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Per una volta, parliamo di cinema. Anzi, parliamone più spesso. Mesi fa in un centro commerciale ho preso il dvd di Inferno di Dario Argento solo perché  era in offerta al prezzo record di 4.90 euro.  Ebbene, quell’acquisto mi ha aperto un mondo… Negli anni del liceo rimanere alzata fino ad ora tarda per vedere in televisione i film horror mi faceva sentire grande. Ricordo che una sera d’estate, mentre  eravamo sole in una casa piuttosto isolata sulle dolomiti, io e mia sorella vedemmo Suspiria… e non mi sono più ripresa dallo spavento. Poi, dopo la fine dell’adolescenza, ho perso interesse per la produzione di Dario Argento e, più in generale, per  l’horror. Comunque, Inferno mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di comprare un altro film di Argento. La mia scelta è caduta su Tenebre,che ho trovato in offerta a 7.90 euro . Anche Tenebre è un gran bel film, ma Inferno mi piace di più.  Confrontando i due film, ho capito alcune cose sull’horror e sullo splatter.

Devo premettere che io detesto il cosiddetto “splatter” o “gore” che dir si voglia. Non metto in dubbio che in molti film horror,  che per fortuna non ho visto, di “splatter” ce ne sia molto più che nei film di Argento, ma per i miei  gusti quel tanto che ce n’è nei film di Argento è  fin troppo. Ho la netta impressione che le scene  di violenza sanguinaria  siano concepite per  risvegliare e lusingare a fini di lucro la parte oscura, sadica e animale, degli spettatori. Ma per fortuna, non in tutti si risveglia. Quando guardi  la rappresentazione cinematografica un omicidio molto cruento, non importa se frutto d’immaginazione o “tratto da una storia vera”, non puoi rimanere neutrale: a livello inconscio tenderai ad immedesimarti con la vittima oppure col carnefice. Se ti immedesimi con la vittima, come normalmente capita a me, ti sembra  di sentire le ferite addosso e quindi non puoi provare nessun diletto. L’unica maniera per difenderti da quella insopportabile sensazione è chiudere gli occhi. Ne deduco che per provare diletto sia necessario immedesimarsi col carnefice, che in altri termini  per amare lo splatter sia necessario essere un poco sadici. Naturalmente, non tutti sono poco o molto sadici. Se è vero infatti che, a causa del peccato originale, in qualche oscuro anfratto dell’inconscio di ciascuno di noi c’è un piccolo marchese De Sade, nella maggior parte di noi dorme. E’ sveglio solo in quelli che  liberamente e consapevolmente  lo svegliano: l’ultima parola spetta sempre al libero arbitrio. Tuttavia, il liberto arbitrio non è immune dagli influssi ambientali. Nel nostro caso, gli spettacoli a base di troppa violenza solleticano nel “paziente” certi impulsi dormienti e poi il “paziente” può decidere di risvegliare del tutto.

Certo, esiste anche la possibilità che lo spettatore non soffra con la vittima né goda col carnefice, ma si limiti a osservare la scena dall’esterno, con un misto di distacco ludico e di morbosa curiosità. Egli vuole dimostrare a sé stesso e agli altri di saper guardare l’orrore con coraggio,  senza chiudere mai gli occhi. Insomma, egli vuole sentirsi un vero “duro”. Dal momento che li fa sentire dei “duri”, per gli adolescenti la visione di film horror rappresenta quasi un rito di iniziazione. Ma in ogni caso, credo che da parte degli spettatori l’atteggiamento di  morbosa curiosità sia meno frequente dell’atteggiamento sadico.

Esagero se parlo di pornografia della violenza? Lo splatter non ha soltanto un fondo sadico: è anche espressione di quel gusto della dissacrazione che, secondo Roger Scruton, attraversa la maggior parte della produzione artistica e cinematografica contemporanea.  Scruton sostiene che dietro  il gusto della dissacrazione delle cose sacre ci sia la volontà di liberare se stessi dal “peso” di quegli atteggiamenti di sacrificio, di abnegazione e in generale  di serietà nei confronti della vita  che  le cose sacre richiedono all’uomo. Per liberarsi dunque dall’obbligo di essere seri nella vita ed abbandonarsi senza rimorsi ai propri bassi istinti, è necessario dissacrare la vita e le altre cose sacre.

