GANDHI – Dietro la maschera

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Gandhi e Nehru, considerati i padri della patria Indiana, alleati dello stesso partito; grazie alla loro politica gli intoccabili sono rimasti degli esclusi. Dove è finita la giustizia?

Il travestimento di Gandhi in un sant’uomo era forse una maschera abilmente utilizzata per far credere al mondo esterno che egli rappresentava gli indù?

Alain Daniélou, Histoire de l’Inde, Fayard, Paris 2000
Non violenza e pacifismo. L’influenza di Gandhi sulla gioventù della seconda metà del XX secolo è stata notevole. Molti leader ripresero a loro vantaggio l’ideale della non violenza per dare un’immagine di saggezza. Questo atteggiamento si è trasformato nella tirannia del «politicamente corretto».
L’articolo è tratto dalla rivista Undercover n. 1 – maggio 2002 (traduzione dal francese a cura di D).
Gandhi apparve sulla scena indiana nel 1914 come un personaggio enigmatico, scaltro e ascetico, ambizioso e devoto, uno di quei guru che sembrano esercitare un incredibile magnetismo sulle masse conducendole spesso al disastro. Si chiamava Mohan Das Gandhi. In pochi anni eliminò tutti i suoi capi di partito e diventò una sorta di simbolo per l’India. È praticamente solo con lui che il governo britannico decise il futuro dell’India, e questo nel modo più disastroso perché culminò nella divisione del Paese, in uno fra i maggiori massacri della storia, nell’eliminazione del sistema sociale e della cultura tradizionale, nella soppressione della casta dei principi, nel genocidio delle tribù primitive, nella rovina delle caste di artigiani ridotte a un miserabile proletariato. Tutto questo è stato presentato come un progresso.
I letterati indù consideravano Gandhi una sorta di anticristo e quando venne assassinato resero cerimonie di ringraziamento. Ma ormai era troppo tardi: mentre era in vita nessuno seppe opporsi al suo nefasto influsso. Passerà ancora molto tempo finché le vittime del suo carisma, sia in India che in Occidente, oseranno fare un bilancio del suo operato. Una religiosità sentimentale legata alla mancanza di scrupoli sembrano essere elementi favorevoli alla creazione di personalità che esercitano un magnetismo sulle masse.
Gandhi aveva molto in comune con i guru che, ai giorni nostri, affascinano un gran numero di persone apparentemente ragionevoli.
Per capire il personaggio di Gandhi, va ricordato che egli era un Bania, ossia un membro della casta dei mercanti, e che, in India, a ogni casta corrispondono particolari concezioni morali, intellettuali, religiose che ne fanno una specie di setta. In Occidente, il gruppo più vicino per mentalità ai commercianti indiani è forse quello dei Quaccheri inglesi.
Le caratteristiche della casta da cui proveniva Gandhi sono l’estremo puritanesimo, il vegetarismo più assoluto, l’assenza totale di preoccupazioni metafisiche o filosofiche ma, in compenso, il più grossolano sentimentalismo religioso che si esprime in un’arte vagamente sansulpiziana, le cui immagini colorate sono oggi ampiamente diffuse. La carità fa parte delle virtù che giustificano l’asprezza del commerciante per il guadagno, ma non certo la giustizia sociale. Un puritanesimo glaciale maschera la disonestà in tutto ciò che concerne le questioni di denaro e gli affari. Ovunque si trovino, i mercanti indiani finiscono per impossessarsi di tutto.
Le sue origini spiegano perché questo personaggio apparentemente ascetico ebbe sempre l’appoggio incondizionato del grande capitale indiano (i Birla, i Tata) e, d’altro canto, perché le riforme sociali che egli intraprese finirono sempre per giovare alla borghesia commerciante e ai possidenti terrieri. La solidarietà di casta giocava a suo favore, mentre il mondo dei Bramani e quello dei principi riguardava questo Bania, esaltato con diffidenza e, talvolta, con un certo disgusto. La politica del Congresso, guidata da questo strano asceta, avrebbe portato al trionfo della casta di commercianti, industriali e capitalisti.
Gandhi, sergente maggiore del reparto ambulanze dell’esercito britannico ai tempi della guerra boera

