La rivincita degli elettori/zoticoni: perché i giorni dell’élite finanziaria sono contati

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di David Stockman

Gli oracoli dell’establishment si sono sbracciati per proclamare che il Brexit è già stato cancellato. A quanto pare, come nel caso del primo voto negativo per il TARP, due giorni di turbolenze nel mercato azionario e monetario hanno segnalato agli elettori/zoticoni dove hanno sbagliato.

La tesi è che le masse al di fuori di Londra si sono date la zappa sui piedi, dal punto di vista economico, sulla base di alcune paure ataviche degli immigrati e della globalizzazione culturale. Razzismo, anche.

Ma queste sono solo esplosioni emotive momentanee. Presto torneranno di nuovo a dove hanno imburrato il pane, e chiederanno un secondo referendum al fine di rimettere la Gran Bretagna sul treno europeo.

Così, Gideon Rachman, uno dei numerosi globalisti sul Financial Times, c’ha comunicato la sua depressione per il Brexit:

Ma poi mi sono reso conto che ho già visto questo film. So come va a finire. E non finisce con il Regno Unito che lascia l’Europa.

Qualsiasi osservatore lungimirante dell’UE dovrebbe avere familiarità con il risultato shock del referendum. Nel 1992 i danesi hanno votato per respingere il Trattato di Maastricht. Gli irlandesi hanno votato per respingere sia il Trattato di Nizza nel 2001 sia il Trattato di Lisbona nel 2008.

E cosa è accaduto? L’UE è andata avanti. Ai danesi e agli irlandesi sono state garantite alcune concessioni dai loro partner dell’UE. È stato indetto un secondo referendum. E la seconda volta che hanno votato, i trattati sono stati accettati. Allora perché qualcuno deve credere che la decisione del referendum della Gran Bretagna sia definitiva?

Ma naturalmente la nenia sprezzante di Rachman è esattamente il motivo per cui siamo arrivati al Brexit. I burocrati finanziari internazionali, che per diversi decenni hanno tirato le leve del potere presso le banche centrali, i Ministeri delle Finanze e le istituzioni ufficiali sovranazionali, sono diventati così abituati a non prendere un “No” come risposta che non riescono vedere la proverbiale scritta sul muro.

Vale a dire, gli elettori/zoticoni sono arrivati al limite della sopportazione e ormai non ce la fanno più ad andare avanti. Votando per lasciare il super-stato dell’UE domiciliato a Bruxelles, hanno compreso cosa significa ignorare per molto tempo i costi economici delle loro scelte.

Dopo tutto, il Regno Unito contribuisce al bilancio dell’UE con una somma di $10 miliardi l’anno e in cambio ottiene una dose economicamente dispendiosa di dirigismo normativo. Per non parlare della perdita di controllo alle frontiere e la cessione de facto dei suoi poteri legislativi e delle funzioni giudiziarie a burocrazie europee non elette.

Allo stesso tempo, l’aumento del commercio è generalmente un vantaggio, ma non è affatto la tirannia statalista della UE che può spronarlo. Questo perché per le sue esportazioni l’UE-27, e in particolar modo la Germania, ha molto più bisogno del mercato del Regno Unito che il contrario.

Dopo il Brexit, l’UE andrà al tavolo delle contrattazioni per un nuovo accordo commerciale con il Regno Unito, perché queste economie socialiste vacillanti hanno un disperato bisogno delle esportazioni. Allo stesso tempo, per la prima volta dopo tanto tempo i negoziatori britannici saranno liberi di cercare accordi commerciali più vantaggiosi con Stati Uniti, Canada, Australia e altri Paesi.

Non ci vuole tanto per capire che il Regno Unito dovrà puntare sul commercio. E contrariamente agli apologeti globalisti, disavanzi commerciali persistenti sono un grosso problema. Se accoppiati con un tasso di risparmio in indebolimento, significa che un Paese sta affondando sempre di più nel debito internazionale.

La bilancia dei pagamenti del Regno Unito è affondata nell’inchiostro rosso per 20 anni. Al 5% del PIL, l’attuale deficit delle partite correnti — che include i vantaggi favorevoli delle esportazioni dalla City di Londra e gli utili sugli investimenti esteri — è tra i più alti nel mondo sviluppato.

Per dirla senza mezzi termini, il Regno Unito sta lentamente andando in bancarotta.

Inoltre, la fonte della tendenza del conto delle partite correnti indicata qui sopra, è attribuibile al suo squilibrio commerciale unilaterale con l’UE-27. Come mostrato nel grafico qui sotto, il suo deficit con l’UE si è ampliato sempre di più a partire dal 2000, mentre il suo surplus commerciale con il resto del mondo è in costante crescita.

Qui non si tratta di mercantilismo. Il saldo bilaterale con un determinato paese, o un blocco commerciale, non importa se il trend complessivo del conto delle partite correnti è in buona salute.

Al contrario, il punto è che l’UE-27 ha bisogno dei mercati britannici aventi $65 miliardi d’eccedenze nette all’anno. E più della metà di queste eccedenze è imputabile alla Germania, la quale guadagna dal Regno Unito il 40% del suo surplus commerciale con il resto dell’UE.

Pertanto la continuazione di un accordo commerciale aperto, non richiede il sacrificio della democrazia britannica sull’altare degli statalisti di Bruxelles; richiede solo un accordo commerciale che offra vantaggi economici reciproci, e non impegni ingarbugliati con l’infrastruttura socialista del continente.