Almeno qui in Occidente, è opinione largamente condivisa che ogni persona umana sia una cosa sacra e che, di conseguenza, l’omicidio sia il più grave dei reati. Se la vita umana è la cosa più sacra, l’omicidio è l’atto più intollerabilmente dissacratorio. A questo punto, dobbiamo chiederci se la rappresentazione artistica di questo atto dissacratorio sia anch’essa sempre e necessariamente dissacratoria. No, non necessariamente, come spiegherò subito. Per prima cosa, bisogna sottolineare che l’arte  (e qui con la parola arte alludo, naturalmente, a tutte le arti compresa la settima) ha il compito di interpretare tutti gli aspetti della vita umana: quindi anche la violenza e la morte. Si sarebbe potuto chiedere a Shakespeare di non mettere morti violente nei suoi drammi? Tuttavia, c’è modo e modo di rappresentare la violenza e la morte, così come c’è modo e modo di rappresentare l’amore sessuale. Ora, non credo ci sia bisogno di spiegare perché rappresentare l’attività sessuale in maniera iper-realistica e particolareggiata sia sbagliato dal punto di vista della morale naturale, che poi coincide con la morale cristiana. Invece, è necessario spiegare perché sia sbagliato anche dal punto di vista artistico. Lo è per almeno due ragioni. La prima è che l’arte non deve fotografare la realtà bensì interpretarla in senso poetico e fantastico (il realismo assoluto è un punto morto per l’arte); la seconda è che la rappresentazione iper-realistica dell’atto sessuale determina nel fruitore un tipo di reazione emotiva, a tutti ben noto, che limita o addirittura impedisce il diletto estetico e poetico. Infatti, l’opera d’arte non deve produrre nel fruitore né un diletto sentimentale qualsiasi né, tanto meno, un diletto sensuale, bensì un diletto estetico  (chi è  all’altezza di tanto alto argomento, si rilegga il brano relativo alla “contemplazione senza possesso” contenuto nella Critica del Giudizio di Kant).  Coinvolgendo sia la sfera razionale che la sfera emotiva del fruitore,  l’esperienza estetica non può non  impregnarsi di sentimenti naturali quali l’amore, la paura eccetera. Ma il diletto estetico in sé stesso rimane distinto da un qualsivoglia diletto di natura sentimentale-emotiva, direttamente o indirettamente legato alla sfera sessuale  (per questo un’arte “sentimentale” è un’arte volgare:  è basso romanticismo, melodramma, fotoromanzo, soap opera…). Se il diletto estetico può dunque legarsi, sebbene indirettamente, alla sfera dei sentimenti, invece non può mai e poi mai compromettersi, pena l’annullamento, con quei bassi istinti che hanno a che fare con l’oscenità.

Non escludo che un bravo e ben intenzionato regista possa essere in grado di dirigere una scena di sesso esplicito in maniera ineccepibile dal punto di vista estetico, che sappia riempirla di altissimi significati poetico-filosofici (Bertolucci ci ha provato con Ultimo tango a Parigi). Ma anche nella scena di sesso  più artistica che sia possibile immaginare  l’eccessivo realismo finrebbe inevitabilmente con l’annullare tutti i valori estetici e tutti i significati poetico-filosofici, facendo franare il tutto nella pornografia. Infatti, il realismo sessuale  solletica nel fruitore bassi istinti che finiscono per distrarlo dall’atto della contemplazione estetica, rendendolo così poco o niente ricettivo  nei confronti dei valori propriamente artistici.  Per fare un esempio celebre, credete che gli intellettuali che nel 1972 correvano a vedere Ultimo tango a Parigi fossero più colpiti dalla poetica di Bertolucci che dalle graziose nudità della protagonista? Insomma, censori avevano qualche buona ragione per intervenire.

E come dunque esiste una pornografia del sesso, così esiste una pornografia della violenza. Rappresentare la violenza e l’omicidio in maniera iper-realistica e particolareggiata è sbagliato sia dal punto di vista della morale che da quello  dell’arte. E’ sbagliato moralmente perché, come ho detto, solletica la parte sadica dello spettatore (e fra parentesi, se è vero che per essere sadici bisogna volerlo, è altrettanto vero che siamo capaci di resistere a tutto fuorché alle tentazioni e quindi chi ha orecchie per intendere intenda che il cineasta che espone gli spettatori a delle tentazioni non è senza peccato). E’ sbagliato artisticamente perché l’arte non deve riprodurre ma interpretare. Quindi, in linea di principio lo splatter e il gore sono agli antipodi dell’arte. La rappresentazione iper-realistica e particolareggiata di un atto sommamente dissacratorio come un omicidio efferato è essa stessa dissacratoria, oltreché anti-artistica. Una scena in cui è rappresentata in maniera iper-realistica  la distruzione di una persona umana, la trasformazione di un corpo vivificato dall’anima in carne morta, esprime non soltanto del banale sadismo ma anche una visione nichilista in cui la persona umana, che è immagine e somiglianza di Dio, perde totalmente di valore.

