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di Sabino Acquaviva*

Questo libro è diverso. Infatti, di cosa si tratta? Di una denuncia? Del racconto di uno scempio con nomi e cognomi dei responsabili? Dell’attenta analisi della storia di un monumento? Di uno strumento che consenta di capire come l’ignoranza, l’indifferenza, gli interessi possano condurre alla distruzione di una realtà che fa parte del patrimonio dell’umanità? Di una implacabile critica di una maniera di fare politica? Di una testimonianza, come osserva Gianni Lannes, «dell’inflessibile volere del partito trasversale degli affari legati al mattone che distrugge con ferocia disinvoltura e cinico metodo ogni testimonianza dell’antichità?». Di tutto questo ed altro si tratta. Il presente è uno dei pochi libri scritti con il coraggio e l’onestà di chi vuole denunciare un delitto corale. Sì, perché questo non è il racconto della distruzione di un monumento ad opera di un singolo individuo. Allo scempio hanno partecipato istituzioni, individui, singoli, imprese di ogni tipo, persino molti di quanti sarebbero destinati a tutelarlo. Si capisce chiaramente che quanto è accaduto (e accade) è l’espressione di una cultura che ha devastato l’Italia e che, anche se parzialmente in declino, continua ad essere pericolosa e va tenuta sotto controllo. La devastazione subita dal Gargano nei decenni che stanno alle nostre spalle ci deve insegnare a vigilare. E vigilare significa anche condividere le battaglie dell’autore di questo libro, descrivere lo scempio, la sua storia, elevare la colonna infame che consenta di ricordare per sempre i barbari che hanno distrutto, spianato, ricostruito, sventrato, snaturato.
Come ha osservato Silvio Ferri (eravamo nel 1977), «il Gargano è uno scrigno prezioso che la speculazione ha già in parte inquinato. Speculazione, torbida, ignorante e inutile in quanto effimera». Ma è uno scrigno da difendere giorno dopo giorno, anche se oggi, finalmente, abbiamo una legge ed un Parco che dovrebbero tutelarlo. Dico dovrebbero perché i tentativi di continuare l’opera di distruzione sono continui e molto pericolosi. Questo libro è un invito ad amare il Gargano e difenderlo. Ma la storia di monte Tabor, descritta in maniera eccellente, diventa per tutti noi il simbolo drammatico di una vicenda dolorosa che riguarda appunto i siti archeologici, l’arte e la natura della Montagna del Sole. Ricordo ancora, e ricorderò finché avrò vita, le dure battaglie condotte per riuscire ad ottenere gli strumenti necessari per salvaguardare il Gargano. 
Ora questi strumenti ci sono, il Parco è nato, ma noi sappiamo che ogni legge, per essere viva, operante, attiva, deve essere vissuta da uomini e donne, in questo caso uomini e donne che amano il Gargano e lo abitano. Il mio compito è terminato quando è stata approvata la legge che ha istituito il Parco, dopo una dura battaglia durata diciotto anni. A quel punto ho passato il testimone ad altri, appunto a quanti vivono sul Gargano, spesso vi sono nati, lo amano, e per cultura, perizia e competenza tecnica sono in grado di continuarne la difesa. Anche scrivendo, anche attraverso libri come questo capaci di cambiare poco a poco il clima culturale, di dare vita a una filosofia e a una cultura della natura, dell’arte, della memoria del passato della Montagna del Sole.
Devo dire che dalla prima volta che sono andato sul Gargano, più di cinquant’anni or sono, molto è cambiato. Allora la nostra battaglia era vista come l’opera di due o tre visionari in un deserto culturale impressionante. Oggi, quanti si battono sul Gargano e per il Gargano, sono legione. Questo libro coraggioso è anche, per molti versi, il risultato di una trasformazione che ha coinvolto molti abitanti della Montagna del Sole. Lannes dimostra anche che non siamo pochi e non siamo più soli, che un numero crescente di persone lotta e lotterà contro il partito trasversale del mattone, sempre presente, sempre in agguato, ma meno pericoloso di un tempo. E mi auguro che questa mia riflessione non sia soltanto il prodotto di un inguaribile ottimismo.
*già ordinario di Sociologia all’Università degli studi di Padova
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