Egualitarismo ed élite – Parte III

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di Murray N. Rothbard

Alla luce di questa analisi, dunque, esaminiamo il Nuovo Egualitarismo di Gruppo. Come tutti sappiamo, i nuovi egualitaristi cercano i gruppi “oppressi” che hanno un più basso reddito, status, o lavori meno prestigiosi di altri, affinché diventino gli “oppressori”. Nel pensiero classico di sinistra, o Marxismo, c’era solo un gruppo di presunti “oppressi”, il proletariato. Dopodiché sono state aperte le chiuse, e gli elenchi di oppressi designati, o “vittime accreditate”, hanno proliferato all’infinito. Si cominciò con i neri oppressi, poi in rapida successione ci furono le donne, gli Ispanici, gli Indiani Americani, gli immigrati, i “disabili”, i giovani, i vecchi, i bassi, i molto alti, i grassi, i sordi e così via all’infinito. Il punto è che la proliferazione è, a tutti gli effetti, senza fine. Ogni individuo “appartiene” ad una pressoché infinita varietà di gruppi o classi. Prendete, per esempio, un Sig. John Smith. Può appartenere ad un numero enorme di classi: es. le persone con cognome “Smith”, le persone di nome “John”, le persone alte 175 cm, le persone al di sotto dei 180 cm, le persone che vivono a Battle Creek, Michigan, le persone che vivono a nord della linea Mason-Dixon, le persone con un’entrata di tot., e così via. E fra tutte queste classi, c’è un numero pressoché infinito di mutazioni. Si è arrivati al punto che la sola “teoria dell’oppressione” è che tale gruppo abbia un reddito, o un patrimonio, o uno status, inferiore rispetto ad altri gruppi. Il gruppo al si sotto della media, qualunque esso sia, è perciò per definizione “oggetto di discriminazione”, e perciò è designato come oppresso. Laddove qualunque gruppo al di sopra della media sta, per definizione, attuando la discriminazione, e dunque è un oppressore.

Ogni nuova scoperta di un gruppo di oppressi può portare all’egualitarista molti sostenitori e creare molti “oppressori” da essere colpevolizzati. Tutto ciò di cui c’è bisogno per trovare fonti sempre nuove di oppressori sono dati e computer, e, ovviamente, esploratori del fenomeno, poiché i ricercatori stessi sono membri felici della classe elitaria Procusteana.[1]

Il fascino che l’egualitarismo di gruppo esercita sulla classe intellettual-tecnocratica-terapeutica-burocratica, dunque, è che genera un flusso senza fine e sempre in aumento di gruppi da coalizzare intorno allo sforzo politico egualitario. Ci sono, perciò, di gran lunga più potenziali sostenitori da riunire intorno alla causa di quanti se ne troverebbero se soltanto i “poveri” fossero esortati a reclamare e promuovere i propri “diritti”. E se la causa si espande, naturalmente, c’è una moltiplicazione di lavori e un’accelerazione di fondi dei contribuenti che affluiscono nei forzieri dell’élite Procusteana dominante, una caratteristica non accidentale della spinta egualitaria. Joseph Sobran ha scritto di recente che, nel lessico corrente, il “bisogno” è un desiderio del popolo di depredare la ricchezza degli altri; “l’avidità” è il desiderio degli altri di trattenere per sé il denaro che hanno guadagnato; e la “compassione” è la funzione di coloro che negoziano il trasferimento. L’élite dominante può essere considerata la classe “professionalmente compassionevole”. È facile, ovviamente, essere abbondantemente “compassionevoli” se altri sono costretti a pagarne il costo.

L’accelerazione del Nuovo Egualitarismo porta, abbastanza rapidamente, a problemi. Primo, c’è ciò che Mises chiamò “l’esaurimento del fondo di riserva”, ovvero, le risorse disponibili da poter essere depredate per pagare tutto questo. A corollario, insieme a questo esaurimento può arrivare la “ripercussione”, quando coloro veramente oppressi, gli sfruttati – coloro che William Graham Sumner definì una volta Uomini Dimenticati – potrebbero averne abbastanza, sollevarsi e spezzare le catene che hanno legato questo Gulliver e indotto a sostenere gli oneri parassitari crescenti.

