MELKI-TSEDEQ (IL RE DEL MONDO) di RENE' GUENON

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HO VOLUTO FORTEMENTE INSERIRE NEL MIO BLOG IL SESTO CAPITOLO DE – IL RE DEL MONDO – DI GUENON PER FAR NUOVAMENTE LUCE SULLA QUESTIONE ESOTERICA DEL SACERDOZIO, DEL SIMBOLISMO DEL VINO (il Mistero) E DI MOLTE ALTRE COSE CELATE NEL NOSTRO MONDO INVISIBILE.

IL RE DEL MONDO, CI TENGO A RICORDARLO SEMPRE, NON HA NULLA A CHE VEDERE CON IL PRINCIPE O ARCONTE DI QUESTO MONDO, CITATO DA CRISTO E MENZIONATO NEL VANGELO.

MELKI-TSEDEQ E’ UNA MISTERIOSA E STRAORDINARIA FIGURA DIVINA CHE RAPPRESENTA IL RE DI GIUSTIZIA, IL SACERDOTE DEI SACERDOTI, IL RE DEL MONDO E QUALCOS’ALTRO DI MOLTO PIU’ ELEVATO.

VEDREMO INOLTRE COME LA FAMIGERATA CITTA’ DI SALEM ABBIA UN ANALOGIA CON LA MISTERIOSA CITTA’ SOTTERRANEA DI AGHARTA, E DI COME ESSA CI RICORDA VIVAMENTE L’ESISTENZA DI UN REGNO INTERIORE DEL TUTTO VERGINE E QUASI INACCESSIBILE PER CERTI VERSI.

SCOPRIREMO ANCHE COME L’ARCHETIPO DIVINO DELL’ALTISSIMO ABBIA UNA CONNESSIONE CON TRE FIGURE SPIRITUALI ELEVATISSIME – TRE MANIFESTAZIONI DI DIO O DELLO SPIRITO DI VERITA’ E GIUSTIZIA DIVINA:

L’ARCANGELO MICHELE, MELCHISEDEC & GESU’ CRISTO

MICHELE P.

«MELKI-TSEDEQ»
Cap. 6 – IL RE DEL MONDO

Nelle tradizioni orientali si dice che, in una certa epoca, il “Soma” divenne sconosciuto sicché, nei riti sacrificali, si dovette sostituirlo con un’altra bevanda che di quel “Soma” primitivo era soltanto una figura; tale ruolo fu svolto principalmente dal vino, e a ciò si riferisce, presso i Greci, una gran parte della leggenda di Dioniso.

Il vino, del resto, è spesso usato per rappresentare la vera tradizione iniziatica: in ebraico le parole “iain”, «vino», e “sod”, «mistero», possono essere sostituite l’una all’altra in quanto hanno lo stesso valore numerico; presso i Sufi, il vino simboleggia la conoscenza esoterica, la dottrina riservata ai pochi e che non è adatta a tutti gli uomini, così come non tutti possono bere impunemente il vino. Risulta da ciò che l’impiego del vino in un rito gli conferisce un carattere chiaramente iniziatico; tale è segnatamente il caso del sacrificio «eucaristico» di Melchisedec.

Ed è questo il punto essenziale su cui dobbiamo ora soffermarci.

Il nome Melchisedec, o più esattamente “Melki-Tsedeq”, di fatto non è che il nome con cui la funzione stessa del «Re del Mondo» si trova espressamente designata nella tradizione giudeocristiana.

Abbiamo un po’ esitato a enunciare questo fatto, che comporta la spiegazione di uno dei passi più enigmatici della Bibbia ebraica, ma, poiché avevamo deciso di trattare appunto la questione del «Re del Mondo», non era davvero possibile passarlo sotto silenzio.

Potremmo riportare qui le parole di san Paolo: «Abbiamo molte cose da dire, a questo proposito, e cose difficili da spiegare, poiché siete divenuti lenti a capire».

Ecco innanzitutto il testo del passo biblico: «E “Melki-Tsedeq”, re di “Salem”, fece portare del pane e del vino; egli era sacerdote dell’Altissimo (“El Elion”): E benedisse Abramo, dicendo: Benedetto sia Abramo dall’Altissimo, signore dei Cieli e della Terra; e benedetto sia l’Altissimo, che ha messo i tuoi nemici nelle tue mani. E Abramo gli diede le decime di tutto ciò che aveva preso».

“Melki-Tsedeq” è dunque re e sacerdote insieme; il suo nome significa «re di Giustizia», e nello stesso tempo è re di “Salem”, cioè della «Pace»; ritroviamo dunque qui, innanzitutto, la «Giustizia» e la «Pace», cioè proprio i due attributi fondamentali del «Re del Mondo».

