Sono complottista? Ok, accettate la mia sfida. Leggete cosa accadde in Belgio e poi riflettete

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Come avete notato non intervengo nei commenti ai miei articoli, per due motivi. Primo, RischioCalcolato mi offre la possibilità di dire la mia, quindi non trovo giusto invadere lo spazio dei lettori. Secondo, ritengo il confronto un vero balsamo della democrazia, quindi fin quando non si sfocia in insulti o attacchi personali, totale libertà di espressione. Ma li leggo i commenti, quasi sempre. Perché mi aiutano a capire dove ho sbagliato e dove la mia analisi è stata manchevole o lacunosa. Una cosa, però, mi fa sorridere: ogni qualvolta parlo – e ultimamente mi è toccato farlo parecchio, poiché la cronaca lo imponeva – di strategie di destabilizzazione eterodirette, volano le accuse – più o meno argomentato e civili – di complottismo tout court.
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Mi permetto, quindi, di tralasciare la cronaca stringente e di raccontarvi un qualcosa avvenuto negli anni Ottanta, comprovato da tribunali, indagini giornalistiche e Commissioni d’inchiesta, per dimostrarvi che queste strategie non solo esistono davvero ma sono state, in quegli anni di contrapposizione e Guerra Fredda, l’arma in più delle democrazie europee in ambito Nato contro il cosiddetto “pericolo rosso” rappresentato dall’URSS. Come leggerete, non scomodo la Spectre o le scie chimiche o il Bilderberg e la Skull&Bones ma apparati dello Stato che tramavano per un fine ultimo tutto politico: sfruttare il pericolo comunista – e la sua percezione nella popolazione – per imporre legislazioni di emergenza ai Paesi, tramite l’imposizione della paura attraverso atti terroristici e criminali. Un po’ come potrebbe accadere oggi, basta trasformare l’URSS nell’Isis. Si tratta di un caso poco conosciuto che ho già trattato in passato (quindi, chi mi segue da tempo sul Sussidiario, l’avrà già in parte letto) e che ha interessato il Belgio tra il 1982 e il 1985, il caso della cosiddetta “banda del Brabante Vallone”, una regione del Paese. Tornò in auge quando in Italia si scatenò la follia omicida della banda della Uno bianca dei fratelli Savi, questo perché la ferocia e l’insensatezza delle loro azioni ricordava molto da vicino quella della gang belga.
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Apparentemente si trattava di criminali comuni che assaltavano luoghi pubblici, prevalentemente supermarket, a scopo di rapina ma ogni loro azione lasciava a terra morti e feriti, quasi non fossero i soldi a interessare loro ma scatenare il panico, il terrore più profondo attraverso l’attacco sistematico a quelli che oggi vengono denominati come soft targets. Si registrarono 28 morti in tre anni. A rendere più inquietante il tutto, sono state le conclusioni cui è giunta la Commissione d’inchiesta del Parlamento belga: c’era il forte sospetto che la “banda del Brabante Vallone” fosse una cellula terroristica legata a un’organizzazione locale di Stay Behind, ovvero l’organizzazione segreta anti-URSS della Nato che in Italia prese il nome di Gladio. Tanto che il ministro della difesa belga, Guy Coëme, arrivò a pronunciare questa frase: “Vorrei sapere se esiste un legame tra le attività di questa rete segreta e l’ondata di crimini e terrorismo che questo Paese ha subito durante gli anni passati”.
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Anche se il primo colpo fu messo a segno il 14 agosto, contro un negozio di alimentari di Maubeuge, l’esordio di sangue del commando risale al 30 settembre 1982 contro un’armeria di Wavre, mentre l’ultimo atto fu l’assalto a un supermercato Delhaize, la catena che annovererà il bilancio più pesante (subirà cinque incursioni su sedici per un totale di diciassette morti e quattordici feriti) il 9 novembre 1985, nella cittadina di Aalst. Elementi comuni a tutti gli atti furono sempre l’esiguità del bottino (quasi fosse solo una scusa formale dell’atto), la ferocia delle azioni contro i civili, lo spropositato volume di fuoco utilizzato e il coordinamento dei banditi.
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Ed ecco un primo parallelo, seppur ovviamente con le dovute differenze e proporzioni, con l’emergenza odierna. Il Belgio, infatti, era piombato nel panico, tanto che l’allora ministro della Giustizia, Jean Gol, dichiarò pubblicamente che sarebbero state adottate le misure necessarie a garantire la sicurezza dei cittadini, mobilitando pattuglie delle forze dell’ordine, paracadutisti e jeep equipaggiate con artiglieria leggera per stazionare nei parcheggi dei centri commerciali. Per gli esperti non esisteva dubbio: non si trattava di criminalità comune ma di professionisti. Uno dei quali era il comun denominatore di ogni assalto: un uomo molto alto, ribattezzato dalla stampa “il gigante”, che dava ordini agli altri e che sparava con un fucile SPAS-12 di fabbricazione italiana. A far crescere a dismisura i dubbi riguardo il grado di collusione di parte degli apparati statali e militari belgi fu la mancata collaborazione con la Commissione d’inchiesta di SDRAVIII (Service de documentation, de renseignement et d’action) e STC/Mob (Section training, communication, mobilisation): nemmeno a dirlo entrambe, come appurò un’inchiesta del Senato, facenti parte della rete Stay Behind nel Paese.
