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Lo sta facendo da molto tempo, anche grazie ai suggerimenti dell’amico e finanziere Davide Serra, ma nel suo lungo e molto applaudito intervento al Forum di Cernobbio, Matteo Renzi si è spinto molto oltre e ha delineato una quarta fase dell’ormai quasi venticinquennale processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, processo al quale ho dedicato numerosissime puntate del Diario della crisi finanziaria nonché uno studio monografico pubblicato sul numero 68 della rivista Sviluppo della Carical, una quarta fase che prevede un ulteriore processo di concentrazione che porti il numero delle banche e di conseguenza dei loro amministratori a livello di quello dei paesi confrontabili e così il numero delle agenzie delle banche risultanti e lo stesso numero dei dipendenti che dai 326 mila attuali dovrebbero portarsi, entro un decennio, ad un numero massimo compreso tra le 150 e le 200 mila unità, una vera e propria bomba che il giorno successivo al discorso è stato ripreso, tra i quotidiani principali e con il dovuto risalto, solo da La Stampa il quotidiano torinese diretto dal bravo Maurizio Molinari.
Come sempre accade quando a parlare è la persona che ha le massime responsabilità nel Governo di una nazione, Renzi ha delineato le grandi linee del processo di semplificazione del sistema bancario italiano avendo in tasca già una parte rilevante del risultato, avendo tradotto in norme legislative la riforma dell’importante comparto delle banche popolari con la trasformazione obbligatoria in società per azioni e l’abolizione di quel voto capitario, cioè di quel meccanismo che concedeva un solo voto a testa indipendentemente dal numero delle azioni possedute e che aveva tenuto lontano i grandi investitori da queste banche di fatto dominate dalle potenti associazioni degli azionisti dipendenti e di cui è stata testimonial eccellente la Banca Popolare di Milano tra breve finalmente fusa col Banco Popolare a sua volta frutto di importanti fusioni avvenute attorno alla Popolare di Verona.
Ma il pezzo più forte che Renzi può schierare è rappresentato dalla riforma del credito cooperativo, cioè di quelle centinaia e centinaia di banche, spesso di piccole dimensioni e che in molti casi, in particolare in quel buco nero del credito italiano che è rappresentato dalla Regione Veneto, hanno provocato non poche preoccupazione alla vigilanza della Banca d’Italia che ha ceduto le attività di controllo alla vigilanza bancaria presso la Banca Centrale Europea, ma ha mantenuto la sua competenze sulle banche di minori dimensioni, BCC comprese, ebbene queste banche dovranno confluire, mantenendo i loro marchi, in un organismo centrale che fornirà tutti i servizi propri della sede centrale di una banca lasciando alle associate esclusivamente le attività al dettaglio, sempre che la stessa non superi i 200 milioni di capitale e ceda comunque il 20 per cento dello stesso alla nuova Holding.
Ovviamente, l'”invito” alla concentrazione e alla riduzione di sportelli e organici è rivolto a tutte le banche italiane, a prescindere dalla natura giuridica e alla dimensione e non pochi hanno visto nelle parole del Premier un caldo suggerimento all’UBI di Viktor Messiah sull’utilità di rompere gli indugi e considerare le opportunità insite in un’eventuale aggregazione con il Monte dei Paschi di Siena, un’aggregazione da fare prima o dopo l’aumento di capitale annunciato da Fabrizio Viola, anche se, da un punto di vista tecnico, la stessa potrebbe avvenire nel durante di questa così impegnativa operazione.
C’è un punto che Renzi non poteva toccare e che riguarda, in particolare, Le due entità più grandi del sistema, Unicredit e Banca Intesa, un punto che è rappresentato da quell’espansione internazionale avvenuta nella seconda fase di ristrutturazione del sistema bancario italiano, un’espansione che ha visto pagine fortunate e altre sfortunate e che oggi andrebbe, come sono certo stia avvenendo, attentamente rimeditata, in particolare per realtà come la Germania e l’Austria o i paesi di quella che un tempo veniva definita l’Europa dell’Est, per non parlare della Turchia o del Medio Oriente per i rischi geopolitici connessi.
C’è un punto poi che mi tocca personalmente, in quanto faccio parte di quelle decine e decine di migliaia di persone che hanno lasciato volontariamente in anticipo il lavoro nel settore bancario nell’ambito di processi di ristrutturazione aziendale, ma devo dire che un taglio che va dalle 126 mila alle 176 mila persone in dieci anni è difficilmente gestibile con i meccanismi alla volemose bene applicati negli ultimi decenni e, quindi, si creerebbero tensioni sociali di non poco momento o si giungesse a condizioni di accompagnamento alla pensione fortemente penalizzanti rispetto a quelle adottate in passato.

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