TERREMOTI IN PIANURA PADANA

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In
questo diluvio di finzione imperante e di melassa stagnante, ecco un pò
di verità: una testimonianza viva. Pubblico questa lettera a me
indirizzata, perché è di un realismo così autentico, da commuovere anche
le pietre. Questa è la realtà italiana: un giovane e valente
giornalista emarginato dal sistema vigente, come tanti, che però non
desiste, non si arrende, non molla e continua ad interrogarsi e a
scavare a fondo! Quanta poesia, quanto dolore e quanto amore per la
propria terra ferita a morte senza un perché apparente. E poi, quanto
rispetto per la propria gente, la nostra gente italiana, martoriata e
vilipesa ogni giorno da un branco di farabutti altolocati per conto
terzi. 


Di queste intelligenze ha bisogno l’Italia per rinascere, non un gregge di Grullini belanti o di un Grullone urlante!

Questo tipo di giornalismo in estinzione alle nostre latitudini mette alle corde il potere qualunque e quantunque esso sia.

Grazie
Ruben per questa vivida testimonianza sul campo e lasciamo stare i
titoli che ormai sono carta straccia in questa ignoranza dilagante.  

Se
solo si avesse la consapevolezza della nostra forza! Il sistema di
dominio teme un’esplosione sociale più di una deflagrazione nucleare.
E’ la passività collettiva ad ingigantirli.

Allora, basta chiacchierare sulla tastiera ad un tiro di mouse. Non ci vogliono  spettatori a vita, ma protagonisti. 

Infine, mai arrendersi prima di aver combattuto fino in fondo e senza respiro, senza dar tregua allo spietato nemico comune!
 Gianni Lannes