Mohan Das Gandhi (1869-1948) era figlio di un funzionario al servizio di un piccolo principe del Kathiawar. In Inghilterra fece studi di avvocatura e divenne membro del foro di Londra. Vestito della toga nera e del colletto rigido dell’avvocato inglese, si recò nel Sudafrica per dirigere un movimento che esigeva l’uguaglianza dei diritti per Indiani ed Europei. Dopo un breve soggiorno nelle carceri di Pretoria, giunse in India nel 1914 e cominciò subito a svolgere un ruolo nell’effervescente clima politico che regnava durante la prima guerra mondiale.

A poco a poco Gandhi si impossessò della direzione del partito del Congresso, allontanandone i grandi leader moderati quali erano stati Tilak, Lajpat Rai, S.N. Banerjee, Gokhale e Annie Besant.
Alla fine della guerra l’impero turco venne smembrato, e il sultano fu deposto. Questi era il califfo dei credenti musulmani e la sua caduta colpì profondamente i musulmani dell’India. Il principale beneficiario di questo smembramento fu la Gran Bretagna.

A poco a poco Gandhi cambiò personalità e aspetto. Il giovane avvocato rivoluzionario anglicizzato, venuto dal Sudafrica, si trasformò in un monaco indiano, seminudo e vestito di saio. Qualcuno affermò che questa trasformazione gli era stata suggerita dal leader musulmano, membro del Congresso, Mohammed Ali Jinnah. L’aspetto di profeta biblico di Gandhi ispirava fiducia alle masse popolari indiane e impressionò gli Occidentali. I suoi compagni gli conferirono il titolo di Mahatma (grande anima). Tuttavia egli non riuscì mai a convincere le élite del mondo tradizionale indù che lo consideravano un impostore e un pericoloso politicante.

