Scoppia l’allarme per la presenza Isis in Kosovo e Macedonia. Ma è un piano Nato partito nel 1999

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Quella che vedete come immagine di apertura è un fermo della mappa interattiva che qualcuno ha voluto creare per mostrare l’impatto criminale dell’arrivo di qualche centinaio di migliaia di risorse in Austria e Germania. Questa è l’applicazione attraverso Google Map

e vedete che sul lato sinistro trovate i crimini divisi in categorie con la traduzione dei termini dal tedesco all’inglese. Insomma, non c’è che dire, l’arricchimento culturale è decisamente garantito. Ma da ridere c’è veramente poco, pochissimo. Questa foto
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ci mostra, oltre alla propaganda pro-islam, anche un adesivo con una scritta in inglese molto chiara: “Le donne che non indossano il velo stanno chiedendo di essere stuprate”. Bene, la foto è stata scattata a Nybro, in Svezia, più precisamente nella provincia meridionale di Småland. Ormai è casa loro, tanto che si prendono la briga di far stampare adesivi in lingua franca, visto che non sanno lo svedese e attaccarli per le strade, come un monito. Di più, al netto dell’ondata di violenze sessuali compiute da stranieri nelle piscine pubbliche, le quali stanno pensando di imporre fasce orarie per sole donne, le autorità hanno fatto pressione sui giornali affinché, quando danno conto degli “incidenti”, non specifichino la nazionalità dell’aggressore ma si riferiscano a lui come genericamente “svedese”. Come dire, vogliamo fortemente l’estinzione e stiamo lavorando duro per ottenerla.

