SANATHANA DHARMA: L'INDUISMO

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Non esiste al mondo religione più antica dell’Induismo, sempre ché lo si voglia chiamare religione, termine alquanto improprio per indicare l’insieme di culti, usi, culture e filosofie sviluppatisi nel sub continente indiano negli ultimi tre millenni.

In realtà gli stessi Indù non hanno mai dato un nome alla loro religione, è sempre stata la Religione, dovendo necessariamente definirla utilizzano il termine SANATHANA DHARMA, la Lex Eterna equivalente orientale di quella che in Occidente è nota come Philosophia Perennis.

Queste pagine sono una breve sinapsi che tratteggia i punti più importanti dell’Induismo, con l’intento di fornire uno strumento facilmente accessibile a chi desideri approfondire un qualsiasi argomento pertinente all’India in genere.

I testi dell’Induismo formano un complesso eccezionalmente ampio e importante, anche se, secondo la tradizione, si è conservata solo una minima parte di tutto il materiale originario.

Queste scritture ci sono state trasmesse come suddivise in scuole, chiamate tradizionalmente “rami”, inizialmente quattro di numero in corrispondenza con la quadruplice funzione degli officianti incaricati delle cerimonie, e poi scisse in “rami” ulteriori in relazione agli insegnamenti particolari attraverso i quali si sono avuti lo sviluppo progressivo della pratica religiosa e la sua diffusione in tutta l’India.

Un fatto certo è che non ci sono giunte né tutte le scuole primitive, né tutti i rami secondari (così come neppure la totalità o l’integrità dei testi di uno stesso ramo), che sicuramente dovevano essere molti.

I VEDA

I testi più importanti, e quindi più antichi, sono le quattro “raccolte” (Samhita) che costituiscono ciò che vengono chiamati i quattro Veda.

La parola veda, che significa “sapere”, si usa anche, in un senso più esteso, per indicare tutta o parte della letteratura successiva, fondata sull’uno o sull’altro delle quattro Samhita.

Queste sono:

* RIG VEDA o “VEDA DEI VERSI DA RECITARE”

il più antico documento della letteratura indiana.

È una raccolta di 1.028 inni alle divinità, una specie di antologia ottenuta raccogliendo frammenti vari conservati dalle vecchie famiglie sacerdotali. La maggior parte di questi inni si riferiscono, più o meno direttamente, al sacrificio del soma, anche se alcuni hanno un legame molto vago o del tutto assente con il culto.

* YAJUR VEDA o “VEDA DELLE FORMULE”

ci è pervenuto in diverse recensioni:

lo Yajur Veda Nero, composto dalle “formule” che accompagnano la liturgia e da elementi di un commentario in prosa, e lo Yajur Veda Bianco che comprende le sole formule.

* SAMA VEDA o “VEDA DEI VERSI DA CANTARE”

è una raccolta di versi come il Rig Veda, da cui del resto proviene la maggior parte dei canti, arrangiati qui in vista dell’esecuzione del canto sacro e chiosati da annotazioni musicali.

* ATHARVA VEDA

una raccolta analoga a quella del Rig Veda, ma di carattere in parte magico e in parte speculativo.

La tradizione spesso parla dei “tre Veda” o della “triplice scienza”, dato che implicitamente considera l’Atharva come estranea all’alta dignità propria dei “tre Veda”.

* BRAHMANA

Vengono poi, in ordine cronologico, i Brahmana, o “Interpretazioni sul Bramhan”, commentari in prosa che spiegano sia i riti che le formule che li accompagnano: ve ne è uno unito a ciascun Veda, e due o più per i Veda nel loro complesso, a eccezione dell’Atharva.

Questi due primi segmenti della letteratura vedica formano la cosiddetta sruti, o “rivelazione”, il che significa che sono considerati di origine divina, risultati di una comunicazione “veggente”, fatta a certi umani privilegiati.

La sruti comprende anche dei brevi testi, complementari ai Brahmana, chiamati Aranyaka o “Trattati delle foreste”, fatti per essere recitati lontano dagli agglomerati umani, e le Upanishad, o “Vicinanze”, impegnate in speculazioni filosofiche.

Gli altri documenti connessi ai Veda appartengono alla smriti o “tradizione mnemonica”.

Tra questi ci sono prima di tutto i Sutra, o “Aforismi”, vale a dire testi composti in uno stile abbreviato, destinati a essere imparati a memoria dagli apprendisti della liturgia.