L’uso che Gandhi fece della teoria della non violenza come arma politica non ha nulla a che vedere con la tradizione indù. La non violenza è una tecnica di perfezionamento strettamente individuale che non può servire a fini politici né trovare posto nei governi di Stato. Tutta la Bhagavad Gita è infatti una lezione data ad Arjuna che voleva rinunciare alla violenza sottraendosi
L’induismo non è una religione, nel senso che generalmente viene attribuito a questo termine. Nell’induismo non vi sono profeti che abbiano stabilito una volta per tutte delle «verità» a cui bisogna credere o regole di condotta inalterabili e comuni a tutti. L’induismo è una filosofia, un modo di pensiero che penetra e coordina tutti gli aspetti della vita cercando di armonizzarla con un mondo infinitamente diversificato, le cui cause profonde sono fuori della portata della mente umana. Perfino nelle classi sociali meno evolute, la tolleranza appare come una virtù fondamentale. Ognuno cerca di fare del suo meglio, secondo le proprie capacità, ma nessuno può sapere qual è la via che un altro deve seguire per avvicinarsi al divino, per realizzare ciò che è. Infatti tutti gli esseri sono diversi e nessuno può giudicare le intenzioni misteriose degli dèi che fanno nascere gli uni ricchi, belli, intelligenti e robusti, e gli altri poveri, brutti, stupidi o malati.
La violenza, l’eccessiva baldanza, il dogmatismo sconsiderato, il proselitismo dei musulmani e dei cristiani appaiono atteggiamenti ingenui ed empi agli indù.
Quale folle può pretendere di essere informato sulle intenzioni segrete degli dèi? Per questo motivo le conversioni degli indù all’Islam e al Cristianesimo sono state rare e hanno avuto luogo soltanto nelle classi sociali inferiori; e questo con la forza, per interesse o per necessità di sopravvivenza. Queste conversioni rimangono per lo più superficiali. In India esistono numerosi musulmani che sono vegetariani, osservano le regole di purificazione indù, venerano Kali, la dea della morte, e cantano gli amori di Krishna. La maggior parte degli sciiti, come i Persiani, sono inclini al misticismo e la loro concezione dell’Islam è molto diversa da quella dei Sunniti, puritani e aggressivi.
Le manovre politiche che permisero di sollevare l’una contro l’altra queste due comunità, tra di loro molto imbricate, erano state preparate da molto tempo allo scopo di portare a un’eventuale divisione dell’India, con l’idea di permettere all’Inghilterra di mantenere il controllo sul Subcontinente indiano quando l’indipendenza sarebbe risultata inevitabile.
Prendendo il pretesto delle sommosse da esso organizzate, il governo britannico propose una divisione dell’India tra il Pakistan musulmano e un’India indù (Bharat). Ciò venne accettato dalla Lega musulmana, e anche dal Congresso, nonostante l’opposizione di tutti gli elementi moderati, indù e musulmani.
Mettendo sullo stesso piano l’India e il Pakistan, l’Inghilterra aveva diviso il Subcontinente in uno stato laico multireligioso, in cui i diritti dei cittadini erano definiti da leggi moderne, e uno stato teocratico, il Pakistan, in cui era ammessa soltanto la legge coranica, che non riconosce alcun diritto ai non-musulmani della cui uccisione fa un atto meritorio. I partiti indù non furono mai consultati da Nerhu, un agnostico, e Gandhi, un illuminato riformista, che non rappresentavano affatto la popolazione indù.
Il travestimento di Gandhi in sant’uomo era una maschera abilmente sfruttata per far credere al mondo che egli rappresentasse gli indù.
Più della metà dei Musulmani restarono in India; al contrario gli Indù del Pakistan furono spogliati, massacrati, privati dei diritti civili e di ogni protezione. I sopravvissuti abbandonarono in massa le loro abitazioni, le loro terre, i loro villaggi, in un esodo che fu uno dei più sbalorditivi dei tempi moderni. Milioni di sventurati trovarono rifugio in un’India già sovrappopolata. Parecchi morirono di fame e di miseria in campi improvvisati o nelle strade di Calcutta, trasformate in corte dei miracoli. I massacri e i trasferimenti di popolazione che seguirono alla divisione furono davvero spaventosi. Secondo una stima moderata i morti furono 500.000 e 10 milioni i profughi. Quando la tensione causata dai rifugiati minacciò di provocare un massacro dei musulmani rimasti in India, Gandhi, che aveva firmato a malincuore gli accordi di spartizione ed era partito per cercare di sedare l’agitazione del Bengala, tornò a Delhi per difendere i musulmani minacciati di rappresaglie e per esigere il pagamento al Pakistan di una parte delle riserve monetarie.
Il 20 gennaio 1948 egli venne assassinato mentre assisteva a una riunione di preghiera a Nuova Delhi. Il motivo principale di questo assassinio, per mano di un giovane Bramano appartenente al partito ortodosso, fu l’inquietudine suscitata dall’ostilità di Gandhi verso le istituzioni tradizionali degli Indù, considerata ben più perniciosa che non l’indifferenza inglese. Un altro motivo fu l’atteggiamento troppo conciliante di Gandhi verso i musulmani, nonostante i terribili massacri che avevano preceduto e seguito la divisione dell’India. Gandhi raccomandava di ottenere la cooperazione con l’amore e il disinteresse, mentre i musulmani dell’India e del Pakistan cantavano ovunque: «Abbiamo avuto il Pakistan con una canzone, Delhi ci costerà una battaglia». In India tutte le pubblicazioni dell’apologia pronunciata dall’omicida per spiegare il suo gesto sono state vietate.

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