Austria, lo Stato ammette (in segreto) il rischio caos. Patriot Act per il Belgio e Merkel nei guai

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Come era prevedibile, Ankara alza la voce: se l’Unione europea non eliminerà entro ottobre i visti per i cittadini turchi, Ankara farà saltare l’accordo sui migranti stretto con Bruxelles pochi mesi fa. E non pensiate che il fatto che i turchi ci diano tempo fino all’inizio dell’autunno ci metta al riparo, visto che con la brutta stagione gli sbarchi diminuiscono molto. Il confine turco è quello che sta facendo da argine al passaggio di profughi via terra dalla Siria e dall’Iraq e siccome dubito che si arrivi alla pace in tempi brevi, la minaccia è seria. Anche se per il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il quale ha fissato l’ultimatum in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, “non si tratta di una minaccia”.
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Sarà ma ci assomiglia molto. E pur non chiudendo la porta a ulteriori rinvii, Cavusoglu è netto: “Ci aspettiamo l’indicazione di una data precisa”. Ma, come vi avevo anticipato, la Turchia vuole far capire che non scherza e, infatti, qualche passaggio spot lo sta già concedendo. Solo sabato, infatti, gli operatori del turismo della Grecia avevano denunciato il massiccio afflusso di profughi dalla Turchia sulle loro isole: “Stiamo assistendo a un flusso costante e, sembrerebbe, in aumento di rifugiati e migranti”. Stando a dati governativi, il numero degli arrivi è aumentato dopo il fallito colpo di Stato in Turchia.
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In totale, più di mille rifugiati e migranti sono arrivati da allora nei cinque hotspot del Paese. Ma anche l’altro confine caldo, quello bulgaro, registra pressioni rinnovate. Il ministero dell’Interno ha infatti reso noto che il numero di migranti in arrivo nel Paese è in aumento: più di 500 sono stati arrestati negli ultimi sette giorni, mentre da gennaio alla fine di giugno più di 2mila persone sono state arrestate, mentre tentavano di entrare illegalmente in Bulgaria e la maggior parte di loro proviene da Iraq e Afghanistan.
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E se i nostri tg, troppo impegnati a glorificare la presenza di musulmani nelle chiese italiane per la messa domenicale in segno di fratellanza, si sono scordati di dirvi che solo ieri sono arrivati sulle nostre coste altre 1000 persone, il tema comincia a diventare serio a livello politico per il Paese che, di fatto, ha scatenato la crisi, aprendo le porte: la Germania. Parlando con i giornalisti a un meeting della CSU, il premer bavarese, Horst Seehofer, ha così risposto a chi gli chiedeva come giudicasse le parole della Merkel, relative al fatto che la Germania può farcela a combattere il terrorismo senza cambiare la sua politica sui migranti: “La cancelliera dice che possiamo farcela. Io non posso, con tutta la buona volontà, adottare questa frase e farla mia. Il problema è troppo grande e i tentativi messi in campo finora troppo insoddisfacenti. Restrizioni all’immigrazione sono una condizione necessaria per la sicurezza della nostra nazione”.
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Ma non basta, perché il vice-ministro delle Finanze e membro della CDU, Jens Spahn, è andato oltre, definendo lo sforzo per integrare i migranti “titanico” e dicendo chiaro e tondo che il governo deve agire con maggiore durezza: “Siamo in ritardo con un bando totale per il velo integrale – niqab e burka – e ritengo che un anno fa abbiamo sottostimato ciò che poteva accadere con questo enorme movimento migratorio”. Certo, lo Spiegel nel suo ultimo numero ha fatto notare come il governo di Helmut Schmidt, in carica dal 1974 al 1982, abbia messo in campo ogni sforzo contro la RAF “ma nonostante questo, i terroristi hanno continuato a mettere bombe”: peccato che, sul lungo termine, la guerra l’abbia vinta lo Stato.
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Il fatto è che ora il problema sta travalicando e, nel silenzio totale dei nostri media, sabato a Berlino e in altre città della Germania, migliaia di persone siano scese in strada per protestare contro Angela Merkel, chiedendone le dimissioni e accusandola di avere le mani sporche di sangue per la sua politica di porte aperte. Nella capitale erano in 5mila, tra cui alcune formazioni di estrema destra e la polizia ha dovuto schierarsi in massa per evitare contatti con la manifestazione anti-fascista dei movimenti antagonisti. E con l’ultimo sondaggio della FAZ che certificava come l’83% dei tedeschi vedesse l’immigrazione come la sfida pià grande per la nazione, i cartelli con scritto “Wir fuer Berlin und Wir fuer Deutschland” non suscitano ancora allarme ma, come mostra questa foto,
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qualcuno si spinge oltre, indossando una t-shirt con la scritta “In uns lebt das Deutsche Reich” (Il Reich tedesco vive dentro di noi).

