FRATELLI D'ITALIA: TOO BIG TO FAIL!

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A qualcuno potrebbe sembrare solo una visione sentimentale, ispirata al momento particolare che sta vivendo la nostra nazione, una visione sentimentale idealizzata e senza razionalità ad uso e consumo delle masse popolari, quello che in molti chiamano populismo, ma in realtà ci sono mille motivo per i quali noi siamo troppo grandi per fallire.

In questi giorni ho ascoltato molti menestrelli del settore raccontarci che ciò che sta accadendo all’Italia non ha nulla a che fare con un’attacco speculativo, gli hedge e le banche d’investimento americane, alcuni fondi non centrano nulla.

Negli ultimi giorni tutti vendevano titoli italiani, banche, fondi pensione, piccoli risparmiatori, casalinghe. La Consob ci dice che da lunedi le vendite allo scoperto non erano poi molte, figurarsi chi viaggia a 300 all’ora dopo che la stradale ha comunicato ala mondo intero che il limite è ora di 50 all’ora!

Se c’è qualcosa che deve essere estremamente chiaro è che il sistema finanziario in genere è intrinsecamente instabile e fragile basato quasi esclusivamente sulla fiducia.

Nelle scorse settimane in molti si sono prodigati nel lasciare qua e la messaggi fuorvianti, dalle agenzie di rating ai fondi di investimento come abbiamo visto nelle scorse settimane, ma non solo una grande favore l’ha fatto anche la totale inerzia ed ingenuità della politica nostrana ed europea, scatenando il panico, la mancanza di fiducia in un paese ormai troppo grande per fallire.

Abbiamo trascorso le ultime settimane a condividere razionalmente i punti di forza relativa del nostro sistema finanziario, a cercare di smascherare le contraddizioni delle agenzie di rating, ultimamente diventate una sorta di azienda della nettezza urbana, visto come si sono prodigate a rendere spazzatura gli impegni di alcune Nazioni Sovrane, ultima ieri l’Irlanda, per non sbagliarsi.

Abbiamo cercato di ragionare in maniera razionale, in un sistema dove la teoria delle aspettative razionali è stata spazzata via dalle vicende della storia, della Grande Crisi, senza dimenticare che senza la fiducia qualunque sistema finanziario è fallito.

Le dichiarazioni di Bernanke durante la Grande Crisi, secondo il quale il sistema finanziario americano era fondamentalmente solido fanno sorridere.

Francamente, come ho scritto nel mio libro ( un libro scritto con linguaggio semplice per l’uomo di tutti i giorni… ) ricordando una frase del grande J.K.Galbraith … è ciò che agli uomini che sanno che le cose vanno fondamentalmente male fa dire che la situazione è fondamentalmente sana … qualche brivido lungo la schiena scorre mentre sto scrivendo questo post ma qui non si sta dicendo che la situazione è fondamentalmente sana, anche perchè sono anni che condivido i rischi di una seconda Grande Depressione, sulla base di analisi empiriche e storiche.

Ma andiamo al nocciolo della questione!

E’ affascinante notare che la Germania con il suo glorioso Bund, riferimento che in questi giorni ha fatto da parametro per osservare il differenziale con tutti gli altri paesi europei dicevo, la Germania secondo il FinancialTimes, tramite il suo sistema finanziario sembra stia attaccando pesantemente la pubblicazione degli stress test di venerdi ad opera dell’EBA European Banking Association, sostenendo che informazioni cosi dettagliate potrebbero peggiorare la crisi del debito sovrano e incoraggiare speculazioni mirate contro singoli istituti finanziari.

Ma spaglio o la speculazione non c’entra nulla in questa crisi!

L’associazione in questione che rappresenta le lobby dei più grandi gruppi finanziari tedeschi sostiene che tali informazioni potrebbero innescare ulteriore volatilità nei mercati, violare la riservatezza del business ( …buona questa ) ed esporre le banche a rischi legali (…ops!)

Il livello delle informazioni nel dettaglio deve essere significativamente ridotto ci dicono dalla Germania, l’incertezza approfondirà poiché i dati spesso divergono profondamente dalle previsioni di mercato.

Fantastico sappiamo che le previsioni in fondo non corrispondono quasi mai alla realtà e che in Germania c’è qualche scheletro di troppo, non male per il parametro di riferimento europeo.

Addirittura la BaFin, ente regolatore del sistema finanziario tedesco ha accusato di illegittimità l’EBA in quanto ha stabilito impropriamente le regole che stabiliscono i livelli di patrimonializzazione delle banche.

Ci sono altre informazioni nell’articolo in questione, ma a noi bastano queste ricordando che alcune fonti bancarie italiane non condividono le preoccupazioni tedesche. Affascinante no!

Ora diamo un’occhiata alla realtà del debito pubblico italiano e cerchiamo di comprendere per quale motivo il nostro paese oggi è troppo grande per fallire senza dimenticare tutte le analisi e considerazioni precedentemente condivise.

Sempre sul Financial Times abbiamo una riassunto presumibilmente attendibile, costruito su informazioni provenienti dalla Banca internazionale dei Regolamenti fonte di assoluta affidabilità dal titolo Dove sta la maggiore esposizione verso l’Italia? nella quale si può osservare come l’esposizione internazionale verso il nostro Paese è enorme ovvero solo nel settore del debito pubblico si tratta di oltre 261 miliardi di euro ben più dei circa 210 miliardi complessivi di Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia.