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La prima, composta da paracadutisti e addetti alle operazioni marittime specializzati in atti di combattimento, sabotaggio ed evacuazione, era una sezione dell’intelligence militare che faceva capo al Ministero della difesa e che avrebbe avuto il compito di mantenere i contatti con agenti infiltrati, se il Belgio fosse stato invaso. L’STC/Mob, invece, era un organo dei servizi civili a capo del quale stava il ministero della Giustizia. Addestrati a installare e gestire stazioni radio, i suoi uomini venivano reclutati tra gli aderenti a “gruppi con forti motivazioni religiose, a garanzia del loro anticomunismo”. E le coperture a livello Nato erano tali che il 28 marzo 1991, sul quotidiano Le Soir, venne pubblicato un messaggio in codice di chiamata alle armi contro il rischio comunista, il cui autore si scoprì essere il tenente colonnello Bernard Legrand, a capo dello SDRAVIII.
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Bene, ricorderete come lo scorso Capodanno, due presunti terroristi e altri sei sospetti in due diverse località del Belgio furono arrestati perché accusati di preparare uno o più attentati Bruxelles proprio a ridosso dei festeggiamenti, poi vietati dal sindaco per precauzione. Stando alla stampa belga, l’obiettivo principale dell’ultimo attentato sventato sarebbe stato il commissariato generale, un edificio a due passi dalla Grand Place di Bruxelles, luogo simbolo della capitale dove la notte di fine anno i turisti accorrono per i festeggiamenti. Complessivamente sei persone furono fermate durante le perquisizioni condotte dalla polizia, guarda caso nella provincia del Brabante Vallone e nei pressi della città orientale di Liegi. E se parvero esclusi legami con gli attentati di Parigi, pochi furono da subito i dubbi sulla matrice jihadista degli attentatori: nelle perquisizioni furono infatti trovate uniformi di tipo militare e materiale di propaganda dell’Isis. Per gli inquirenti era possibile che le uniformi dovessero essere indossate da finti poliziotti per entrare nel commissariato. Analogia? Magari solo coincidenza nella metodologia d’azione.
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Torniamo alla banda. Nell’ottobre del 1997, una nuova Commissione parlamentare produsse un rapporto di 90 pagine in cui si elencavano gli errori commessi da parte degli inquirenti che lavorarono sulle stragi e si denunciavano depistaggi e inefficienze a carico della polizia, la quale avrebbe tramato per far sparire parte della documentazione (non vi ricorda una certa richiesta avanzata da Parigi alla polizia municipale di Nizza?). Venne inoltre ripescata una pista indicata fin dal 1988 dal giornalista inglese John Palmer, quella che adombrava forme di collaborazione tra l’esercito e un’organizzazione di estrema destra, Westland New Post (WNP), nata nel 1979 come emanazione del Front de la Jeunesse.
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Da qui si risalì ai campi di addestramento militare a cui partecipavano uomini della Gendarmerie e, a tal proposito, il gendarme Martial Lekeu, operativo tra il 1972 e il 1984, prima di emigrare in Florida denunciò alla BBC collegamenti tra le stragi della banda Brabante, i servizi militari e l’apparato di sicurezza. Nel frattempo risultava impossibile indagare su Westland New Post: quando nel 1990 furono ritrovati nella sua sede importanti documenti sulla Nato e sulla Gladio belga, WNP non solo confermò l’esistenza dei documenti ma ne rivendicò la proprietà facendo senza mezzi termini intendere di averli presi per ordine dei servizi di sicurezza. A capo della WNP vi era Paul Latinus, ritenuto da alcuni studiosi del terrorismo belga, il punto di contatto tra l’estrema destra, la destra classica, i servizi nazionali e quelli stranieri.
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Finito per sua stessa ammissione fin dal 1967 sul libro paga della DIA (Defence Intelligence Agency, il corrispettivo militare della CIA), negli Anni Settanta entrò a far parte del club degli ufficiali di riserva del Brabante, organizzazione militare accumunata dalla maniacale avversione al “pericolo rosso”. Quindi, nel ’78, Latinus si affiliò al Front de la Jeunesse e si occupò di organizzare il WPN. Nel 1981, a causa di uno scandalo innescato dalla stampa contro l’estrema destra negli organismi dello Stato, riparò per qualche mese nel Cile di Pinochet, tornando in patria alla vigilia dell’entrata in scena della “banda del Brabante Vallone”, non dopo aver intrattenuto rapporti con agenti statunitensi operativi nella lotta contro i sandinisti in Nicaragua sotto la presidenza Reagan. Lo stesso Latinus, in un’intervista, confermò le conclusioni a cui solo più tardi giunse il Parlamento belga e fu arrestato alla fine della storia della banda del Brabante. Casualmente, il 24 aprile 1985 venne trovato impiccato con un cavo del telefono nella sua cella. Piccolo particolare, i piedi toccavano per terra.
