BASILICATA: SFRUTTATA E DEGRADATA

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 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

 di Gianni Lannes

Dalle sorgenti d’acqua cristallina di un tempo zampillano ormai i rifiuti del greggio. Il petrolio non ha arricchito la gente lucana, ma ha regalato soltanto inquinamento, degrado ambientale e malattie. Anche le dighe lucane (a partire dal Pertusillo) che riforniscono d’acqua la Puglia sono inquinate dagli scarti petroliferi, come è ben noto alle autorità di ogni ordine e grado almeno dal 2010. Secondo l’Istat, la Lucania è la regione più povera d’Italia, a cui fornisce l’oro nero, con politicanti venduti al miglio offerente: dalla Total all’Eni, e la popolazione passiva se non proprio inerte. Un certo Romano Prodi ha dichiarato in una conferenza pubblica, che bisogna estrarre ancora più petrolio. Vale a dire: sfruttare senza pietà e a più non posso una terra meravigliosa, fino a ridurla una landa moribonda.

Ecco alcuni fatti documentati e inequivocabili in palese violazione di legge. La Regione Basilicata con determina dirigenziale numero  75°/2001/D1010 del 5 settembre 2001 ha autorizzato lo scarico, nel sottosuolo, delle acque derivanti dall’estrazione e separazione idrocarburi del Centro Olio Val d’Agri (COVA). La reiniezione delle acque di produzione nel pozzo di Costa Molina 2 riceve la prima autorizzazione il 5 settembre 2001 e nel mese di giugno 2006 inizia ufficialmente l’attività di reiniezione. Dal “Local Report 2013” di Eni risulta che le acque di produzione (acque di strato e acque di processo) smaltite presso il pozzo Costa Molina 2 sarebbero pari a 2.500 metri cubi al giorno, per un totale annuo di 90 milioni di metri cubi; altri 1.000 metri cubi al giorno vengono smaltiti, tramite circa 60 autobotti giornaliere, in Val Basento (e in altre aree fuori regione), dove la popolazione e le autorità locali registrano il fenomeno dei “miasmi” quale forma di “presunto” inquinamento ambientale direttamente percepito dagli abitanti della zona, con conseguenti forti malori avvenuti nel giugno 2014 e blocco temporaneo delle autobotti.