Come dicevo, c’è modo e modo di rappresentare la violenza e la morte. Stabilito dunque che rappresentarle in maniera iper-realistica è contrario sia alle ragioni della morale che a quelle dell’arte, è facile concludere che la morale e l’arte impongono di rappresentarle con meno realismo e più stile. Se dovessi scegliere  due sole parole per spiegare che cosa significa in concreto ” meno realismo e più stile”,  direi: meno dettagli. Il vero artista non “fotografa” tutti i dettagli dell’oggetto (per questo c’è già la fotografia): rappresenta a modo suo  solo  quelli più significativi. Analogamente, un vero regista deve essere in grado di rappresentare solo i dettagli più significativi  di un omicidio, occultando quelli che non è bene mostrare. Per suscitare un sentimento di orrore, cosa che è essenziale nel genere horror, c’è davvero bisogno di mostrare lo strazio delle carni? Io non credo.

Ma a questo punto bisogna anche distinguere fra splatter e macabro.  Dal Frankenstein di Mary Shelley (1818) ai Racconti di Edgar Allan Poe fino al Dracula di Bram Stocker, la letteratura del migliore romanticismo e del migliore decadentismo (da distinguere sempre dal basso romanticismo e post-romanticismo melodrammatico) è attraversata dal gusto per il macabro, che da vocabolario è “ciò che desta orrore, funereo, raccapricciante”. In generale, è macabro ciò che è legato alla morte, ai cadaveri, ai cimiteri, ai fantasmi. Ma appunto, anche in virtù del fatto che la parola scritta è per definizione meno realistica della fotografia, nella letteratura macabra romantica  troviamo sempre  “meno realismo e più stile”. Lo scrittore macabro – e qui penso soprattutto ad Edgar Allan Poe – non mira a solleticare pulsioni sado-masochistiche bensì a suscitare dei sentimenti naturali di orrore e spavento e, con essi, a destare l’intuizione tipicamente romantica di un mistero sopra-razionale. Ossessionato dal male e dalla morte, lo scrittore  macabro è naturalmente orientato alla fede, e non importa che alla fede poi riesca davvero ad arrivarci. L’importante è che susciti comunque nel lettore delle angosce cui solo la fede può porre rimedio, delle domande cui solo Dio  può rispondere.

Trovo che Inferno sia un film intimamente romantico. Peccato per le scene splatter. Dal mio opinabile punto di vista, le scene splatter non solo non aggiungono nulla ma forse tolgono qualcosa al film. Sono sicura che Argento non sia un sadico e non voglia lusingare la parte sadica di noi spettatori. Probabilmente, vuole che noi spettatori ci immedesimiamo non con i carnefici ma con le vittime, che soffriamo con le vittime. Nelle sue intenzioni, le sequenze a base di armi da taglio, carni squarciate, schizzi e colate di sangue dovrebbero servire soltanto a moltiplicare il nostro spavento, a fargli raggiungere il diapason al termine di un crescendo di tensione.  Tuttavia, una cosa sono le intenzioni e una cosa sono i fatti. Ebbene, nei fatti la rappresentazione realistica  dello strazio delle carni non può non compromettersi col gusto della dissacrazione di cui si è detto, e non è escluso che in taluni soggetti possa risvegliare pulsioni sado-masochistiche.

Oltretutto, la sceneggiatura è il vero punto debole di Inferno: gli omicidi sono troppi e hanno troppo spazio per un solo film. Più che altro, il “plot” consiste un una sequenza di scene di omicidio e poco altro. Ma  le carenze della sceneggiatura e la poca coerenza logica sono ampiamente riscattate dalla potenza visionaria delle immagini. In Inferno le “location” gotiche (fra cui riconosciamo piazza Mincio a Roma), le scenografie degli interni e perfino gli arredamenti hanno quasi più importanza dei personaggi, sono quasi personaggi. Investiti da una miscela sapiente di luci colorate (specialmente rosse e blu), i luoghi assumono caratteri onirici. I personaggi si aggirano fra appartamenti tanto lussuosi quanto cupi, biblioteche e librerie piene di misteri, corridoi e stanze che aprono su altri corridoi e altre stanze e poi scale, cunicoli e sotterranei sconfinati che sembrano prolungarsi fino, appunto, all’inferno. I sotterranei  in rovina, labirintici e oscuri,  ingombri di vecchi oggetti e spesso invasi dall’elemento liquido, alludono in primo luogo ai sotterranei dell’inconscio e più in generale alla sfera interiore ed emotiva. Noto per inciso che in molti capolavori del cinema post-moderno troviamo sotterranei in rovina e bassifondi urbani degradati, perennemente bagnati (l’acqua è simbolo per antonomasia dell’elemento femminile). Essi alludono chiaramente  alla dimensione emotiva e irrazionale dell’uomo, che prende il sopravvento dopo il crollo delle certezze del razionalismo modernista.  La ragione modernista fallisce perché non sa guardare oltre la natura. E appunto, in Inferno è presente la dimensione soprannaturale, che invece è totalmente assente in Tenebre.