La nuova élite egualitaria

Concludiamo con uno dei grandi paradossi del nostro tempo: il potente richiamo per “l’uguaglianza” è guidato dallo scopo decisamente non egualitario di arrampicarsi sulle spalle di un potere politico assoluto, un trionfo che renderà gli egualitaristi stessi un’élite in reddito e patrimonio così come in potere. Dietro le suppliche mielose, ma manifestamente assurde, per l’eguaglianza c’è uno spietato desiderio di piazzarsi al vertice della nuova gerarchia di potere. La nuova élite intellettuale e terapeutica impone il proprio dominio nel nome dell’eguaglianza. Come narra Anthony Flew: l’eguaglianza “serve ad unificare e giustificare l’ideologia di certi gruppi sociali […] l’ideale Procusteano ha, ed è destinato ad avere, la più potente capacità di attrarre coloro che già detengono, o sperano di detenere in futuro, un ruolo prominente o remunerativo nella macchina della sua imposizione.”[2]

In una brillante e mordente critica all’attuale ascesa degli intellettuali di sinistra, il grande economista e sociologo Joseph Schumpeter, scrivendo ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, indicò che il capitalismo “borghese” di libero mercato del diciannovesimo secolo, spazzando via le strutture aristocratiche e feudali, e affrontando il ruolo “irrazionale” della religione e delle virtù eroiche per conto dell’utilitarismo della contabilità, riuscì nell’impresa di distruggere le protezioni necessarie per la sua esistenza. Come Schumpeter scrive vivacemente: “La Borsa è un povero sostitutivo del Santo Graal”. Schumpeter prosegue:

La razionalità capitalista non la fa finita con gli impulsi sub o super-razionali. Li lascia andare fuori controllo, rimuovendo i limiti delle tradizioni sacre o semi-sacre. In una civiltà a cui mancano i mezzi e perfino la volontà di comprenderli, essi scateneranno un putiferio […]. Così come la richiesta di credenziali utilitaristiche non è mai stata indirizzata a re, signori, e papi in uno schema mentale giuridico che avrebbe accettato la possibilità di una risposta soddisfacente, allo stesso modo il capitalismo affronta il processo davanti ai giudici che hanno la sentenza di morte in tasca. Andranno avanti, qualunque difesa sentiranno; il solo successo che una difesa vittoriosa potrebbe produrre è una modifica dell’accusa.

Il processo capitalista, aggiunge Schumpeter, “tende a rimuovere gli strati protettivi, a demolire le proprie difese, e a disperdere le guarnigioni delle proprie trincee”. Inoltre

il capitalismo crea un quadro mentale che, dopo aver distrutto l’autorità morale di molte altre istituzioni, alla fine si rivolta contro i propri sostenitori; il borghese scopre con sorpresa che l’attitudine razionalista non si ferma alle credenziali di re e papi, ma prosegue fino ad attaccare la proprietà privata e l’intero schema di valori borghesi.

Di conseguenza, osserva Schumpeter, “la fortezza borghese diviene politicamente indifesa”. Ma,

una fortezza indifesa invita l’aggressione, specialmente se all’interno c’è un ricco bottino […]. Senza dubbio è possibile anche comprarli. Ma questa opzione non viene presa in considerazione quando si scopre che si può avere tutto.

Schumpeter nota che questa crescente ostilità verso il capitalismo di libero mercato in un tempo in cui esso ha portato al mondo libertà e prosperità mai viste prima, è confermato dal fatto che

c’era pochissima ostilità (nei confronti del capitalismo di libero mercato) finché la posizione borghese era sicura, sebbene ci fossero molte più ragioni dietro questa ostilità: si è diffusa di pari passo con il crollo delle mura di protezione.[3]

A capo della propulsione che spingeva ad approfittarsi di questa debolezza borghese, c’erano gli intellettuali di sinistra, una classe moltiplicata in grande numero dalla prosperità del capitalismo e dai continui sussidi statali alle scuole pubbliche, all’alfabetizzazione formale, e alle comunicazioni moderne. Questi sussidi non solo hanno contribuito a creare una vasta classe di intellettuali, ma per la prima volta nella storia hanno anche fornito loro, così come all’apparato statale, gli strumenti necessari per indottrinare le masse.[4] Infatti, dato che l’ordine di libero mercato dei borghesi era profondamente legato ai diritti di proprietà privata, e dunque alla libertà di parola e di stampa, era impossibile “disciplinare” gli intellettuali, o come disse Schumpeter “sottomettere gli intellettuali”. Quindi gli intellettuali, nutriti dal seno della società capitalista di libero mercato, colsero la prima opportunità per rivoltarsi selvaggiamente contro i loro benefattori, “mordere le fondamenta della società capitalista” e organizzare una scalata al potere usando il monopolio del processo di formazione dell’opinione, ovvero, sovvertendo i significati originali di parole quali “libertà”, “diritti”, e “uguaglianza”.[5] Forse l’aspetto che lascia qualche speranza in questo processo è che, come il tardo sociologo Christopher Lasch osserva nel suo nuovo lavoro, i valori, le attitudini, i principi e i programmi dell’élite intellettuale sempre più arrogante, siano talmente contrastanti con quelli delle masse che si verifichi un rigurgito controrivoluzionario, ed infatti proprio in questo stesso momento sembrerebbe stia accandendo in tutto il paese.[6]

Nel suo brillante saggio, “Equality as a Political Weapon”, Samuel Francis rimprovera quei conservatori oppositori dell’egualitarismo di sprecare una grande quantità di energia nella critica filosofica, storica e antropologica del concetto e della dottrina dell’uguaglianza. Tutta questa “critica formale”, per quanto gratificante ed illuminante, dichiara Francis, in realtà è fuori bersaglio.

