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di Gianni Lannes

In una frase: estinzione di un territorio decretata a tavolino da un governo di ineletti, eversori dell’ordine costituzionale. Addio all’ identità mediterranea nelle diverse declinazioni italiane: un altro angolo rischia di andarsene per sempre, a causa della miopia politica e dell’ingordigia dilagante. Adesso, l’unico suono là fuori è il tintinnio di alcune schegge di calcare modellate dal vento che ne colpiscono altre semisepolte dalla terra rossa. Il sole è sorto da una manciata di ore, ma il calore già pulsa nell’aria, mentre lo sconfinato cielo azzurro abbaglia il mio sguardo prima dell’immersione. All’altezza degli occhi una striscia di mare di un blu compatto, eppure in lento movimento, cinge metà dell’orizzonte. Lì, sott’acqua si materializza l’arte della natura, che ha plasmato la materia grezza e amorfa modellandola in forme geometriche, come geometrica è la membrana che racchiude il protoplasma vivente, come geometriche sono le formazioni cristalline o i segni matematici dell’infinito. Lì, a una manciata di metri sul fondale, in quel meraviglioso capolavoro sottomarino, è racchiusa la legge della simmetria, dell’ordine che non può regnare in un mondo disumano senza vita, senz’anima, senza spirito, senza etica. Lì, in fondo, giacciono sublimi pagine di storia dimenticate; ma invece di recuperarle per beneficiarne le persone e le generazioni future, saranno distrutte per mero tornaconto economico, mentre i funzionari addetti al controllo e i politicanti telecomandati dall’estero, approvano a tutto spiano. E’ mafia istituzionale o cos’altro? Come mai lo stesso progetto del 1997, autorizzato nel 1999 dal mistero dell’industria sotto Bersani durante il governo D’Alema, ma poi bocciato a duplice livello ministeriale, nonché dalla Regione Puglia nel 2000 e nel 2005, nel 2015 è stato valutato posivamente dai ministri Galletti e Franceschini? E per quale ragione il governatore Emiliano non ha revocato la delibera 1361 del 5 giugno 2015, a firma del predecessore Vendola? Misteri del piddì a stelle e strisce?


Tra due mondi, dove Oriente e Occidente si fondono nel Mediterraneo, proprio dove riposano alcune radici italiche, esattamente dove si condensano le epoche umane, dalla preistoria alle impronte federiciane fino a noi, ora lo Stato tricolore e quello del Kuwait a cui l’Italia vende armi in cambio di petrodollari, tramite l’Energas dei Menale, vuole a tutti i costi impiantare un gigantesco deposito di gas a petrolio liquefatto, insomma, una bomba ad orologeria da 60.200 metri cubi, con annessa movimentazione di navi gasiere in un porto insicuro a rischio crollo, già solcato da numerosi pescherecci e barche da diporto, nonché ferrocisterne ed autobotti di gpl che lambiranno la base dei cacciabombardieri nucleari F-35 per stazionare nella città di Foggia. Inoltre, un deposito simile esiste già a Brindisi. Allora, perché distruggere una bellezza primordiale?
Un affare a rischio di incidente rilevante, in un territorio ad elevato rischio sismico (zona 2) nonché idrogeologico, che di strategico ha soltanto la criminale speculazione: 10 chilometri di gasdotto, di cui 5 in mare per spianare le praterie di Posidonia, ed altri 5 sulle terraferma a violentare la terra, mettere a rischio gli esseri viventi, distruggere il paesaggio, disintegrare l’archeologia, imbavagliare la storia e annichilire la geografia. Il progresso energetico punta sulle fonti rinnovabili non su quelle fossili in via di esaurimento. Peraltro, alla Daunia, lo Stato e le multinazionali Edison ed Eni hano rubato miliardi di metri cubi di gas, e continuano a rapinarlo. Infatti, sono attive più di una dozzina di autorizzazioni della Regione Puglia, gran parte delle quali rilasciate dal sedicente ecologista Nichi Vendola, e mai annullate in almeno autotutela dal successore Michele Emiliano. Nella Daunia sono operative due centrali turbogas abusive.

Nel 1223 un terremoto rase al suolo Siponto. E così Manfredi, figlio prediletto di Federico II di Svevia, fece edificare l’attuale Manfredonia.
Per dirla con lo stupor mundi: “Se il signore avesse conosciuto questa Piana di Foggia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui”.  
 

Una crescita economica infinita del pil non può realizzarsi su un pianeta finito. Se si sfrutta troppo il territorio, si contamina l’acqua, si manomette il clima, di fatto si rapinano le prossime generazioni del diritto all’esistenza. Il progresso di un belpaese si misura dal rispetto di tutti gli esseri viventi e dalla salvaguardia reale dell’ambiente. Dall’educazione dei bambini e dalla giustizia sociale dipende la qualità del futuro.

riferimenti:

Gianni Lannes, La montagna profanata, Edizioni del Rosone, Foggia, 2015.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/11/la-montagna-del-sole.html 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/11/in-puglia-i-primi-cacciabombardieri.html 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=DAUNIA 

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