varie bolle speculative concatenate che hanno comunque il loro epicentro nel rutilante e variegato mondo della finanza più o meno strutturati e rischiato di far esplodere una nuova questione dei mutui residenziali indicizzati più grave di quella del 2007 perché i sedici milioni circa di nuovi occupati sono di qualità reddituale molto inferiori alla composizione media della forza lavoro statunitense agli albori della prima fase della Tempesta Perfetta!
Con due anni quasi pieni di mandato di fronte a sé, la Yellen può davvero portare il tasso sui Fed Funds a livelli compresi tra il 3,5 e il 3,75 per cento con conseguenze facilmente prevedibili sul dollaro nei confronti delle principali valute dell’orbe terraqueo, euro in testa e conseguenze disastrose sulla già disastrata bilancia commerciale statunitense, mentre su quella dei pagamenti molto dipenderà dalle ritorsioni di Cina, Giappone e altri Stati forti detentori di TBonds alle misure protezionistiche preannunciate dal presidente eletto un giorno sì e l’altro pure.

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