Ma in questi giorni di emergenza terrorismo, c’è qualcosa che dovrebbe inquietarci ancora di più. Stando al sito americano VeteransToday, infatti, ci sono almeno cinque campi di addestramento dell’Isis in Kosovo, a pochi chilometri dal campo militare degli Stati Uniti di Bondsteel. Citando fonti vicine ai servizi di intelligence, il sito riferisce che i campi di addestramento di Daesh sono situati vicino al confine del Kosovo con l’Albania e la Macedonia, nei pressi del campo Usa più grande del mondo di fuori del territorio degli Stati Uniti. I campi maggiori, ha precisato la fonte, sono nelle zone adiacenti alle città di Urosevac e Djakovica, così come nel distretto di Decani, mentre i più piccoli si trovano nelle aree di Prizren e Pec.
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Nemmeno a dirlo, il processo di indottrinamento e addestramento dei futuri terroristi, è gestito da ex membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), l’armata di terra di Usa e Gran Bretagna nell’attacco alla Serbia del 1999. I quali, oltre a spalleggiare l’Isis, sono dediti al traffico di droga e di organi, oltre che ad altre attività criminali, tanto che molte istituzioni internazionali hanno bollato il Kosovo indipendente come “narco-Stato”. Sempre la fonte, sottolinea come “ogni campo ha diversi terroristi dell’Isis che decidono di inviare i novizi in guerra o per prepararli agli attacchi suicidi”.
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Inoltre, si teme la possibile espansione di campi simili in Macedonia e in Bosnia, dove sono arrivati circa 800 membri del gruppo di Al-Qaeda nel 1990. Per quanto riguarda la Macedonia, la fonte ha confermato che il Paese sta cominciando a soffrire il problema, facendo riferimento ai villaggi macedoni ex centri dell’UCK che sono già diventati campi di addestramento dell’Isis. Il numero di kosovari che hanno aderito all’Isis in Siria e in Iraq è stimato in circa 300 persone, stando al ministero dell’Interno del Kosovo, tra cui un numero relativamente alto di donne.
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E qui la riflessione diventa duplice. Ho seguito molto da vicino la cosiddetta invasione del Kosovo da parte delle truppe serbe e la conseguente reazione Nato contro la Serbia e il governo Milosevic, tanto da averci scritto un libro (tranquilli, non sfrutto RischioCalcolato per farmi pubblicità, penso che ormai sia fuori catalogo)
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e posso dirvi che quanto orchestrato allora da Madeleine Albright, il segretario di Stato che trascinò Bill Clinton nella guerra, fosse il prodromo dell’accerchiamento destabilizzante dell’Europa che stiamo vivendo oggi. Era il cosiddetto progetto della “Dorsale verde”, il quale partendo dal Kosovo avrebbe dovuto portare a un’islamizzazione di Albania e Balcani, soprattutto la Bosnia. La realtà odierna, d’altronde, parla chiaro, con gli stessi attori in atto. Non voglio dilungarmi sulle connivenza tra Cia e MI6 britannico e UCK, note a tutti e talmente sfacciate da essere state rese note anche sui media mainstream ma su un fatto per troppo tempo taciuto: il casus belli che scatenò l’attacco contro la Serbia era un falso creato ad arte per spingere il defunto Richard Holbrooke, ambasciatore Usa presso l’Onu, a dare il via libera ai piani della Casa Bianca, sobillando il Palazzo di Vetro.
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E non lo dico io ma la testimonianza, pubblicata da Le Mondo e Sunday Times, di Emilio Perez Pujol, medico legale spagnolo che ha guidato un gruppo di esperti incaricati dall’Icty (Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia) di indagare sui massacri commessi dalle truppe serbe, soprattutto la cosiddetta strage di Racak che fu il pretesto per l’operazione militare. Ecco le sue parole: “Il 12 settembre scorso (1999, ndr) ho comunicato alla mie equipe che il nostro lavoro era terminato. Poi ho informato il mio governo sui risultati della nostra indagine e cioé che avevamo trovato i corpi di solo 187 vittime e, tranne quattro o cinque, tutte erano morte per ragioni naturali. In principio ci aspettavamo di esaminarne almeno 2mila. Ho calcolato che la cifra finale dei morti in Kosovo si aggira attorno alle 2500 unità al massimo, ben lontane dalle 44mila che mi avevano preannunciato. Questo ammontare comprende molte morti inspiegabili che non possono essere attribuite a nessuno in particolare”. In compenso, la Serbia fu martellata per 72 giorni dagli aerei Nato con vittime civili e danni ambientali
incalcolabili. E Slobodan Milosevic morto “naturalmente” mentre era alla sbarra al Tribunale penale dell’Aja.
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La seconda parte della riflessione riguarda l’oggi, in particolare i timori per la Macedonia e le infiltrazioni dell’Isis. Stranamente e in ossequio alle combinazioni, una costante dall’11 settembre in poi, dalla scorsa primavera il piccolo Stato balcanico sta subendo un’opera di destabilizzazione guidata da Ue e Nato, al fine di ribaltare il governo in carica, ritenuto troppo filo-russo. E la scorsa primavera, esattamente verso la metà di aprile, furono fonti vicine ai servizi militari francesi ad ammettere che era in corso un tentativo di “rivoluzione colorata” con disordini violentissimi e lanci di bottiglie incendiarie contro il palazzo presidenziale.
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Per i servizi d’Oltralpe, dietro alle “rivolte spontanee” c’erano in realtà tutti: Stati Uniti, Ue, Nato e UCK. E proprio i miliziani kosovari, quelli che gestiscono i campi dell’Isis, già nel maggio del 2015 avevano tentato di sobillare una Maidan a Skopje, la capitale, operazione però sventata dalla polizia macedone, nonostante il beneplacito atlantico al passaggio dei terroristi in territorio straniero. E cosa scrivevano ancora i francesi lo scorso aprile? “Da sei mesi la Macedonia è la via di passaggio dell’intrusione illegale massiccia chiamata da Berlino in agosto ed ha visto transitare sul proprio territorio circa l’equivalente della propria popolazione”. Di più, le operazioni contro il governo di Skopje sarebbero state sospese “perché una destabilizzazione completa avrebbe turbato il transito migratorio”.
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Ma c’è di più, perché convinta che avrebbe vinto l’opposizione democratica, l’Ue impose elezioni nel Paese per il 5 giugno scorso e utilizzò l’amnistia concessa dal governo ad alcuni politici per uno scandalo di intercettazioni telefoniche, per scatenare un nuovo round di violente proteste di piazza. Poi, una bella manifestazione di migranti al confine macedone di Idomeni, degenerata di cariche della polizia, divenne il pretesto per dipingere il governo macedone come brutale e razzista. La solita macchina del fango, la quale però stavolta non ha funzionato, visto che la stessa Ue che aveva imposto le elezioni, a stretto giro di posta le fa cancellare: gli amici di Soros non erano più sicuri di vincere, meglio non rischiare.
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Ecco le ultime righe dei servizi militari francesi: “I decisori dell’immigrazione non avevano intenzione di lasciare che si chiudesse la via terrestre (e marittima), perché avevano giusto deciso, a causa della chiusura delle frontiere della Serbia e dei Paesi vicini (Austria e Ungheria), di riorientare i flussi un po’ più verso ovest (molto più montagnoso), incaricando le forze d’occupazione della Nato in Kosovo a trasferire gli interessati dalla frontiera macedone a quella albanese, per poi assicurare il loro trasporto per mare dall’Albani all’Italia. La Macedonia resta una via di passaggio non evitabile”.
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E se per caso, in ossequio al nuovo corso politico e agli equilibri post-golpe, Erdogan decidesse di disattendere l’accordo sui profughi, aprendo le frontiere con Grecia e Bulgaria? Chi gestirebbe la tratta balcanica di passaggio attraverso il Kosovo, se non l’UCK che lavora a servizio dell’Isis? Qualcuno sta lavorando alla creazione di un “corridoio del Califfato” che porti nel cuore dell’Europa? Capito perché l’Ungheria ha alzato i toni della retorica anti-migranti da qualche giorno e l’Austria ha terminato in fretta e furia il check-point al Brennero, sigillando i confini?

E attenzione, perché al netto del rischio dato dal combinato immigrazione-terrorismo, c’è anche questo
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da mettere in conto: la Nigeria, Paese con 175 milioni di abitanti, sta vivendo un problema parecchio serio con la moneta, sintomo di crisi nel sistema bancario e rischia di diventare il nuovo Venezuela, visto che i prezzi salgono di continuo per tenere il passo del tasso di cambio della naira. Già oggi, tra chi arriva sulle nostre coste, i nigeriani sono tra i più presenti. Se per caso, scoppiasse una crisi economica, magari manipolata da qualche speculatore sulla valuta, cosa pensate che accadrebbe ai flussi migratori da quel Paese? Per concludere, un dato: i media erano troppo occupati a rincorrere terroristi per dirvi che solo lo scorso weekend in Italia sono arrivati in quasi 8mila sui barconi. Così, per dire.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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