Bisogna notare che la parola “Salem”, contrariamente all’opinione comune, in realtà non ha mai designato una città, ma che, se la si prende quale nome simbolico della residenza di “Melki-Tsedeq”, può essere considerata come un equivalente del termine “Agarttha”. In ogni caso è un errore vedere in essa il nome primitivo di Gerusalemme, perché quel nome era “Jebus”; al contrario, se il nome di Gerusalemme fu dato a quella città allorché gli Ebrei vi fondarono un centro spirituale, fu per indicare che da quel momento essa era come un’immagine visibile della vera “Salem”; bisogna notare che il Tempio fu edificato da Salomone il cui nome (“Shlomoh”), derivato anch’esso da “Salem”, significa il «Pacifico».

Ed ecco ora in quali termini san Paolo commenta ciò che è detto di “Melki-Tsedeq”: «Questo Melchisedec, re di “Salem”, sacerdote dell’Altissimo, che andò incontro a Abramo quando tornava dall’aver sconfitto i re, che lo benedisse e al quale Abramo donò la decima di tutto il bottino; che è innanzitutto, secondo il significato del suo nome, re di Giustizia, poi re di “Salem”, cioè re di Pace; che è senza padre, senza madre, senza genealogia, la cui vita non ha né principio né fine, ma che in tal modo è reso simile al Figlio di Dio; questo Melchisedec rimane sacerdote in perpetuo».

Ora, “Melki-Tsedeq” è rappresentato come superiore ad Abramo, poiché lo benedice, e «senza possibilità di contraddizione, è l’inferiore che è benedetto dal superiore»; e, da parte sua, Abramo riconosce tale superiorità poiché gli fa dono delle decime, in segno di dipendenza.

Si tratta dunque di una vera «investitura», quasi nel senso feudale della parola, con la differenza però che questa è un’investitura spirituale; e possiamo aggiungere che ci troviamo qui al punto di congiunzione fra la tradizione ebraica e la grande tradizione primordiale.

La «benedizione» di cui si parla è propriamente la comunicazione di un «influsso spirituale» al quale Abramo d’ora in poi parteciperà; e si può osservare che la formula usata mette Abramo in relazione diretta con l’«Altissimo», che Abramo stesso invoca in seguito, identificandolo con “Jehovah”.

Se “Melki-Tsedeq” è dunque superiore ad Abramo, così è perché l’«Altissimo» (“Elion”), che è il Dio di “Melki-Tsedeq”, è a sua volta superiore all’«Onnipotente»
(“Shaddai”), che è il Dio di Abramo, ovvero, in altri termini, perché il primo di questi due nomi rappresenta un aspetto divino più elevato del secondo.

D’altra parte, cosa estremamente importante, e forse mai segnalata finora, “El Elion” è l’equivalente di “Emmanuel”, avendo questi due nomi esattamente lo stesso valore numerico; ciò ricollega direttamente la storia di “Melki-Tsedeq” a quella dei «Re Magi», di cui abbiamo già spiegato il significato.

Inoltre, vi si può vedere anche quanto segue: il sacerdozio di “Melki-Tsedeq “è il sacerdozio di “El Elion”:

dunque, se “El Elion” è “Emmanuel”, questi due sacerdozi sono uno solo, e il sacerdozio cristiano, che per altro comporta essenzialmente l’offerta eucaristica del pane e del vino, è veramente «secondo l’ordine di Melchisedec».

La tradizione giudeo-cristiana distingue due sacerdozi, uno «secondo l’ordine di Aronne», l’altro «secondo l’ordine di Melchisedec»; e questo è superiore a quello come Melchisedec è superiore ad Abramo, dal quale è uscita la tribù di Levi e, di conseguenza, la famiglia di Aronne.

Tale superiorità è decisamente affermata da san Paolo, che dice: «Levi stesso, che prende le decime [dal popolo di Israele], le ha pagate, per così dire, per mezzo di Abramo.

Non vogliamo dilungarci ulteriormente sul significato di questi due sacerdozi; ma citeremo ancora le parole di san Paolo: «Qui [nel sacerdozio levitico] vi sono uomini mortali che prendono le decime; ma là vi è un uomo di cui è attestato che è vivente».

Tale «uomo vivente», che è “Melki- Tsedeq”, è “Manu” il quale sussiste in effetti «in perpetuo» (in ebraico “le-“lam”), cioè per tutta la durata del suo ciclo (“Manvantara”) o del mondo che in particolare governa.