Egregio Dottor Lannes,

mi chiamo Ruben
Garbellini
, sono un (giornalista? Trentaseienne ormai, vecchio come il
cucù, iscritto all’ordine, sì…e senza lavoro..) meglio, un uomo che scrive,
via, e che si occupa anche di arte. Mi permetto di scriverLe dopo aver scoperto
il Suo “diario internautico” mentre rovistavo in internet sul terremoto in
Emilia. Da tempo volevo scriverLe, ma sono alquanto riservato e so che è
occupato e molto, e non vorrei essere troppo invadente.
Io abito l’antica Transpadana Ferrarese, il
terremoto l’ho avuto a quindici chilometri come epicentro, sotto la sedia
insomma; sto in uno dei paesini terremotati sulle rive del Po. Casa mia è
ancora un mezzo macello, e vivo tuttora senza riscaldamento (tranne una vecchia
cucina economica).
A parte queste note di colore, su me: come
“giornalista” ho scritto per tre anni e mezzo su Il Corriere del Veneto e per Dove,
entrambi RCS, poi i miei articoli,
quasi tutti di terza pagina…han cominciato a veder sparire misteriosamente
pezzi e righe, telefonate in redazione di gente che protestava (ma chi? Perché
dicevo che non tutto è bello? Perché “massacravo” una mostra alla casa dei
Carraresi o a Palazzo Forti? ), sopra tutto da che ho cominciato ad occuparmi
dello scempio ambientale che sarà l’autostrada Nogara-Mare , sino a che alla
fine non mi pubblicavano più niente, ed essendo senza contratto, eccomi a
spasso. Non le dico come mi han liquidato in redazione a Padova. Ho altro nella
vita, mi dico, e me ne sono scappato per un anno a Parigi, a fare la fame.
Quella vera. Credo capisca… Mi occupo anche di arte, di teatro e
cinematografia. Ma magari, se avrà la bontà di voler proseguire la
corrispondenza, ne parleremo. Mi piacerebbe.
Insomma: benché mi abbiano messo fuori, il giorno
stesso del terremoto, domenica mattina (ero tornato venerdì da Parigi) cerco di
contattare (istinto suicida? ultimo sussulto di innocenza adolescenziale?
Illusione che sia ancora possibile uno scrivere giornalistico?) la redazione a Milano (Ugo Savoia da Padova
l’han messo in via Solferino) proponendo un reportage sulle zone rurali. Voglio
parlare della campagna, dove son nato, massacrata dal sisma, visto che tutti
parlavano dei paesi e dei capannoni. Posso arrivare dove i milanesi e i romani
non arriveranno mai, conosco ogni buco, ogni anfratto, parlo il ferrarese, Lei
capisce. Dei vecchi agricoltori senza più nulla. Delle antiche corti rurali
sventrate come se nel loro mezzo fosse esplosa una mina. Risposta evasiva e
silenzio alle altre mie richieste, la minestra credo Lei la conosca, perdoni la
franchezza un poco guascona. Poi più niente, nessuna risposta, benché la
mattina del 21 io sia stato, per ragioni logistiche, il primo sur le terrain.
Risulta subito che la scossa è strana, e la cosa, audite audite, parte dai
vecchi. Io ero già sveglio, e mi creda, un boato di tal sorta è una cosa
innaturale. E poi quei ventiquattro secondi che non finivan mai, mentre veniva
giù tutto.
Mi incaponisco e inizio a scrivere il mio diario da
solo. Magari lo pubblico con la casa editrice Casadidio&Vattelapesca, mi
dico, o lo mando agli amici rilegato con la garza, ma scrivere devo scrivere.
Premetto: avevo avuto sentore che fosse innaturale,
ma nulla poi di quanto ho scoperto sul Suo blog, legato ad Haarp  et caet. Proseguo. Da subito molte cose non
tornano; a partire dalla prima scossa, da quei ventiquattro secondi nei quali
ero già sveglio.
Il
boato, fortissimo, da esplosione
. Da piccolo fui
testimone, più o meno nella stessa zona (Bondeno di Ferrara) di un terremoto
locale dovuto a crollo di volta metanifera. Stesso rumore e stesso tipo di
boato. Primo pensiero mentre cercavo di scendere le scale e rintracciare i miei
e mio nonno prima che tutto si sfasciasse.
Questo è legato alla questione del deposito che volevano
fare a Rivalta, di metano? O hanno fatto
altre cose?
I vecchi in campagna vedono e non vedono, vedono
cose che non sanno dirti se non nella loro lingua, un emiliano antico che
risale al Quattrocento, secco come i tratti di un dipinto di Cosmè Tura.
Report, TG3, ne parla solo per dieci minuti, poi
sembra che la trasmissione venga tagliata di botto, non so se Lei hai visto
quella puntata. Ma stiamo parlando di cose vecchie, ormai.
I vecchi, che vedono e parlano solo con chi han già
visto, magari fin da bambino in bicicletta in quelle zone, dicono che facevano
delle cose dentro dei capannoni. Gente non del luogo, forestieri. non si capiva
che lingua parlassero. E un vecchio che aveva fatto la guerra in Russia, mi
dice che addirittura aveva sentito parlare russo.
E’ vero che per un vecchio anche un romano parla
un’altra lingua.
Dopo
il primo sisma (21 maggio) sembra che gli americani siano scomparsi da Rivalta
.
Poi sono seguiti i tre tremendi scossoni
del 29. La propagazione di sismi al largo di Ravenna, nel Bellunese, ad Arezzo
in quei giorni. L’impressionante quantità delle scosse, oltre mille.
La questione dei bagliori. Me lo dice un benzinaio, che lo ha visto su youreport. In
quei giorni internet a casa mia non funziona, non funziona nemmeno l’acqua,
figurarsi.  Porto su con la brocca dal
pozzo. In oltre, non amo internet particolarmente. Vado su quel sito digitando “bagliore prima del terremoto”, e una
camera fissa di una farmacia di Quistello (MN) registra un gran bagliore prima
del sisma, un secondo o due.
Le dirò che non ho fatto grandi ricerche in
internet. Avevo il mio daffare tra i calcinacci, il nonno in ospedale e i miei
giri tra i contadini a sentire di famiglie rovinate, che avevano perduto tutto
e dove non era arrivato ancora niente, nemmeno una scala a pioli. Quello che i
bravi reporteurs non dicono, o almeno a me non risulta.
Se non è una bufala, un vecchio agrario salta fuori
con la storia che a Londra hanno registrato il sisma non di 5.9 gradi, ma di
6.9 gradi Richter. Fonte di chi? Sorride. Questa poi. Scorazzo in internet ma
non trovo niente, salvo le notizie ufficiale. Se così fosse, non mi stupirei.
Ma la “botta”, egregio Lannes,
doveva sentirla, altro che moderato rischio sismico. Proseguo la mia caccia,
seguo le mie piste contadine, la voce dei miseri: salta fuori che a Novi di
Modena un farmacista, con un suo sismografo, registra una intensità Richter
impressionante: 7.8. Il tipo, o un innocente totale o un idiota totale, corre
subito ad avvisare “le autorità” e i cani prezzolati del regime gli sequestrano
tutto. Possibile? Siamo in guerra
dunque? Così dobbiamo considerarci? Non so. Ho solo  voci seguite di casa in casa, in bicicletta,
in auto, come una caccia. Quei nastri sono scomparsi. Le risulta?
La questione che Enzo Boschi aveva, nel 2002 o giù
di lì, dichiarato quella zona a rischio sismico moderato. Ultimo grande
terremoto, in effetti, l’anno di grazia 1561….
I
meteoriti
. La sera prima del sisma, a Ficarolo, due
chilometri da casa mia, paese mezzo pericolante ora, diciamo più rotto che
sano, c’era stata in cielo una strana
pioggia di meteoriti
. La gente diceva che erano un poco in anticipo, le
stelle cadenti. Poi, dopo il sisma, rimuovono le campane dal campanile, e sul
bronzo trovano “tracce di ferro meteorico”. La notizia viene riportata addirittura dall’Ansa, mi chiama una mia
amica per dirmelo, ma poi scompare dai pagelloni internet, almeno mi pare….

