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Ho dedicato diverse puntate del Diario della crisi finanziaria alle mosse effettuate e presunte del sistema della Riserva Federale statunitense, spiegando perché, dopo una partenza della fase di rialzi dei tassi nel dicembre del 2015, nulla sia accaduto per dodici mesi, sino al rialzo dello scorso dicembre e di come tutto questo sia oramai alle spalle con una serie di mosse annunciate che potrebbero anche superare le tre previste per il 2017 e le altrettante strette alla “corda del boia” annunciate per il 2018 che è anche l’anno in cui scade il mandato di Janet Yellen presidente della Fed molto invisa all’ormai prossimo e molto esuberante presidente degli Stati Uniti d’America (la Yellen ha già reso noto di non aver la minima intenzione di lasciare in anticipo la carica).
Non ho la pretesa di essere un Fed Watcher, semmai sono stato per alcuni anni un Buba Watcher, anche se sono stato tra i pochi ad affermare che nessun aumento dei tassi sarebbe avvenuto negli USA prima delle elezioni presidenziali e che l’alternativa possibile era tra dicembre e gennaio, propendendo per la prima in caso di vittoria di Donald Trump, vittoria che dall’estate ho iniziato e ritenere più probabile, come peraltro la Brexit, di quanto facessero altri osservatori e analisti, molti dei quali hanno previsto la stretta in tutti i mesi da febbraio allo stesso mese delle elezioni, cosa che avrebbe significato uno sgarbo istituzionale senza precedenti.
Ma il problema del trend rialzista della Federal Reserve sta nel fatto che difficilmente le prossime mosse replicheranno movimenti all’insù di quartini di punto, anche perché nel trend ribassista si agì, come ricorderemo i lettori di questo blog nella prima fase della Tempesta perfetta, anche perché l’orizzonte prospettico è compreso tra i 3,50 e i 3,75 punti, rendendo credibili mosse di mezzo punto se non di 75 basis point, una prospettiva da brivido contenuta nei comunicati ufficiali e nelle minute del Beige Book più recente e che dovrebbero avere effetti sui cambi molto più vistosi di quelli che si sono segnalati nelle settimane scorse.
E qui veniamo al punto: cosa faranno Draghi, il Governatore della Bank of Japan, del suo omologo della Bank of China e il povero timoniere della Bank of England che ancora deve raggiungere il pavimento dei tassi a zero? Poco o nulla nell’immediato, legati come sono a programmi stellari di Quantitative Easing a loro volta legati a tassi a zero o prossimi a tale valore e i cambi stanno scontando la previsione di ulteriori disastri nei deficit gemelli a stelle e strisce, quello commerciale e quello dello Stato federale, staremo comunque a vedere, anche perché i numeri uno delle banche centrali ci hanno abituato a repentini mutamenti di fronte che non dovrebbero però avere luogo prima dell’inizio dell’anno prossimo.
Vedo comunque a rischio, per motivi diversi tra loro, il cross EUR/USD e quello GBP/USD, mentre per quelli del dollaro con le valute asiatiche molto dipenderà dalla politica commerciale degli Stati Uniti nei confronti dei due giganti di questa area e delle eventuali ritorsioni sui TBonds di cui Cina e Giappone possiedono qualcosa di più di 2 mila miliardi di dollari!

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