Queste tendenze commerciali negative non sono migliorate grazie ad una frenesia di risparmi interni che potrebbero finanziare il deflusso in modo sano. Al contrario, nell’ultimo quarto di secolo il tasso di risparmio delle famiglie inglesi è finito pericolosamente in basso.

I risparmiatori interni non finanziano il conto delle partite correnti del Regno Unito; sono gli istituti di credito stranieri e le banche centrali che lo fanno.

Lo stesso vale per il settore pubblico. Il Regno Unito ha avuto deficit di bilancio profondi e cronici a partire dai primi anni ’90. Da allora il suo debito pubblico in rapporto al PIL è salito dal 35% a quasi l’85%.

Questi dati rendono cristallino che il Regno Unito ha un problema gigantesco: vive ben oltre i suoi mezzi, e tutte le sciocchezze di sinistra sulle cosiddette politiche di “austerità” del governo conservatore sono solamente un sacco di frottole politiche.

Infatti il governo Cameron ha sepolto nel debito i contribuenti britannici, proprio mentre proclamava la sua adesione alla rettitudine fiscale. Com’è evidente dal grafico qui sotto, l’unica diminuzione della quota di spesa in rapporto al PIL è dovuta alla fine della recessione globale. A quasi il 44%, le spese statali ancora ricoprono una quota considerevole della produzione economica.

Ecco il punto: rimanere nell’UE non può contribuire a risolvere i problemi economici e fiscali del Regno Unito. Ciò di cui c’è bisogno è meno tasse, meno stato sociale e una drastica riduzione dell’intervento normativo statale. Queste, però, non sono politiche che animano gli eurocrati di Bruxelles.

Quindi la nenia rumorosa di oggi, secondo cui il Brexit ha fatto del male all’economia inglese, è una sciocchezza. Per contro, che lo si voglia capire o meno, il Brexit ha liberato il Regno Unito da quello che sarà il disastro economico dello slogan “più Europa”.

Infatti proprio questa formula, “più Europa”, significa solamente mutualizzazione del debito e un tesoro comune con cui espropriare la prosperità tedesca.

Al contrario, per i tedeschi significa imposizione di controlli fiscali dell’UE sempre più onerosi in modo che possa continuare a calciare il barattolo (es. salvataggi bancari e saldi Target2) delle sue gigantesche passività.

L’esposizione tedesca è enorme ormai — con $75 miliardi di fondi di salvataggio già designati per l’ESM e l’EFSF, e saldi Target2 da $700 miliardi.

Infatti questi ultimi sono una bomba ad orologeria finanziaria e la vera ragione per cui l’ortodossia monetaria storica della Germania ha lasciato il posto alla follia della stampante monetaria di Draghi. Vale a dire, la Germania non può permettersi che l’euro e il sistema bancario centrale della BCE saltino in aria.

Di conseguenza, la Germania ha accettato un sistema di trasferimento fiscale folle condotto dalla BCE e mascherato da politica monetaria.

Ma i $90 miliardi al mese di Draghi non sono indirizzati alla “lowflation”, allo stimolo del credito nei confronti del settore privato, alla crescita dei posti di lavoro, o ad una qualsiasi delle altre variabili macroeconomiche. Al contrario, il suo scopo è quello di monetizzare il debito di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Francia e del resto degli altri stati bancarottieri, sovvenzionandoli con costi di carry molto bassi.

Inutile dire che questi tassi confezionati da Draghi non avrebbero mai potuto essere raggiunti in un mercato obbligazionario onesto. Eppure sono assolutamente necessari per far continuare la farsa della solvibilità fiscale di questi eurocrati amanti dello stato sociale.

Attualmente i saldi Target2 della Grecia sono negativi per $100 miliardi, mentre quelli della Spagna sono negativi per $325 miliardi e quelli dell’Italia sono negativi per $300 miliardi. In breve, il resto dell’UE-18 deve così tanto denaro alla Germania che permettere ad un altro paese di lasciare l’Unione Europea è impensabile per Berlino.

La richiesta di “più Europa”, dunque, non deriva da un’illuminazione cosmopolita, come sostengono invece i media mainstream; si tratta di una mossa disperata per mantenere viva un’unione politica, monetaria e fiscale assolutamente difettosa che non avrebbe dovuto essere affatto inventata, e che ormai ha raggiunto la sua “data di scadenza”.

Per lo stesso motivo, le forze del Brexit e le loro controparti populiste in tutto il continente non sono semplicemente un caso di impulsi nazionalistici, xenofobi, razzisti e roba simile. Al contrario, gli elettori/zoticoni vogliono semplicemente indietro i loro governi, e hanno ragione.

La verità è che il “progetto europeo” rappresenta gli impulsi più oscuri del regime Bruxelles/Francoforte, il quale ha poco a che fare con il libero scambio o la conservazione di relazioni pacifiche fra gli Stati d’Europa, e non ha nulla a che fare con il favorire la prosperità capitalistica.

Invece è una tirannia basata su globalismo, statalismo, finanziarizzazione e culto del settore bancario centrale. I suoi giorni sono contati perché anche gli elettori/zoticoni hanno capito che non funziona più, e che le sue enormi contraddizioni interne si stanno dirigendo verso un’enorme implosione.

Gli elettori britannici hanno deciso di uscire ed evitare i danni. Si spera che ci saranno presto molti altri casi di elettori/zoticoni in rivolta.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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L’articolo è tratto da Francesco Simoncelli’s Freedonia di Francesco Simoncelli.


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