Per questo egli è «senza genealogia», poiché la sua origine «non è umana», essendo egli stesso il prototipo dell’uomo; ed è realmente «fatto simile al Figlio di Dio», poiché, attraverso la Legge che formula, egli è, per questo mondo, l’espressione e l’immagine del Verbo divino.

Si possono fare altre osservazioni, e prima di tutto questa:

nella storia dei «Re Magi» noi vediamo tre personaggi distinti, che sono i tre capi della gerarchia iniziatica; in quella di “Melki- Tsedeq” ne vediamo uno solo, che però unisce in sé aspetti corrispondenti alle medesime tre funzioni.

E’ così che taluni hanno potuto distinguere “Adoni-Tsedeq”, il «Signore di Giustizia», che si sdoppia in qualche modo in “Kohen-Tsedeq”, il «Sacerdote di Giustizia» e “Melki-Tsedeq”, il «Re di Giustizia»; questi tre aspetti possono di fatto essere considerati come riferentisi rispettivamente alle funzioni del “Brahƒtmƒ”, del “Mahƒtmƒ” e del “Mahƒnga”.

Benché il nome “Melki-Tsedeq” designi propriamente solo il terzo aspetto, il suo significato generalmente si estende all’insieme dei tre, quindi, se è usato a preferenza degli altri, ciò avviene perché la funzione che esprime è la più vicina al mondo esterno, dunque quella che è manifestata nel modo più immediato.

Del resto, si può notare che l’espressione «Re del Mondo», come quella di «Re di
Giustizia», allude direttamente solo al potere regale; e, d’altra parte, si ritrova anche in India la designazione di “Dharma-Rƒja”, che è letteralmente equivalente a quella di “Melki-Tsedeq”.

Considerando il nome di “Melki-Tsedeq” nel suo significato più rigoroso, gli attributi propri del «Re di Giustizia» sono la bilancia e la spada; e tali appunto sono gli attributi di “Mikael”, considerato come l’«Angelo del Giudizio».

Nell’ordine sociale, questi due emblemi rappresentano rispettivamente le due funzioni, amministrativa e militare, proprie degli “Kshatriya”, funzioni che sono i due elementi costitutivi del potere regale.

Sono anche, geroglificamente, i due caratteri che formano la radice ebraica e araba “Haq”, la quale significa al tempo stesso «Giustizia» e «Verità» ed è servita, presso vari popoli antichi, a designare appunto la regalità.

“Haq” è la potenza che fa regnare la Giustizia, cioè l’equilibrio simboleggiato dalla bilancia, mentre la potenza stessa è simboleggiata dalla spada.

ed è proprio questo che caratterizza il ruolo essenziale del potere regale; d’altra parte, nell’ordine spirituale, è anche la forza della Verità.

Bisogna aggiungere poi che esiste una forma attenuata della radice “Haq”, ottenuta sostituendo il segno della forza spirituale a quello della forza materiale; tale forma “Hak” designa propriamente la «Sapienza» (in ebraico “Hokmah”), sicché essa si addice particolarmente all’autorità sacerdotale, come l’altra al potere regale.

Ciò è confermato anche dal fatto che le due forme corrispondenti si ritrovano, con significati similari, nel caso della radice “kan”, la quale, in lingue molto diverse,
significa «potere» o «potenza» e anche «conoscenza»: “kan” è soprattutto il potere spirituale o intellettuale, identico alla Sapienza (da cui “Kohen”, a sacerdote» in ebraico), e “qan” è il potere materiale (da cui parole diverse che esprimono l’idea di «possesso» e, particolarmente, il nome di “Qain”).

Queste radici e i loro derivati potrebbero senza dubbio dar luogo a molte altre
considerazioni; ma noi dobbiamo limitarci a ciò che riguarda direttamente l’argomento del presente studio.

Per completare il discorso, citeremo quel che la Cabbala ebraica dice della “Shekinah”: essa è rappresentata nel «mondo inferiore» dall’ultima delle dieci “Sephiroth”, chiamata “Malkuth”, cioè il «Regno», designazione abbastanza interessante dal nostro attuale punto di vista.

Ma è ancor più rilevante che, fra i sinonimi dati talora a “Malkuth”, si trovi “Tsedeq”, il «Giusto».

L’accostamento di “Malkuth” e di “Tsedeq”, ossia della Regalità (il governo del Mondo) e della Giustizia, si ritrova nel nome di “Melki-Tsedeq”.