Ne esistono in gran numero per i vari “rami”, per le cerimonie solenni e per i rituali “domestici”, così come ve ne sono altri che riassumono insegnamenti di carattere più generale, e segnano in questo modo l’inizio di un diritto civile e penale che nasce a poco a poco dalla ganga delle prescrizioni sacerdotali.

Questa letteratura viene completata da una serie di testi scritti sia in aforismi che in prosa o, a volte, in versi, il cui compito è la formazione complessiva di un addetto ai rituali:

trattati di metrica, di fonetica, d’astronomia, liste diverse, tavole degli argomenti, e così via.

L’insieme è redatto in sanscrito, un sanscrito arcaico che contiene un certo numero di peculiarità che in seguito verranno perse.

Gli Inni e le “formule” (incluse sotto il nome di mantra) sono di un arcaismo più pronunciato della prosa che li ha seguiti.

Si deve però dire che in generale non è facile stabilire la cronologia interna di questa prima letteratura e ancor meno la sua cronologia assoluta.

La redazione del Rig Veda può essere situata, in via ipotetica, verso il decimo o il dodicesimo secolo prima di Cristo, mentre i testi vedici successivi, cioè gli “annessi” ai Veda e le grandi Upanishad, tra il sesto e il quinto secolo, anche se la preparazione di questi ultimi deve essere avvenuta molto prima e il completamento dei vari trattati vedici isolati più tardi.

La trasmissione e la stessa preparazione avvenivano oralmente e solo molti secoli dopo sono state fissate nella scrittura. Tuttavia, anche al giorno d’oggi sopravvivono in tutta l’India dei cantori che tramandano oralmente vaste porzioni del Veda con estrema esattezza.

FILOSOFIE

Le principali filosofie dell’India sono otto, sei ortodosse e due eterodosse. Quelle ortodosse riconoscono l’autorità dei Veda e vengono normalmente definite come darshana bramanici (punti di vista sulla Realtà Ultima), perché esse espongono una visione della Realtà esperita da più punti di vista.

Occorre considerare che i darshana bramanici non sono da considerarsi come filosofie prodotte dall’ingegno dell’intelletto umano, ma piuttosto come l’esposizione delle esperienze di quei filosofi che hanno esperito gli stati di coscienza o realtà che espongono.

Questo rende i darshana bramanici dei percorsi spirituali percorribili avendone le giuste qualificazioni e con l’ausilio di un Filosofo che abbia già realizzato la meta che si intende perseguire.

* NYAYA – REALISMO LOGICO
* VAISESIKE – PLURALISMO ATOMISTICO
* SAMKHYA – REALISMO, DUALISMO & PLURALISMO
* YOGA – METODO DI UNIONE PER RAGGIUNGERE LE METE DEFINITE NEL SAMKHYA
* PURVA MIMANSA – RITUALISMO DOGMATICO & REALISMO PLURALISTICO
* VEDANTA o UTTARA MIHANSA – NON DUALISMO

Le Filosofie eterodosse, nonostante la radice vedica, non si riconoscono nei Veda.

* BUDDISMO – IDEALISMO ETICO
* JAINISMO – REALISMO PLURALISTICO

IL DHARMA

Dharma (in devanāgarī: “धर्म”) è un termine sanscrito che presso le religioni e le filosofie religiose dell’Asia meridionale riveste numerosi significati.

Può essere tradotto come “Dovere”, “Legge”, “Legge cosmica”, “Legge Naturale”, oppure “il modo in cui le cose sono” o come equivalente del termine occidentale “Religione”.

IL KARMA

Legge della natura secondo cui ogni azione materiale, buona o cattiva, comporta una conseguenza che lega ancora più il suo autore all’esistenza condizionata e al ciclo di nascite e morti (Reincarnazione).

LE DIVINITA’ INDU’

BRAHMA

Personificazione del supremo Brahman, è il creatore dell’universo e membro, insieme a Shiva e Vishnu, della Trimurti indù, triade divina di formazione postvedica.

Benché l’attività creatrice sia stata attribuita a diverse divinità nel periodo vedico più antico, nell’epoca dei Brahmana (un genere di letteratura vedica interessata al dogma e al rituale, ma ricca anche di riferimenti mitici e speculazioni filosofiche) il dio padre, Prajapati (l’epiteto vedico di Brahma), appare l’unico creatore; nella Manu Smriti o Leggi di Manu si afferma che Brahma, già autonomamente esistente, crea il mondo dall’uovo cosmico e la sua esistenza si protrae per un tempo così lungo da non essere paragonabile alle grandezze concepibili dall’uomo.