In un certo senso, credo che si sia colpito un cavallo morto o, più strettamente, un unicorno morto, una bestia che esiste solo nella leggenda. Il difetto, credo, è che la dottrina formale dell’uguaglianza di per sé non esiste o quantomeno non sia importante.[7]

Com’è possibile? La dottrina dell’eguaglianza “non è importante”, spiega Francis, “perché nessuno, salvo forse Pol Pot o Ben Wattenberg, ci crede veramente, e nessuno, men che meno quelli che la professano più energicamente, è realmente motivato da essa.” Qui Francis cita il grande Pareto:

un sentimento di eguaglianza […] è correlato direttamente agli interessi di individui tesi ad evitare alcune diseguaglianze non a loro favore, e ad instaurare nuove diseguaglianze che saranno a loro favore, queste ultime quale loro principale preoccupazione.[8]

Dopodiché Francis sottolinea che “il significato reale” della “dottrina dell’uguaglianza”, così come il “vero potere quale forza sociale e ideologica”, non può essere meramente contrastato con critiche formali. Poiché

il significato reale della dottrina dell’eguaglianza è che serve come arma politica, da sfoderare in qualunque occasione utile e abbattere barriere, umane o istituzionali, a vantaggio di quei gruppi che la portano nel loro arsenale ideologico.[9]

Perciò, per proporre una risposta efficace all’egualitarismo regnante dei nostri tempi, non è sufficiente dimostrare l’assurdità, la natura anti-scientifica e auto-contraddittoria, della dottrina egualitarista, così come le disastrose conseguenze del programma egualitario. Bisogna smascherarlo quale copertura per la sete di potere delle élite intellettuali e mediatiche della sinistra liberal attualmente al potere. Poiché queste élite sono anche le classi che finora hanno modellato l’opinione pubblica, il loro dominio non potrà essere rimosso finché non verrà mostrato alla popolazione oppressa, istintivamente opposta a queste élite, la vera natura delle forze odiate che la stanno governando. Tanto per usare gli slogan della Nuova Sinistra alla fine degli anni ’60, l’élite dominante dev’essere “demistificata”, “delegittimata”, e “de-santificata”. Nulla può provocare la loro de-santificazione più della consapevolezza pubblica della vera natura dei loro slogan egualitari.

[*] traduzione per Francesco Simoncelli’s Freedonia a cura di Giuseppe Jordan Tagliabue: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

=> Qui il link alla Prima Parte: https://francescosimoncelli.blogspot.it/2016/07/egualitarismo-ed-elite-parte-i.html

=> Qui il link alla Seconda Parte: https://francescosimoncelli.blogspot.it/2016/07/egualitarismo-ed-elite-parte-ii.html

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Note

[1] Sul nuovo gruppo egualitarista, si veda Rothbard, Freedom, Inequality, and Primitivism and the Division of Labor, pp. 8–15.

[2] Flew, Politics of Procrustes, pp. 11–12.

[3] Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper & Bros., 1942), pp. 137, 143–44.22.

[4] Per una discussione illuminante sull’uso di tali sussidi e tecnologia da parte dell’élite politica e mediatica per manipolare il supporto delle masse, si veda Benjamin Ginsberg, The Captive Public: How Mass Opinion Promotes State Power (New York: Basic Books, 1986), pp. 86–98.

[5] Schumpeter, Capitalism, p. 150.

[6] Si veda Christopher Lasch, ‘The Revolt of the Elites,” Harper’s 289 (November 1994): 39–49.

[7] Samuel Francis, “Equality as a Political Weapon,” Essays in Political Economy 10 (July 1991): 2. Il saggio venne inizialmente esposto nell’aprile 1991 come lezione in una conferenza del Ludwig von Mises Institute: “Equality and the Free Society”. Pubblicato anche in Beautiful Losers: Essays on the Failure of American Conservatism (Columbia, Mo.: University of Missouri Press, 1993).

[8] Samuel Francis, Beautiful Losers: Essays on the Failure of American Conservatism, pp. 208–9. La citazione di Pareto è tratta da The Mind and Society di Pareto stesso (New York: Harcourt, Brace, 1935), vol. 2, pp. 735–36.

[9] Francis, Beautiful Losers, p. 209.

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L’articolo è tratto da Francesco Simoncelli’s Freedonia di Francesco Simoncelli.


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