Italiani a rischio estinzione?

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Ho dedicato una puntata del Diario della crisi finanziaria ai disastrosi dati forniti dall’istituto nazionale di statistica sul saldo demografico italiano nel 2015, dati che fornivano un quadro altamente inquietante sul record storico negativo dei nati vivi ampiamente al di sotto della soglia psicologica dei 500 mila, da un balzo in avanti che non ha trovato spiegazioni convincenti dei cittadini italiani deceduti e, quindi, un saldo che non ha trovato compensazione neppure con l’apporto dei cittadini stranieri residenti nel nostro Paese.
Quello dell’andamento demografico di un paese è uno degli elementi più importanti per lo sviluppo attuale e prospettico di una nazione perché rappresenta in estrema sintesi la fiducia dei cittadini nelle prospettive del proprio Paese e si evidenzia attraverso l’investimento più significativo che le donne e gli uomini che lo popolano possono fare è che è quello di mettere al mondo dei figli, sicuri che vivranno in condizioni migliori di quelli che loro hanno sperimentato nel passato o nel presente, una fiducia che, evidentemente, le cittadine e i cittadini di questo paese non provano e che non può essere compensata da quella che invece nutrono quanti da noi sono arrivati negli ultimi decenni venendo spesso da condizioni di vita terribili.
Ho cercato, sin dalla pubblicazione di quella puntata, di avere i dati mensili dell’ISTAT sul saldo demografico ma, sicuramente per la mia imperizia tecnica, non sono riuscito ad ottenerli, ma non ho motivi per ritenere che la situazione, in questi primi mesi di questo anno di disgrazia 2016, sia improvvisamente cambiata, anche perché i trend sull’andamento della natalità e della mortalità sono trend di lungo periodo che, al più, hanno registrato nel 2015 una sensibile accelerazione e non dovrebbero certo avere registrato un’inversione di tendenza. Per comprendere questo basti un dato: da quando ho memoria, la popolazione residente italiana oscilla intorno alla soglia dei 60 milioni, lo stesso livello registrato nel 2016, solo che, venti anni fa non esisteva la gran quantità di stranieri regolarmente residenti.
Quello della fiducia degli italiani nel futuro è, come dicevo sopra, un punto cruciale per lo sviluppo del nostro Paese, un tema che gli altri paesi membri dell’Unione europea confrontabili con il nostro per dimensioni hanno affrontato per tempo, individuando misure volte a creare le migliori condizioni perché la scelta delle giovani coppie in materia di procreazione non si traduca in una penalizzazione eccessiva delle condizioni di vita, per arrivare al modello francese che prevede un sostegno finanziario rilevante graduato con il numero dei figli, un modello che ha invertito una tendenza negativa in termini di natalità non troppo dissimile da quella italiana.

Come ho detto, per la Francia parlano i dati statistici che testimoniano che la scelta concorde della politica demografica attraverso un’efficace e coraggiosa politica di sostegno economico e di potenziamento delle strutture di sostegno anche non monetarie, asili nido e politica degli orari, ha portato a un’inversione netta del trend demografico, ma posso testimoniare personalmente che anche in altri paesi importanti, quali la Spagna e la Gran Bretagna, è in corso un evidente fiorire di culle, mentre la Germania inserisce l’incentivazione della natalità nel quadro più complessivo di un eccellente sistema di welfare, anche se questi paesi si trovano a misurarsi con un problema di infertilità maschile e femminile di dimensioni veramente notevoli e non dissimili da quelli vissuti da tante italiane e tanti italiani.

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