Con atto del 16 settembre 2010 l’Arpab comunicava alla Regione Basilicata, alla provincia di Potenza e ai due comuni interessati (Montemurro e Viggiano) di aver riscontrato, a seguito del “Piano di monitoraggio delle acque sotterranee e di re-iniezione relative alle aree attraversate dalla condotta di re-iniezione del Pozzo Costa Molina 2”, un superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione per il parametro ferro nei piezometri PZ5 e Pz7, e una nuovo superamento delle CSC (concentrazione soglia di contaminazione) per il parametro idrocarburi nel piezometro Pz5 documentato da ARPAB in data 28 febbraio 2011.
Il piano di caratterizzazione necessario per il progetto ai sensi dell’art. 242 del decreto legislativo numero 152 del 2006, è formalmente chiesto dalla Regione Basilicata ad ENI con nota del 30 marzo 2011; il piano di caratterizzazione appariva però inadeguato, così come si rileva da nota del 13 dicembre 2011, con cui Arpab segnalava all’Ufficio prevenzione e controllo del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata quanto segue: “Per quanto riguarda invece il piano di indagine proposto per la caratterizzazione, lo stesso non contiene elementi sufficienti per l’effettuazione di un’adeguata caratterizzazione dell’area interessata all’attraversamento della condotta”; l’ufficio segnalava anche il superamento delle CSC nei piezometri Pz2, Pz5 e PZ7, e che dall’esame della documentazione risultava l’utilizzo di alcune sostanze pericolose immesse nella condotta di reiniezione.
L’approfondimento dell’ente si spinge sino al punto di suggerire la necessità di dover acquisire ulteriori e più approfondite informazioni relative all’utilizzo e/o all’eventuale sostituzione di tali sostanze con altre non pericolose.
In data 13 dicembre 2011, si tiene presso gli uffici del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata la Conferenza di Servizi per l’esame del piano di indagine per la caratterizzazione dell’area attraversata dalla condotta di reiniezione al pozzo Costa Molina 2 e già trasmesso dalla società Eni con nota del 26 agosto 2011; l’Arpab, con nota del 24 febbraio 2012, sollecita nuovamente la necessità di integrare il piano di caratterizzazione prevedendo l’esecuzione di sondaggi da attrezzare a piezometro e da ubicare in corrispondenza dei punti Pz2, Pz5 e Pz7 dalla parte opposta della condotta e, inoltre, che il set analitico dovrà essere integrato dai seguenti parametri: Ipa, BTEX e metalli; in data 21 ottobre 2013 Arpab, in merito all’attività di controllo delle acque interessate dal passaggio della condotta di reiniezione Costa Molina 2 e di contrada La Rossa, comunicava alla Regione Basilicata di aver riscontrato superamenti delle CSC per il parametro ferro nei mesi di mesi di febbraio, aprile e maggio 2010, superamenti delle CSC per il parametro idrocarburi nel mese di ottobre 2010, superamenti delle CSC per il parametro ferro nel dicembre 2011 e superamento delle CSC per il parametro idrocarburi nel 2011.
Il 22 ottobre 2013 viene convocata, presso gli uffici del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata, una seconda Conferenza di Servizi sull’area attraversata dalla condotta di reiniezione al Pozzo Costa Molina 2; nel verbale della Conferenza si precisa che l’Arpab ha inviato il parere di competenza sulla documentazione all’ordine del giorno, in cui, ribadendo il precedente parere e il successivo chiarimento, evidenzia la carenza di definizione del modello geologico/idrogeologico, propedeutico, tra l’altro, all’ubicazione dei piezometri integrativi che dovranno essere realizzati con materiale atossico; l’inefficacia del prelievo della terza aliquota di campione della matrice acqua sotterranea con i tempi previsti dalle metodiche; il set dei parametri da indagare deve comprendere tutti i metalli previsti dalle tabelle I e II, parte V del decreto legislativo n. 152 del 2006, nonché gli idrocarburi totali nell’acqua sotterranea, gli idrocarburi leggeri e gli idrocarburi pesanti nel suolo/sottosuolo; a seguito di quanto così rilevato dall’Arpab, il Dipartimento ambiente invita l’Eni a chiarire se il fenomeno denunciato della fuoriuscita delle acque maleodoranti in contrada La Rossa sia connesso con le attività di reiniezione; dato di assoluto rilievo è che si verbalizza anche che l’Ufficio ciclo dell’acqua, con nota del 12 agosto 2013 n. 136396/75AC ha comunicato all’Eni di non poter procedere al rinnovo della richiesta di autorizzazione allo scarico in unità geologico profonde delle acque di strato tramite il pozzo di reiniezione Costa Molina.
L’Ufficio ciclo dell’acqua è ancor più chiaro ed esplicito quando precisa che il rinnovo dell’autorizzazione allo scarico in unità geologiche profonde delle acque di strato tramite il pozzo di reiniezione Costa Molina 2 è da ritenersi in contrasto con il diniego di rinnovo dell’autorizzazione medesima esplicitato dall’Ufficio; l’Ufficio, tra le altre cose, precisa che i documenti prodotti dall’Eni sono carenti “riguardo eventuali scenari di rischio (pericolosità, vulnerabilità, elementi esposti naturali e antropici)”; a marzo 2014 la società Eni invia delle integrazioni al piano della caratterizzazione ambientale e nel predetto documento, alla voce composizione delle acque di processo, emerge che nelle acque di strato trattate con additivi sono presenti i seguenti elementi: ferro, magnesio, bario, cadmio, solfati, cloruri, idrocarburi, benzene, etelibenzene, toluene.