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Ecco infine le parole del senatore Roger Lallemand, presidente della Commissione belga su Gladio nel 1998: “Operazioni di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica. Queste uccisioni senza senso potrebbero aver avuto una motivazione politica. Si ricordi quanto successe in Italia. Alla stazione di Bologna morirono ottanta innocenti. Pensiamo che dietro gli omicidi nel Brabante Vallone vi fosse un’organizzazione politica”. Il problema è che di quella organizzazione facevano parte poliziotti e membri dei servizi di intelligence, i quali non rispondevano agli ordini del governo belga ma delle strutture clandestine della Nato. Di più, stando a quanto scritto dall’ex agente del Mossad, Victor Ostrovsky, nel suo secondo libro “L’altro lato dell’inganno”, le stragi della banda Brabante Vallone “furono effettuate da elementi degli eserciti segreti di Gladio, blanditi e manipolati dai servizi segreti israeliani, per fare capire alla gente la necessità della sicurezza”.
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Non vi basta? Pensate all’Italia: il terrorismo delle Brigate Rosse non fu forse utilizzato da parte dello Stato per legittimare la cosiddetta svolta autoritaria e le leggi speciali? Pensate al caso Moro. E’ innegabile che il 16 marzo del 1978, i brigatisti sapessero esattamente cosa facevano, sapevano con certezza che l’onorevole democristiano, la cui colpa era quella di appoggiare la linea del compromesso storico che avrebbe aperto le porte del governo al PCI, sarebbe passato da via Fani, nonostante il tragitto non fosse fisso e variasse in base agli appuntamenti della giornata. Sapevano con certezza che la volante della polizia sempre presente all’incrocio tra via Bitossi e via Massimi si sarebbe allontanata prima che loro entrassero in azione.
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Sapevano che avrebbero potuto contare su un inspiegabile black out telefonico nella zona di via Fani subito dopo l’agguato, con conseguente interruzione delle comunicazioni. E, forse, sapevano che la complicità all’interno della Sip sarebbe durata anche durante i 55 giorni di prigionia dello statista democristiano. Forse non sapevano che quella stessa mattina, alle 9, presso via Fani, mentre avveniva la strage, si aggirava senza apparenti ragioni il colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi. Chi era costui? In forza al servizio segreto militare, era uno stretto collaboratore del generale Giuseppe Santovito (piduista) ed era stato istruttore presso la base di Gladio di Capo Marrargiu, dove aveva insegnato ai gladiatori le tecniche dell’imboscata.
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Guarda caso, la stessa tecnica usata in via Fani. E, guarda caso, rispunta in questa vicenda Gladio e quindi Stay Behind, la struttura clandestina Nato comparsa anche negli omicidi della “banda del Brabante Vallone”. A voi le conclusioni. E, magari, qualche ragionamento in parallelo rispetto a quanto stiamo vivendo oggi, declinato in termini non più di lotta al comunismo ma al jihadismo globale.

P.S. Ricorderete che nel mio articolo di ieri, davo conto dell’intervista della Welt am Sonntag al ministro dell’Interno bavarese, Joachim Herrmann. Quando la giornalista gli ha fatto notare che la Costituzione post-bellica permette l’utilizzo dell’esercito a uso interno solo per un’emergenza nazionale, Herrmann ha risposto quanto segue: “Quella norma è obsoleta per una democrazia stabile come la nostra. In situazioni estreme, come gli attentati a Parigi e Bruxelles, anche noi dovremmo essere in grado di affidarci al Bundeswehr. Non ha senso dire che rifiutiamo categoricamente questa ipotesi”.
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Bene, oggi, a seguito della risorsa siriana fattasi esplodere ieri sera ad Ansbach (legata all’Isis, che ha rivendicato ma anch’essa depressa e in cura per disturbi psichiatrici), è intervenuto il ministro dell’Interno federale, Thomas de Maiziere, il quale ha dichiarato quanto segue: “Gli attacchi che stiamo subendo non sono legati alla politica sull’immigrazione di Angela Merkel… Invito la gente a non farsi prendere dal panico, naturalmente c’è preoccupazione e ci si comincia a chiedere se dovremmo cambiare il nostro stile di vita.. Noi dobbiamo continuare a vivere le nostre vite liberamente”. Poi, la chiosa, dopo aver confermato di aver fatto aumentare controlli e vigilanza in aeroporti, stazioni ferroviarie e luoghi pubblici: “L’esercito tedesco potrebbe giocare un ruolo a livello interno in casi speciali”. Serve qualcosa di ancora più speciale per ordinare lo stato di emergenza?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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