Si tratta qui della Giustizia distributiva e propriamente equilibratrice, nella «colonna di mezzo» dell’albero sephirotico, che va distinta dalla Giustizia opposta alla Misericordia e identificata col Rigore, nella «colonna di sinistra», perché si tratta di due aspetti diversi (e del resto in ebraico vi sono due parole per designarli:

la prima è “Tsedaqah” e la seconda è “Din”). Di questi due aspetti, il primo è la Giustizia nel senso più stretto e più completo insieme, implicante essenzialmente l’idea di equilibrio e di armonia, e legata indissolubilmente alla Pace.

“Malkuth” è a il serbatoio in cui si riuniscono le acque che vengono dal fiume che sta in alto, cioè tutte le emanazioni (grazie o influssi spirituali) che essa poi diffonde in abbondanza».

Tale «fiume che sta in alto» e le acque che ne discendono ricordano stranamente il ruolo attribuito al fiume celeste “Gangƒ” nella tradizione indù: e si potrebbe anche osservare che la “Shakti”, di cui “Gangƒ” è un aspetto, presenta indubbiamente alcune analogie con la “Shekinah”, se non altro per quanto riguarda la funzione «provvidenziale» che è loro comune.

Il serbatoio delle acque celesti è naturalmente identico al centro spirituale del nostro mondo: da lì partono i quattro fiumi del “Pardes”, dirigendosi verso i quattro punti cardinali.

Per gli Ebrei, questo centro spirituale si identifica con la collina di Sion alla quale dànno l’appellativo di «Cuore del Mondo», comune per altro a tutte le a Terre Sante».

Essa diventa così, per loro, in certo modo, l’equivalente del “Mˆru”
degli Indù o dell'”Alborj” dei Persiani.

«Il Tabernacolo della Santità” di Jehovah, la residenza della “Shekinah”, è il Santo dei Santi che è il cuore del Tempio, il quale è esso stesso il centro di Sion (Gerusalemme), come la santa Sion è il centro della Terra d’Israele, come la Terra d’Israele è il centro del mondo».

Ma ci possiamo spingere ancora oltre: non solo tutto ciò che è enumerato qui, prendendolo nell’ordine inverso, ma anche, dopo il Tabernacolo nel Tempio, l’Arca dell’Alleanza nel Tabernacolo e, sull’Arca dell’Alleanza, il luogo dove si manifesta la “Shekinah” (fra i due “Kerubim”), rappresentano altrettante approssimazioni successive al «Polo spirituale».

In modo analogo Dante presenta proprio Gerusalemme quale «Polo spirituale», come
abbiamo avuto occasione di spiegare in altra sede; ma, se appena si esce dal punto di vista propriamente giudaico, ciò diviene soprattutto simbolico e non costituisce più una localizzazione in senso stretto.

Tutti i centri spirituali secondari, costituiti in vista di adattamenti della tradizione primordiale a condizioni determinate, sono, come già abbiamo mostrato, immagini del centro supremo; Sion, in realtà, potrebbe non essere altro che uno di questi centri secondari e tuttavia identificarsi simbolicamente col centro supremo in virtù di tale similitudine.

Come indica il suo nome, Gerusalemme è effettivamente un’immagine della vera “Salem”; ciò che abbiamo detto e che ancora diremo della «Terra Santa», la quale non è soltanto la Terra d’Israele, permetterà di capirlo senza difficoltà.

A questo proposito è assai significativa, quale sinonimo di «Terra Santa», l’espressione «Terra dei Viventi»: tale espressione designa chiaramente il «soggiorno d’immortalità», sicché, nel suo significato più vero, può essere attribuita al Paradiso Terrestre o ai suoi equivalenti simbolici; ma tale appellativo è stato esteso anche alle «Terre Sante» secondarie, e in particolare alla Terra d’Israele.

Si dice che la «Terra dei Viventi comprende sette terre», e, secondo il Vulliaud, «questa terra è Chanaan, dove si trovavano sette popoli».

Questo è indubbiamente esatto in senso letterale; ma, simbolicamente, queste terre potrebbero benissimo corrispondere, come d’altronde quelle di cui si parla nella tradizione islamica, ai sette “dwOEpa” che, secondo la tradizione indù, hanno il “Mˆru” come centro comune. Ma di essi torneremo a parlare più avanti.

Parimenti, quando i mondi antichi o le creazioni anteriori alla nostra sono raffigurati mediante i «sette re di Edom» (il numero settenario è qui in rapporto con i sette «giorni» del “Genesi”), vi è una rassomiglianza, troppo evidente per essere casuale, con le ere dei sette “Manu” contate dall’inizio del “Kalpa” fino all’epoca attuale.

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