Il 30 luglio 2014, la Regione Basilicata, nonostante il voto contrario espresso in Conferenza di Servizi del 22 ottobre 2013 dall’Ufficio ciclo dell’Acqua, ritenendo le osservazioni dell’Ufficio non pertinenti al presente procedimento (che vanno affrontate in sede di autorizzazione delle attività di reiniezione) autorizza il Piano di caratterizzazione; in ordine alla potenziale pericolosità dei pozzi di reiniezione è opportuno evidenziare quanto indicato dall’indagine dell’agenzia americana di giornalismo investigativo “ProPublica” che ha rilevato negli USA, tra il 2007 e il 2010, cedimenti strutturali nei pozzi di reiniezione, con migrazione delle acque di scarto petrolifero nel sottosuolo e finanche in superficie, spesso dovuti a violazione delle norme. Il cedimento dell’incamiciatura del pozzo Costa Molina 2 è avvenuto nel 1999, ma non è dato da sapere l’impatto sulle falde acquifere superficiali e profonde.
Nel gennaio 2015 l’ingegnere nucleare Antonio Alberti dichiarava sulla stampa che l’incamiciatura metallica dei pozzi di reiniezione arriva generalmente a 400 metri di profondità, mentre il pozzo Costa Molina 2 arriva ad una profondità di 4.117 metri dalla bocca pozzo; l’ubicazione e autorizzazione del pozzo di reiniezione Costa Molina 2 appare in aperta violazione della delibera del 4 febbraio 1997 del Comitato dei ministri per la tutela delle acque dall’inquinamento, che dispone che lo scarico nel sottosuolo dei liquami industriali è consentito a condizione che il corpo recettore sia ubicato in un’area “tettonicamente e sismicamente favorevole”. Il pozzo è invece ubicato in Zona sismica 1, quella a più alta pericolosità sismica, con probabile presenza di faglie sismogenetiche, e che il 16 dicembre 1857 è stata interessata da un grosso terremoto (magnitudo 7.03 Mw) che ha devastato l’abitato di Montemurro (a circa 3 chilometri), con più di 4.000  morti.
Una variegata letteratura scientifica internazionale, unitamente al rapporto “Ichese” del 2014, indicano che attività di estrazione e iniezione di fluidi in territori sismicamente attivi, possono contribuire ad innescare terremoti in funzione delle condizioni iniziali del sistema che viene sollecitato. Per giunta, il sottosuolo dell’area in cui avviene la reiniezione del pozzo Costa Molina 2 non è adeguatamente conosciuto, per cui le perturbazioni indotte rappresentano un pericoloso disturbo.
La delibera del Comitato dei Ministri dispone anche che la reiniezione sia subordinata ad evitare qualsiasi danneggiamento alla circolazione idrica sotterranea e la migrazione degli effluenti verso le falde acquifere. La delibera dispone anche che siano stati eseguiti tutti gli studi e le ricerche necessari a garantire la sicurezza ecologica nel senso più lato, cosa che non è avvenuta, visto che non si conoscono le caratteristiche idrogeologiche del sottosuolo. Per questo motivo vi è attività investigativa della Direzione distrettuale antimafia di Potenza sulle due polle d’acqua anomale di contrada La Rossa (Montemurro), affioranti a 2,3 km dal pozzo Costa Molina 2, mai segnalate prima in Appennino meridionale, e con caratteristiche fisico-chimiche affini a quelle delle acque di scarto petrolifero. L’autorizzazione allo scarico del pozzo CM2 appare dunque non aver rispettato anche questa seconda disposizione della delibera del Comitato dei Ministri; al riguardo è opportuno precisare che l’autorizzazione allo scarico nel sottosuolo nel pozzo CM2 risale al 2001 ed è di durata quadriennale. Il rinnovo avviene mediante determinazione del dirigente dell’Ufficio ciclo dell’acqua e l’ultima scadenza è datata agosto 2013 ma in tale occasione, l’Ufficio ciclo dell’acqua ha precisato che non si può procedere al rinnovo dell’autorizzazione; eppure, la Giunta, con deliberazione numero 121 del 3 febbraio 2015, ha prorogato all’Eni i termini per presentare i risultati del piano di caratterizzazione dell’area attraversata dalla condotta di reiniezione al pozzo CM2.
La proroga si basa su presunte difficoltà riscontrate da Eni nel rappresentare lo stato di attuazione del piano di caratterizzazione, nell’ubicazione dei piezometri in contraddittorio con Arpab e nelle verifiche catastali delle aree interessate, nonché per i tempi di Arpab nell’assicurare il contradditorio.
Il governo dell’ineletto Renzi non ha mai assicurato il rispetto della legge a fronte della proroga del piano di caratterizzazione concesso dalla Regione Basilicata ad Eni, nonostante quanto espressamente indicato dall’Ufficio del Ciclo dell’Acqua; la liceità dell’ubicazione del pozzo Costa Molina 2 in Zona sismica 1 nonché area epicentrale del terremoto del 1857, ricordando al riguardo che il Comune di Grumento Nova ha negato l’autorizzazione all’uso per reiniezione del pozzo Monte Alpi 9 invocando il principio di precauzione per il rischio legato all’attività sismica dell’area”.

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