Ma è dalla vicina Austria che arriva il segnale più allarmante. Come denunciato dal quotidiano “Krone”, infatti, le autorità bavaresi e con esse una tv dello stesso Land, sarebbero venute in possesso di un documento segreto del ministero dell’Interno austriaco, nel quale si parla chiaramente dei rischi connessi all’ondata migratoria, tra cui perdita della sicurezza e instabilità sociale.
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Di più, si palesa la possibilità di non poter più garantire l’ordine interno, di possibili conflitti inter-etnici e inter-confessionali tra gli stessi migranti e questo non solo per il tasso criminogeni di questi ultimi ma anche perché i poliziotti sono totalmente impegnati nella gestione dei flussi e quindi lasciano scoperti altri fronti e profili delinquenziali interni. Il ministero ha prima negato e poi ridimensionato la portata del documento, definendolo “un possibile scenario di minaccia che emerge dal lavoro quotidiano di vari comitati di crisi” ma resta il fatto che qualcuno ha sentito il dovere di farlo arrivare a fonti tedesche.
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E già il media austriaci sono in allarme, tanto che ORF ha mandato in onda un servizio mercoledì sera nella trasmissione “ZiB 2”, presentando un primo estratto. Inoltre, appare difficile bollare di insignificanza il documento, visto che alla sua redazione hanno partecipato vari gruppi operativi delle forze d sicurezza, non ultime la polizia di frontiera, quella aeroportuale e il Dipartimento operativo di analisi.

E se in Germania si continua a parlare con sempre maggiore frequenza dell’affiancamento dell’esercito alle forze di polizia in operazioni di sicurezza interna, in Belgio si sta andando oltre. Il presidente del principale partito del Paese, Alleanza Neo-Fiamminga e sindaco di Anversa, Bart De Wever, ieri ha infatti giocato la carta Bush e proposto un Patriot Act per il suo Paese, al fine di fornire alle autorità maggiori poteri per contrastare il terrorismo.
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“I sindaci, la polizia e la sicurezza nazionale hanno bisogno di ottenere informazioni più facilmente al fine di prevenire altre tragedie. E’ folle che io non possa agire fino a quando non è accaduto un incidente, anche se sono dove sono i giovani radicalizzati. Non posso chiudere un edificio, intercettare un telefono o mettere qualcuno sotto custodia come misura preventiva. Invece, potremmo farlo se avessimo più potere. E’ una priorità che il governo deve affrontare subito dopo la pausa estiva”. E ancora: “Dobbiamo essere in grado di prendere i miliziani dell’Isis e sbatterli in galera fino a quando questa guerra non sarà finita e dobbiamo essere in grado di agire contro i simpatizzanti radicalizzati. La simpatia per l’Isis no è un’opzione ma un crimine”.
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Infine, “le moschee dovrebbero essere riconosciute e finanziate da noi, quindi occorre prosciugare i finanziamenti esteri di cui godono”. Insomma, il piano sta proseguendo come da copione: prima si garantisce la nascita di ghetti fuori controllo nelle città europee, poi si spalancano le porte indiscriminatamente ai clandestini e quando attentati, spesso di dubbia matrice, gettano la gente nel panico, ecco che si opera una stretta sulla libertà personale e civile dei cittadini senza che nessuno abbia di che lamentarsi. Lo Stato mi chiede più potere per proteggermi? Lo prenda pure. Il problema è quale ruolo quello stesso Stato – o parte di esso – può avere avuto nella nascita, nella crescita e nella gestione di quel terrore.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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