Le tradizionali rappresentazioni indù di Brahma lo raffigurano nato da un loto che spunta dall’ombelico di Vishnu e dotato originariamente di cinque teste, una delle quali viene tagliata da Shiva.

Sua sposa è Sarasvati, la personificazione dell’eloquenza, la dea del sapere e delle arti che costituisce una delle numerose personificazioni della Grande Dea.

Nell’attuale religione indù Brahma svolge un ruolo di secondo piano:

Vishnu, Shiva e la stessa Sarasvati vengono venerati più diffusamente di questo dio.

SHIVA o SIVA

Shiva fra le deità del pantheon indiano è una delle più importanti, più antiche e più complesse.

Trattare questa immagine del Divino in maniera esauriente è estremamente difficile, perché nei diversi culti assume diversi significati o aspetti.

Pertanto se venisse trattato in maniera univoca vedremmo una serie di aspetti spesso in mutua contraddizione. In realtà la figura di Shiva è così importante in tutti i culti che riveste in ognuno di essi un’importanza non secondaria, portando quindi le diverse connotazioni in una analisi generale.

Egli è insieme il distruttore e il restauratore, il primo degli asceti e il simbolo della sfrenata sensualità che turba le mogli degli asceti della foresta, è un benevolo pastore di anime e un pericoloso tentatore, è l’infanticida che uccide il figlio che la moglie Parvati ha creato dagli umori del proprio corpo, affinché ci sia qualcuno che tenga lontani i disturbatori, ma è anche quello che lo risuscita, una volta compreso l’errore, donandogli al testa di elefante e così la sapienza. Alcuni studiosi hanno visto nella sua figura la tipica tendenza nell’Induismo di racchiudere in un’unica figura ambigua delle qualità complementari.

In realtà come abbiamo spiegato nella presentazione del Pantheon indiano, essendo mancato nella storia indù un potere insieme religioso e temporale che sterminasse gli avversari, nessuno ha mai stabilito quale fosse il canone del Divino e delle sue forme. Per trattare questa figura, la cosa migliore è trattarne gli aspetti principali uno per uno.

Gli epiteti più diffusi per indicarlo sono:

Shambhu (“Benigno”), Shankara (“Benefico”), Pashupati (“Signore degli Animali”), Mahesha (“Grande Signore”), and Mahadeva (“Signore Supremo”).

SHIVA SHAKTI

Come molteplici sono le forme di Shiva, così molteplici sono le sue divine consorti, specialmente se consideriamo i Purana.

Esse rappresentano la potenza del determinato aspetto che di volta in volta Shiva incarna.

Abbiamo così Uma, la benefattrice; Sati, la sposa che si getta nel fuoco durante il sacrificio officiato dal proprio padre, Daksha, reo di avere escluso Shiva dai sacrifici per il suo aspetto dimesso e da asceta; Parvati, figlia dell’Himalaya; la nera Kali, la distruttrice; la Bhairavi e Durga .

Spesso viene indicata come sua consorte l’aspetto supremo femminile del Divino, Shakti.

La coppia divina, insieme ai figli (Skanda dalle sei teste e Ganesha dalla testa di elefante), vive sul Monte Kailasa nel massiccio dell’Himalaya.

Da Sati venne l’uso del “suicidio” rituale delle vedove che venivano immolate dai parenti del marito sulla pira funeraria del consorte, spesso perché la moglie poteva distogliere parte del patrimonio familiare sposando un altro uomo, o tornando presso la propria famiglia e conducendo con se la dote originaria.

IL SIGNORE DELLA DANZA

SHIVA viene immaginato danzante nell’eterno presente, è la sua danza che manifesta l’universo, lo preserva e lo dissolve, e all’interno di questo ciclo Shiva manifesta anche il ciclo samsarico, dove i singoli jiva (anime) discendono sino alla definitiva liberazione.

FERTILITA’

Il linga o fallo, è il simbolo per eccellenza di Shiva, venerato come emblema dell’energia creativa.

SHIVAISMO

Lo Shivaismo è uno dei principali culti indiani e Shiva in tale ambito viene considerato anche il Signore Supremo, in ambito metafisico, col termina Shiva si indica la stessa Realtà Assoluta a sinonimo di Brahman.

