La Scozia prepara il referendum per lasciare la Gran Bretagna

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E’ di ieri la notizia che il Governo della Scozia ha deciso di rompere gli indugi, di ben poco momento in realtà, e di predisporre il testo di legge che consentirà di indurre il nuovo referendum per uscire della Gran Bretagna e, a stretto giro di posta, chiedere l’adesione a quella stessa Unione europea che la Gran Bretagna, seppur con tempi biblici, si appresta a lasciare in seguito alla vittoria dei leave nel voto del 23 giugno scorso, un voto che ha visto la prevalenza di questa posizione in Inghilterra, mentre in Scozia prevalse nettamente quella di quanti volevano che il Regno Unito continuasse ad essere il ventottesimo paese dell’Unione europea, anche alla luce delle eccezioni alle regole comunitarie strappate nel tempo da Londra e fortemente rafforzate dall’accordo che David Cameron riuscì a strappare nel febbraio di questo anno di disgrazia 2016.
Tendenze analoghe, seppur meno forti, sono presenti sia nell’Irlanda del Nord che nel Galles, anche se in queste due regioni del Paese le spinte indipendentistiche devono fare i conti con questioni storiche estremamente complesse e sicuramente l’adozione di misure propedeutiche all’indizione di analoghe consultazioni elettorali dipenderanno molto da come andranno le cose in Scozia, una posizione che rende ancora più cruciale per le sorti del Regno Unito quello che accadrà nella parte settentrionale del Regno unito dove, lo ricordo, la prevalenza dei contrari all’uscita nel precedente referendum, una prevalenza comunque di misura, fu determinata in larga parte dalle promesse in termini di maggiore indipendenza fatte dall’allora premier David Cameron che, anche sulla base di quella esperienza vittoriosa, si convinse che avrebbe potuto ripetere quella vittoria anche nella prova referendaria del giugno scorso da lui indetto con l’esito che  tutti conoscono e che ha distrutto, credo per sempre, la sua vita politica.
Faccio parte del non nutrito gruppo di analisti che ritiene che, almeno nel medio termine, l’effetto della Brexit sarà proprio quello di portare alla dissoluzione totale o parziale del Regno Unito che alla fine potrebbe ridursi all’Inghilterra e ad un Galles molto più autonomo di quanto lo sia oggi, mentre vedo molto probabile che l’Irlanda del Nord segua l’esempio scozzese e, almeno in questa ottica, l’idea di Theresa May di non passare per la ratifica parlamentare del voto consultivo del 23 giugno apre un precedente che potrebbe essere sfruttato con successo ove la prova referendaria scozzese dovesse avere successo.
E’ anche per tutto quanto ho scritto nei paragrafi precedenti che vedo con grande preoccupazione il fiorire di analisi che, sull’onda di dati molto congiunturali, sottolineano che il solo annuncio dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea  starebbe producendo effetti benefici sull’economia britannica, effetti dimostrati dall’andamento della domanda interna a tassi di crescita elevati , dalla non caduta degli investimenti stranieri accompagnati dall’assenza di annunci di trasferimenti di aziende verso il Vecchio continente e dalle prospettive delle esportazioni stimolate da quello che, sin dalla notte elettorale, è stato un vero e proprio crollo della sterlina che, è  bene ricordarlo, ha perso oltre il 10 per cento nei confronti del dollaro e sensibilmente di più nei confronti dell’euro e ho calcolato sui valori odierni che sono molto più favorevoli alla valuta britannica di quanto lo fossero soltanto qualche settimana orsono.
Il problema è rappresentato dal fatto che tutti questi fenomeni sono estremamente transitori e che, ad esempio, il mancato trasferimento di aziende industriali, di servizi o di banche dipende anche dal fatto che ci vorrà ancora del tempo per valutarne l’opportunità, ma è certo che la recente posizione del Governo May di essere pronta a rinunciare alla libera circolazione di merci e di capitali pur di non dover sottostare a quella delle persone non aiuta e, comunque, la mia esperienza di economista di una sala cambi mi fa dire che raramente l’andamento del cambio di una valuta, soprattutto se protrattosi per mesi, non esprime in modo sintetico il “valore” dell’economia di un Paese!

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