Come abbiamo visto nelle scorse settimane il sistema bancario europeo detiene circa l’84 % dell’intero debito pubblico detenuto dalle banche mondiali ecco un buon motivo per non speculare troppo contro l’Italia da parte dell’Europa, il che conferma che l’attacco in atto ha origine essenzialmente in America!

Quello che affascina inoltre è l’ultima Lex Colum del sempre feroce nei nostri confronti, Financial Times dal titolo SPAGHETTI WESTERN secondo la quale i mercati ora stanno “irrazionalmente” sopravvalutando i rischi della moneta unica sottistimando invece quanto sta accadendo in America.

” Gli attacchi all’Italia sono senza senso…” i mercati sarebbero preoccupati per le nostre banche ma è difficile che una nazione che non ha subito la bolla immobiliare possa vivere una qualsiasi iminente crisi… questa evoluzione ha poco senso…l’irrazionalità di costruire il futuro sul debito americano e via dicendo, affascinante davvero!

Colin Stewart inoltre sostiene che … all of the Italian ‘exposures’ are credit-worthy and performing… molte delle esposizioni all’Italia sono degne di credito e performanti.

Ma andiamo oltre e diamo un’occhiata all’esposizione verso i cosidetti credit default swap, ovvero contratti di assicurazione che ti assicurano contro il rischio di fallimento di uno stato.

Questa sembra essere la situazione secondo Bloomberg.

Thanks to : ZeroHedge

Il livello di rischio per l’intero sistema finanziario europeo e mondiale è evidente nel grafico qui sopra, ma la sorpresa è che negli ultimi mesi il rischio è aumentato soprattutto nei confronti della Francia, della Spagna e del Belgio, si quello che Moody’s ha appena confermato il rating a stabile, lo Stato nel quale la stabilità politica fa rima con 13 mesi senza Governo

Altre Al
Appena troverò il tempo cercherò di verificare nei dettagli quale è in realtà l’esposizione delle banche americane e inglesi ai CDS italiani, lo tsunami potrebbe essere imponente.

Altre informazioni che noi già conosciamo le troviamo sul Sole24Ore (…)Di statistiche puntuali e ufficiali sull’esatta consistenza dei titoli di stato italiani nei portafogli dei non residenti non ne esistono: ma secondo le stime degli addetti ai lavori circa 700 miliardi di euro di BTp e 90 miliardi tra BoT e CTz si trovano all’estero. I CcT, per poco più di 150 miliardi, e meno della metà dei BTp e BoT sarebbero invece tutti in Italia. Stando agli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali risalenti alla fine del 2010, la quota dei titoli di stato italiani detenuta dalle banche tedesche, francesi e inglesi è superiore all’ammontare dei bond governativi portoghesi, greci e irlandesi posseduti da quelle stesse bancheLa Banca d’Italia stima che nel 2010 gli stranieri abbiano aumentato i BTp e CTz in portafoglio con acquisti netti per oltre 64 miliardi, portando la quota del debito italiano in mano ai non residenti dal 50 al 52 per cento. Gli investitori sono fuggiti da Grecia, Irlanda, Portogallo e persino Spagna e hanno investito in titoli italiani.
Ad oggi, le banche italiane dovrebbero detenere circa 200 miliardi di titoli di stato. A tanto ammontava la quota rilevata dalla Banca d’Italia a fine 2010 e quanto risulta attualmente stando a fonti vicine al ministero dell’Economia. Deutsche bank ha calcolato che la percentuale dei BTp, CcT e BoT nei portafogli degli istituti di credito italiani lo scorso gennaio orbitava attorno ai 260 miliardi: poi questa esposizione è stata alleggerita ed è calata a circa 190 miliardi, scendendo dal 16% dello stock del debito al 14,5 per cento. I risparmiatori italiani, che prima dell’euro possedevano una percentuale molto consistente di BoT e CcT, con l’arrivo della moneta unica e il crollo dei tassi d’interessi hanno ridotto i loro investimenti in questi strumenti e adesso la loro quota sul totale dello stock del debito in circolazione oscilla tra il 5 e l’8 per cento.

(…) Nell’articolo ulteriori informazioni.
(…)
Inoltre non possiamo dimenticare che sembra che la Cina detenga circa il 13 % del nostro debito pubblico e che anche il Giappone non scherza anche se non ho dati ufficiali da questo lato.

Ora la calma dopo la tempesta dovrebbe essere temporanea, quando la speculazione mira un Paese poi non lo lascia tanto facilmente. Domani avremo l’asta dei BTP e a parte l’usanza di vendere lo scoperto i titoli da parte delle banche per prepararsi alle varie aste dei titoli di Stato ho l’impressione che un nuovo tornado stia per arrivare, anche se potrebbe essere solo una sensazione.

Come scrive giustamente il Corriere della Sera il rischio è che se il dato si consolida, il costo medio del debito pubblico italiano aumenterà sensibilmente, la manovra volta al pareggio del bilancio dello Stato nel 2014 si rivelerà insufficiente e i conti delle banche dovranno registrare pesanti minusvalenze sui vecchi titoli in portafoglio che si troverebbero a pagare interessi più bassi: abbastanza per vanificare le operazioni di rafforzamento patrimoniale fatte negli ultimi due anni e per indebolire la disponibilità di credito all’economia reale.

Ciò che scrive William Buiter, capo economista di Citigroup, su Bloomberg in merito al rischio di fallimento dell’asta di titoli italiani senza il supporto della BCE è totalmente privo di fondamento.

L’importo è minimo e il sospetto è che il solito conflitto di interesse imporrebbe a determinati personaggi di evitare di condividere le proprie immaginazioni.

Pubblicato da icebergfinanza | Commenti (16)

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