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di Gianni Lannes
A tutto gas, ma carta canta. Se non c’è un brodo di coltura certi scempi sarebbero irrealizzabili. Così nel 1998 invece di deindustrializzare, il primo cittadino dell‘epoca coadiuvato da altri volenterosi, ha sostituito una consonante per ottenere la reindustralizzazione (il fallimentare contratto d’area di Prodi). 

Nel 2014 il comune di Manfredonia ha espresso un parere positivo allo stupro territoriale. Ecco nel post scriptum un documento inviato a Roma. Il sindaco pro tempore Angelo Riccardi, già assessore nella giunta Prencipe che mutò la destinazione urbanistica dell’area da martoriare, adesso ci ha ripensato? Ma come è possibile avviare un procedimento senza esibire i requisiti fondamentali e tentare di occultare gli atti compromettenti?

In uno Stato di diritto conta la legalità, soprattutto istituzionale, incluso l’operato della magistratura amministrativa (Tar e Consiglio di Stato). Ora, tutte le autorità a parole, incluso pure qualche onorevole del piddì e qualche ex sindaco, o meglio all’unisono ovvero soltanto a chiacchiere dicono di essere contro il folle progetto Energas. Il governatore della regione Puglia, Michele Emiliano, però, non ha ancora revocato la delibera di giunta numero 1361 firmata da Vendola il 5 giugno 2015, né tantomeno ha impugnato dinanzi alla Corte costituzionale la legge 4 aprile 2012, numero 35 (Articolo 57: “disposizioni per le infrastrutture energetiche”) in ragione degli evidenti profili di incostituzionalità. E nessuno ha ancora fatto notare alla Commissione europea, che tale norma tricolore confligge anche con la terza “direttiva  Seveso”, ossia la direttiva 2012/18/ue del 4 luglio 2012. Notoriamente, poiché il progetto è considerato “strategico”, a prescindere dall’inutile referendum popolare del 13 novembre, è il ministero a decidere come uccidere Manfredonia (alla voce: autorizzazione unica).

Peraltro, nel progetto di massima (e non definitivo), già autorizzato dal ministero dell’Industria, mancano documenti cruciali:  il fondamentale progetto particolareggiato, il rapporto preliminare di sicurezza, il rapporto definitivo di sicurezza, come  stabilito dall’articolo 17 del decreto legislativo 26 giugno 2015, numero 105. Allora il Comitato Tecnico Regionale che fa? Inoltre, è pure latitante il rapporto integrale di sicurezza del porto, nonché del bacino “alti fondali” in area sismica (zona 2). Tutta la procedura è viziata all’origine ma forzata ai giorni nostri. Chi ha oliato gli ingranaggi per distruggere Manfredonia e mettere a repentaglio la Daunia a vantaggio del mero profitto di privati? Si profila l’apertura dell’ennesima procedura di infrazione contro l’Italia che arresterà definitivamente questa follia della Kuwait Petroleum, decollata il 10 novembre 1999 sotto il governo D’Alema nel dicastero Bersani.

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