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Esaurita la parte che riguarda quelle che alcuni economisti hanno definito asimmetrie strutturali, in buona parte legate alla non individuazione di un sistema monetario internazionale basato su ancoraggi relativamente certi, quali regole per fare sì che sia scoraggiato sia avere un disavanzo nelle partite correnti strutturalmente in deficit, sia avere per lunghi o lunghissimi periodi una situazione opposta, il tutto ampliato da un mercato dei cambi non trasparente né governato da regole certe.
Veniamo allora al secondo aspetto, in realtà si tratta di due, che costituì, insieme al primo, il cuore della mia premessa sulle vere cause dell’insorgere della Tempesta Perfetta nella seconda metà del 2007 contenuta nel mio già citato intervento al Convegno organizzato dalla UIL, ed è rappresentato da quel profondo e a tratti violento processo di deregolamentazione che toccò profondamente quel coacervo di soggetti ed entità che, con una semplificazione molto giornalistica, definiamo mercato finanziario, sia a livello nazionale che a quello globale, un processo iniziato esattamente a metà degli anni Settanta, ma che vide il suo clou proprio dieci anni dopo quando si verificò il cosiddetto Big Bang della finanza statunitense che, grazie all’incipiente globalizzazione, si trasmise ai mercati finanziari di tutto il pianeta, anche se, per fortuna, rimasero alcuni e provvidenziali paletti nel mercato finanziario europeo.
Per onestà intellettuale, devo dire che la barriera che separava, dall’introduzione del più famoso provvedimento legislativo in materia di credito e finanza che, in un passato oramai remoto, cercò di trarre insegnamento dalla lezione del crollo di Wall Street nell’ottobre del 1929, non rappresentò una diga granitica tra le attività delle banche d’investimento e quelle delle banche commerciali negli Stati Uniti d’America, anche perché troppe furono le influenze e le pressioni sul legislatore esercitate dal potentissimo mondo della finanza che, seppur ammaccato dal grande crollo e dalla conseguente grande depressione, riuscì ad impedire che la delimitazione fosse improntata a quello, che a loro dire, sarebbe stato un approccio manicheo.
E’ tuttavia certo che le possibilità di azione delle Commercial Banks dopo il Big Bank crebbero a dismisura, anche se restavano quelle “fastidiose” regole di separatezza che le costrinsero a costituire specifiche Divisioni abilitate ad operare sui mercati finanziari, le cosiddette CIB,  che avrebbero dovuto operare con un ampio margine di autonomia rispetto alla banca di cui pur facevano parte, qualcosa che ricorda un po’ l’istituto del Blind Trust cui devono ricorrere coloro che si trovano a ricoprire alcune importanti cariche pubbliche per allontanare da sé ogni ombra di possibile conflitto di interessi.
Non voglio guastare la sorpresa al lettore, ma mi corre l’obbligo di dire che questa deregolamentazione, che qualcuno, e io con lui o lei, ha definito selvaggia, non ha assolutamente impedito che le due parti costitutive delle banche di ogni ordine e dimensione dialogassero fittamente tra di loro e che gli stessi fenomeni della finanziarizzazione e della cartolarizzazione di tutto il csrtolsrizzabile non si sarebbero mai verificati se gli uomini e le donne preposti alle attività di Corporate and Investment Banking non avessero avuto una conoscenza approfondita dell’attivo della banca che li ospitava.
Così come, almeno con un certo grado di approssimazione, è vero anche l’inverso, con l’importante osservazione che comunque persiste un’asimmetria informativa dovuta la fatto che, quando un pacchetto di mutui residenziali o di crediti al consumo, piuttosto che quelli legati all’acquisto dell’automobile finiva nelle mani dell’apprendista stregone di turno operante nelle grandi fabbriche prodotto delle CIB, solo lui e Dio sapevano che cosa avrebbe “montato” in un prodotto più o meno sofisticato che quasi invariabilmente avrebbe ottenuto il massimo rating possibile, quella tripla A indispensabile perché potesse essere acquistato anche dai Fondi Pensione e da tutti quegli altri soggetti che hanno nei loro statuti una limitazione similare, ma qui entriamo in un capitolo molto delicato e riguardante lo strano modus operandi delle agenzie di rating, una delle quali, Standard and Poor’s ha già pagato una multa molto salata, mentre un’altra, Moody’s, è in trepidante attesa che il Dipartimento della Giustizia a stelle e strisce decida l’entità della sanzione che la riguarda, ma di tutto questo mi occuperò nelle puntate successive.
Tutto questo non accadde la mattina dopo il Big Bang ed è possibile dire che ci vollero mesi, se non addirittura anni, perché la macchina fosse oliata a dovere e in grado di funzionare, anche se è certo che, nei venti anni che trascorrono dal 1985 alla fine del 2005 (già nel 2006 accaddero delle cose molto interessanti, in particolare nella potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs e nella molto globale banca svizzera denominata UBS, quella che nel pieno della crisi finanziaria lanciò la sfortunata campagna pubblicitaria che recitava una specie di nuovo logo che diceva UBS YOU and US), il meccanismo iniziò ad andare a tutto regime, anche grazie agli innesti nelle CIB delle grandi banche commerciali statunitensi, e non solo, di un vero e proprio esercito di persone provenienti dalle Investment Banks, quelle Big Five statunitensi che, grazie alle riforme successive allo scoppio della Tempesta Perfetta furono costrette a cambiare pelle, a fronte di molto lauti stipendi che queste persone cercarono di meritare spingendo con forza sull’acceleratore, incuranti dei rischi a cui la CIB e la banca detentrice della stessa andavano incontro.
Ma qui è necessario introdurre almeno tre nuovi elementi, cosa che farò nella prossima puntata di questa serie, mentre avverto i lettori che le puntate di questa serie verranno pubblicate, d’ora in poi, il sabato e resteranno in testa al blog fino al lunedì successivo compreso, così come colgo l’occasione per ringraziarli per il successo che questa serie sta avendo. (continua)

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