Altro, a me ignoto, che Lei magari conosce.
Certo, Sua Maestà l’Appennino preme contro le
Altezze Imperiali delle Alpi e gli scossoni sono inevitabili. Ma la prima cosa
che ho pensato, mentre a tentoni scendevo le scale, era che quel terremoto era
un’esplosione. Il mio diario del terremoto è in via di esser terminato, non è
niente di che, quasi un diario di adolescente. Ma vedere i morti, la perdita
inesprimibile di un patrimonio artistico che era sconosciuto ai più, la
tragedia di una regione, credo valga una indagine extraortodossa. O almeno
l’atto, sacrale, dello scrivere. Che ne pensa? O sono ancora troppo du coté des
illusions perdues? Ma alla fine, come scriveva Cicerone, CUI BONO? Perché sono
uomini anche “loro”?
O la questione si fa esoterica? Siamo dalle parti
dei “Superiori Incogniti” di guènoniana memoria? Gentile Lannes, non so di dove
Lei sia originario, io son nato in campagna, la magia è sulla porta di casa;
non è mai esistito un confine definito tra i mondi.
Insomma, come avrà capito questa lettera è anche uno
sfogo. Sfogo di uno che si è visto rifiutare articoli e libri, ma che si chiede
come potremo continuare così e come lottare ancora. Ho letto stamane i Suoi
pezzi sulla questione delle banche e dei nostri poveri conti “correnti”, e sui
microchip: ma come faremo? Seguiremo gli esempi di Socrate, Seneca, Mishima? Mi
creda, ci sto pensando.
Ho letto anche il Suo articolo su Saviano: Deo gratias, almeno uno che la
pensa come me. Non si può parlar male di quell’uomo, non si può dire che
scrive  (benché sospettassi che gli
editor gli avessero fatto uno bel rammendo), non si può nemmeno dire che se è
vivo è perché a qualcuno ha interesse che lo sia, le donne addirittura lo
trovano bellissimo (sic!). E il problema, ne parlavo ridendo pochi giorni fa
con un amico filosofo, è che non siamo più come all’epoca di Byron, non c’è più
un’Ellade in cui fuggire e morire. Un’ignobile poltiglia maleodorante circonda
il mondo.
Se lei capitasse in Veneto, sabato La invito a uno
spettacolo dedicato a Giacomo Matteotti,
nella rinnovata Casa Museo di Fratta Polesine (Ro). Un’ora di letture sceniche
dalla misconosciuta – e bellissima – corrispondenza tra quest’altro ammazzato e
sua moglie. Io interpreterò Matteotti. La regia e drammaturgia sono del
neodirettore della casa museo, un bravo vecchio professore di filosofia. Le
allego in fondo l’invito (sabato 23 febbraio ore 19 – ingresso libero,  non si legge bene). Grazie dell’attenzione e
della pazienza. Spero a presto. Le stringo la mano
Ruben

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