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Lo scontro sull’aumento di capitale del Monte dei Paschi all’interno del Consiglio di Vigilanza della Banca Centrale Europea è solo l’ultimo episodio di un conflitto che vede la Bundesbank e il manipolo di banche centrali dei paesi del Nord Europa all’attacco di Mario Draghi che a dicembre ha tirato dritto annunciando altri nove mesi di Quantitative Easing, seppure al ritmo ridotto di 60 miliardi di euro al mese, mentre, nello stesso mese, i prezzi al consumo in Europa hanno registrato un balzo non seguito appieno dall’Italia che ha registrato un variazione dell’indice negativo per lo 0,1 per cento, un evento che non si ripeteva dal 1959, l’anno che ha preceduto il più grande boom dell’economia italiana.

Ripubblico oggi la puntata del 7 novembre dell’anno di disgrazia 2016, sperando di fare cosa gradita ai lettori che non l’avessero letta e assicurandovi che su questo delicatissimo argomento ne vedremo delle belle!

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Sono settimane, se non mesi, che sul Diario della crisi finanziaria do conto delle mosse sempre più minacciose dell’entourage di Jens Weidmann, un burocrate legato a doppio filo ad Angela Merkel e Wolfgang Schauble e da questi spedito anni orsono sulla tolda di comando della un tempo autorevole e temuta Bundesbank e, quindi, di diritto membro del Consiglio della Banca Centrale Europea, un ruolo soggetto a quella regola di rotazione cui devono sottostare tutti i Governatori delle banche centrali dei paesi dell’area euro e non mitigata neppure da una vice presidenza che di solito non si nega a nessuno, un ruolo che gli sta sempre più stretto e che lo spinge ad attaccare con tutti i mezzi, leciti e meno, l’autorevolissimo presidente della Banca Centrale Europea, un’istituzione che raccolse nelle sue mani dopo il periodo regolamentare di presidenza del francese Jean Claude Trichet, a sua volta subentrato all’ex presidente della Banca Centrale Olandese.

Tre nomine fatte in ossequio alla regola non scritta che vuole il posto di numero uno della BCE affidato all’esponente di un paese membro della area dell’euro che ne abbia anche auspicabilmente le competenze, scelta che non dovrebbe mai pescare la Germania che in quel di Francoforte ne ospita la sede in un grattacielo iper moderno, peraltro a poca distanza da quei due grattacieli gemelli contornati da grattacieli più bassi che ospitano la sede globale di quel colosso creditizio dai piedi di argilla che è la molto chiacchierata Deutsche Bank.

Non bastasse il mai contento Weidmann, ci si sono messi giovedì i cosiddetti Cinque Saggi tedeschi che hanno presentato il loro rapporto alla presenza della Cancelliera di Ferro, Angela Merkel, del sempre arcigno ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schauble e di Weidmann, appunto, e ha  sparato alzo zero nei confronti dell’attuale politica monetaria della BCE e del suo massimo rappresentante, reo di stare portando sul lastrico le banche tedesche di ogni ordine e grado, come se le stesse, a partire da Deutsche e Commerzbank, per scendere “pe li rami” delle un po’ traballanti landesbanken e sparkassen di cui è disseminato il vasto territorio tedesco non avessero fatto il grosso del lavoro per conto loro e ben prima che Super Mario, direttamente dalle macerie di Wall Street dove aveva guidato la task force incaricata di riscrivere le regole della finanza più o meno strutturata, approdasse quasi per acclamazione all’incarico più alto dell’istituto basato a Francoforte e come se tutto quello che Draghi aveva detto qualche giorno fa di fronte ad un molto ostile Bundestag, sua prima visita dall’insediamento nel grattacielo di Francoforte avvenuto nel 2011, fosse passato come acqua sul vetro!
Ma quale è la novità che Super Mario dovrebbe annunciare a dicembre di questo anno di disgrazia 2016: non solo e non tanto il prolungamento del super Quantitative Easing dalla scadenza prevista nel marzo del 2017 al novembre dello stesso anno, a botte di 80 o forse di 60 miliardi al mese, ma che nel ripartire gli acquisti di titoli sovrani non si dovrebbe tener più conto soltanto del peso economico dei paesi dell’area euro, quanto di altri fattori che spiegherà meglio in quella sede per poi rinviare a un comunicato ufficiale che dettaglierà meglio la ratio degli interventi; detto in soldoni, la Germania potrà scordarsi quegli acquisti massicci che hanno mandato i rendimenti di un Bund sempre più introvabile in territorio negativo, e che hanno consentito, nel solo 2015, risparmi per ben 28 miliardi di euro, cosa che peraltro il mercato sta già scontando nel limare i prezzi del decennale tedesco che ora presenta, dopo diversi mesi di yield negativi, nuovamente rendimenti positivi, seppur sempre su livelli molto, ma molto modesti.

Ma il rapporto dei Saggi dice qualcosa di più e ancor più grave, almeno nel resoconto che ne fa il Bravo Maurizio Ricci de La Repubblica, ed è dato dalla tesi che l’eurozona starebbe molto meglio senza la presenza dell’Italia, un Paese che la Commissione di Bruxelles non riesce a ricondurre ad una maggiore disciplina come dimostrato (sic) dall’ultima Legge di Bilancio i cui saldi, lo ricordo ai lettori più distratti, prevedono un deficit/PIL del 2,3 per cento contro un desiderio della Commissione posto al 2,2 per cento, ma comunque ben dentro il 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht, il tutto mentre Francia, Spagna, Portogallo e altri paesi membri dell’Eurozona quel limite del 3 per cento lo valicano allegramente!

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