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Uno Stato di Polizia è la ricetta di Maroni
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Il responsabile del Viminale annuncia nuovi provvedimenti restrittivi delle libertà civili. fermi preventivi, arresto differito, nuovi reati associativi, pene più pesanti, maggiore copertura legale, civile e penale, per gli agenti di polizia.
E adesso occhi puntati sulla Val di Susa. Fin dal giorno dopo gli scontri di Piazza San Giovanni molti organi di informazione hanno iniziato una campagna che punta sulla manifestazione di domenica 23 ottobre, quando il messaggio che è stato fatto circolare dai No tav è quello di andare a tagliare le recinzioni del cantiere per l’alta velocità.
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni è apparso in Senato per riferire sugli scontri, anzi sul ‘terrorismo urbano’, come lo ha battezzato. Ha annunciato quei provvedimenti che fanno tornare indietro l’Italia a un clima dei primi anni 70, almeno sotto il profilo della normativa liberticida.

Fermo preventivo, arresto differito, nuove tipologie di reato associativo per la violenza di piazza, obbligo di fornire idonee garanzie economiche per gli organizzatori di manifestazioni, maggiori tutele legali civili e penali ( vale ripeterlo, anche penali) per gli agenti di polizia impegnati nell’ordine pubblico. Maroni si è presentato in Senato dopo aver strappato al suo collega dell’Economia la promessa di non tagliare 250 milioni di euro nella prossima manovra economica e con 60 milioni di euro in due anni da investire proprio nel comparto dell’ordine pubblico. L’autunno è caldo, sostiene il ministro, e si surriscalderà ancora di più. E poi cita la Val di Susa.
Già Antonio Di Pietro ieri aveva suggerito di tornare a una sorta di legge Reale bis, il provvedimento del 1975 che ha causato 625 vittime e sostanziale impunità per gli agenti impiegati nel contrasto, allora, alla lotta organizzata e poi armata.
Principali accusati, senza appello, tutte le formazioni di natura anarchica e anarco-insurrezionalista, con un elenco di alcuni nomi che sono stati pronunciati in aula: dall’Askatasuna di Torino, al Gramigna di Padova, l’Acrobax di Roma, i red anarchist skinheads, i Corsari di Mialno. Ma il ministro, con un salto storico e logico impressionante è arrivato anche a ipotizzare la creazione di un reato associativo proprio per gli anarchici, perché – ha sostenuto – la Federazione anarchica informale è diventata una sorta di collettore, di istigatore e di organizzatore occulto dei disordini di piazza.
Poche e sbrigative parole per la mancanza di prevenzione nella giornata di sabato: i rapporto c’erano e i servizi di sicurezza erano informati, ha sostenuto Maroni, “ma le leggi attuali non permettono di fare vera prevenzione, perché non permettono agli agenti di fermare anche solo i sospetti o quanti vengono colti con armi improprie sui loro mezzi di viaggio.
Nel finale del discorso Maroni ha evidenziato il tallone d’Achille del decreto che si appresta a presentare, sentite tutte le forze politiche: gran parte dei provvedimenti sono largamente invasivi dei diritti costituzionali previsti per chi intende manifestare.
Basti pensare cosa possa significare per una realtà che organizza una manifestazione fornire ‘garanzie idonee’ dopo che lo stesso ministro leghista ha dichiarato che i danni materiali di sabato 15 ottobre sono saliti a cinque milioni di euro. Senza contare il passaggio sulle garanzie legali aggiuntive per gli agenti di polizia, laddove è utile ricordare come ancora oggi in Italia non vi siano nomi o numeri di matricola di riconoscimento su caschi o divise, garantendo così nei fatti già ora la più assoluta impunità.
Libertà civili ristrette, più potere a uno stato di polizia, più discrezionalità a chi ha una divisa, maggiore controllo sociale. È la ricetta di chi non è riuscito, o non ha voluto, a governare la piazza sabato. Erano tremila, ha sostenuto il Viminale. Aggiungendo che sono giovanissimi e spesso senza precedenti penali – “non attenzionati dalla Digos” – un fatto che dovrebbe far riflettere più le allegre ‘camere’ del Palazzo che le severe stanze delle questure.

di Angelo Miotto


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