A mio parere, due film di horror soprannaturale come Inferno e Suspiria sono molto più terrificanti di due thriller a sfondo psicanalitico come Tenebre e Profondo rosso. L’elemento soprannaturale, infatti, fa penetrare la lama del terrore molto più in profondità nell’anima. Certo, la cosa è curiosa. La scena in cui una ragazza viene inseguita da un maniaco psicolabile  armato di accetta (Tenebre) dovrebbe fare più paura della scena in cui, durante una tempesta, un braccio che di umano ha ben poco rompe dall’esterno i vetri della  finestra di una stanza sul terzo o quarto piano  di un palazzo (Suspiria) o della scena in cui due mani altrettanto poco umane  sbucano all’improvviso da dietro un pesante tendaggio (Inferno). Infatti, nella vita reale ti può sempre capitare di incontrare un maniaco omicida munito di arma da taglio, o un balordo pronto a farti fuori solo per prenderti il portafoglio, mentre ho ragione di dubitare che a qualcuno possa capitare di vedere materializzarsi certe paure infantili sul mostro in agguato dietro le tende o dietro le finestre. Ho ragione di credere che a nessuno capiterà mai di incappare in una mater tenebrarum o in una combriccola di streghe sanguinarie dotate di veri poteri soprannaturali, mica ciarlatane del Wicca. Dirò di più: le streghe e altri personaggi soprannaturali ci fanno molta più paura del maniaco “naturale” anche quando non uccidono. Ad esempio, in Shining di Stanley Kubrick c’è da una parte lo scrittore (Jack Nicholson) che scende lentamente negli inferi della follia omicida, dall’altra ci sono dei fantasmi che non uccidono mai.  Eppure, le misteriose presenze che inspiegabilmente appaiono in diverse occasioni in diversi punti del leggendario Overlook hotel fanno molta più paura del maniaco sanguinario munito di accetta. Analogamente, la scena di Suspiria in cui una strega dorme dietro un lenzuolo bianco è una delle scena più terrificanti di sempre. Eppure tutto quello che vediamo è l’ombra cinese della strega e tutto quello che udiamo è il suo respiro cavernoso: e  non  una goccia di sangue. Riflettendo sulla strega dietro il lenzuolo e sui fantasmi nell’albergo capiamo che lo splatter non aggiunge nulla al terrore, quello vero, quello profondo, quello che tocca i fondali  inesplorati dell’inconscio, ma anzi forse toglie qualcosa. In Inferno e in Suspiria gli squartamenti – chiamiamoli così – sono eccessivamente materiali, a loro modo triviali, e quindi un poco rovinano la splendida atmosfera onirica, impregnata di mistero.

Ma bisogna ancora rispondere alla domanda: perché i personaggi soprannaturali fanno più paura dei serial killer? La risposta, in realtà, è semplice: perché il soprannaturale negativo esiste. Le streghe non ciarlatane, le tre madri e pure i vampiri sicuramente non esistono, sono figure letterarie. Ma queste figure riescono a risvegliare in noi  l’intuizione oscura, che non può essere razionalizzata, di una presenza reale che ci cammina sempre al fianco: il Nemico della stirpe umana e le sue legioni. Sto parlando del diavolo.  Da qualche parte nei sotterranei del nostro inconscio c’è un fascicolo segreto con dentro alcuni indizi  dell’esistenza di colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza. Non escludo che anche l’ateo Kubrick lo abbia avuto questa intuizione del soprannaturale negativo, anche se evidentemente non ha saputo o voluto andare a fondo di essa. Infatti, nel suo Shining  il maniaco-Nicholson non agisce di sua iniziativa: è manovrato dai fantasmi, che quindi sono più potenti di lui. In una scena sibillina, un fantasma in forma di donna letteralmente lo seduce: infatti il diavolo è tentatore.  E Kubrick ci fa capire che questi fantasmi non se li è inventati il maniaco. Infatti, in una delle scene finali i fantasmi li vede pure la moglie, che nel corso del film è apparsa sempre come una persona equilibrata e concreta, per nulla incline alle allucinazioni. Insomma, al cinema i fantasmi e le streghe ci fanno molta più paura dei molto più verosimili maniaci con armi da taglio  perché a livello inconscio intuiamo che il soprannaturale negativo non solo esiste ma dobbiamo temerlo più della violenza materiale dei maniaci e dei violenti in generale. Infatti, il maniaco di turno puoi sempre sperare di fregarlo, come in Shining il bambino “frega” il padre maniaco con l’astuzia (niente spoiler).  Invece contro il diavolo non puoi nulla. Cosa più importante, intuiamo che il soprannaturale negativo è la radice remota della violenza materiale in tutte le sue forme, come in Shining i fantasmi sono alla radice o, meglio, coltivano la follia del maniaco. Intuiamo che il soprannaturale negativo  è anche alla radice dei nostri piccoli peccati quotidiani.

 

 

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