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di Gianni Lannes

Un luogo è uno spazio vissuto: un ambito territoriale e al contempo metaforico. Se è condiviso, un luogo è dunque comune. Le conoscenze collettive, i patrimoni comunitari di spazi, risorse, conoscenze e consuetudini non sono né proprietà privata né pubblica, ma collettivamente appartengono a coloro che abitano un luogo. Proprio tali risorse sono a rischio di estinzione: liquidate, espropriate, privatizzate, addirittura brevettate, dichiarate fuori legge, espulse dalla terra e dalla storia. Luoghi comuni sono gli spazi materiali, giuridici e simbolici delle comunità, sono gli usi civici e i saperi condivisi. I luoghi comuni sono per natura indisponibili, inalienabili, imprescrittibili, non privatizzabili, insomma ineludibili.

Allora, pensa globalmente e mangia localmente. Localizzazione vuol dire spostare l’attività economica nelle mani di piccole e medie imprese, invece di concentrarla in un numero ristretto di multinazionali. Localizzazione vuol dire accorciare il più possibile la distanza fra produttori e consumatori. Il cibo globale è nocivo, è costoso sotto il profilo ecologico, economico e sociale. Un sistema alimentare locale significa prodotti freschi, coltivati in poderi vicini, venduti nei mercati in piazza e in piccoli negozi locali indipendenti. Altro che grande distribuzione, incoraggiata e favorita dalla casta parassitaria dei politicanti nullafacenti. Nella filiera corta i chilometri alimentari, ovvero la distanza che il cibo percorre dalla terra al piatto sono relativamente pochi, il che riduce di parecchio i combustibili fossili e il conseguente inquinamento. Le economie rurali traggono beneficio dai sistemi alimentari locali, dal momento che la maggior parte del denaro speso dalla gente per mangiare va al contadino, non a remote società speculative finanziarie.
 

Attualmente viene imposto in tutto il mondo un unico modello “educativo”, eliminando le conoscenze e abilità di cui la gente ha bisogno per vivere delle proprie risorse, nei loro luoghi sulla Terra. Dobbiamo dire la verità sul commercio e sul modo con cui si misura il progresso, e dobbiamo descrivere i vantaggi ecologici, sociali, psicologici ed economici dell’opera di localizzazione e decentramento dell’economia. Oggi i prezzi li detta il mercato, temperando la domanda con l’offerta, oppure li gonfia la pubblicità o la moda; ma i prezzi si potrebbero costruire anche in modo efficacemente alternativo. Non si può consegnare la nostra salute nelle mani di organizzazioni finanziarie che hanno come unico scopo il massimo profitto economico e sono irresponsabili nei confronti della gente e della natura, perché rispondono solo ai loro azionisti e solo dei profitti, non dei modi come li ottengono a scapito della vita. Siamo prigionieri della tecnologia alimentare ma esistono praticabili vie di liberazione. Il tabù della rivoluzione ecologica è l’alimentazione industriale. Il pane di ieri è buono domani.

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