Nell’ambito della Trimurti, il Dio persona (Iswara), Shiva è il principio dissolutore, mentre Vishnu è il principio di mantenimento e conservazione, mentre Brahma è i principio creatore (distinto dal Brahman inteso come Realtà Assoluta).

L’intervento positivo di Shiva nel mondo manifesto, per uno Shivaita è continuo. Mentre i culti Vaishnava (i culti di Vishnu) prevedono la venuta diretta di Vishnu nel mondo attraverso delle incarnazioni divine che possono avere o meno la pienezza dei poteri solitamente appartenenti alla Divinità stessa, nello Shivaismo il guru stesso che dona l’iniziazione e l’upadesha (insegnamento) è una incarnazione di Shiva.

Shiva è presenza attiva nella vita del devoto e dell’aspirante.

VARANASI – SULLA RIVA DEL FIUME SACRO (BENARES) – DOCUMENTARIO

VISHNU

L'”onnipervadente”, una delle tre grandi divinità dell’induismo insieme a Shiva e Brahma. Divinità degli spazi, Vishnu è diventato il centro dell’attenzione di molte sette di devoti (vaishnava) dalle molteplici credenze e pratiche.

Inizialmente Vishnu era una divinità minore (nei Veda è fratello di Indra).

Nei Purana Vishnu assume maggiore importanza: fedele al suo ruolo di conservatore, si dice intervenga nel mondo quando l’ordine universale è minacciato per ristabilire il dharma (l’ordine delle cose) e salvare i propri devoti manifestandosi nelle sue incarnazioni o “discese” (avatara) che secondo la tradizione possono essere quattro, sei, dieci, ventidue o teoricamente infinite.

Si pensa attualmente che esse siano dieci:

Matsya (pesce), Kurma (tartaruga), Varaha (cinghiale), Narasimha (uomo-leone), Vamana (nano), Parashurama (Rama con l’ascia), Rama, Krishna, Buddha e Kalki (l’incarnazione ventura).

La presenza del Buddha in questo elenco mostra come il concetto degli avatara sia stato usato per sincretizzare il culto di Vishnu con altri culti; inoltre le infinite possibilità di manifestazione di Vishnu garantiscono che il dio continuerà a trasformarsi assimilandosi e integrandosi con le divinità locali.

Oltre alle loro specifiche discese, tutti gli avatara sono contemporaneamente presenti, e restano così disponibili ai fedeli; per questo tutti i templi vaishnava sono dedicati a specifiche forme del dio.

* Il Visnu vedico.

Divinità minore della religione vedica, Visnu è tuttavia presentato nel Rig-Veda come l’alleato di Indra e il «salvatore degli dei».

Questi sono combattuti, con successo, dai demoni comandati dal gigante Bali; Visnu, sotto la forma di un nano, stringe con Bali il seguente patto:

Lo spazio riservato agli dei sarà compreso, gli dice, fra tre dei miei passi; il resto del mondo ti apparterrà.

Il gigante accetta e Visnu varca il cielo con il suo primo passo, la terra con il suo secondo passo e gli inferi con il suo terzo passo.

Da questo il soprannome di Visnu: Trivikrama (Visnu dai tre passi).

* Visnu nell’induismo.

Il culto di Visnu si sviluppò nelle regioni indiane in riferimento a due incarnazioni (avatara) già note alla religione vedica: Krisna e Rama.

Sembra oscura la ragione per cui Visnu sia diventata una figura di primo piano proprio nella religione induistica, seppur conosciuta dalla letteratura vedica.

É evidente, invece, come il processo storico-religioso indiano abbia favorito l’accrescere progressivo dell’ascendenza mistica di questa divinità.

Come abbiamo accennato, il culto di Visnu risulta dall’adorazione di Krisna e Rama.

La figura di Krisna va considerata sotto due aspetti: quello mitologico e quello di un personaggio realmente esistito.

Krisna, dunque, sarebbe stato un principe dei Yadawa, abitatore della regione ad ovest del fiume Yammà. Dopo la morte, egli sarebbe divenuto oggetto di venerazione da parte del suo popolo, e sarebbe stato considerato come incarnazione di Vasudeva, divinità popolare che venne poi identificata con Visnu.

Se consideriamo Krisna sotto l’aspetto mitologico, allora è da ritenersi una divinità originaria, conosciuta come «mandriano» (Gopàla), adorata da una tribù di pastori, la quale acquistò in seguito un’importanza fondamentale nel culto induistico e pervenne ad una popolarità ineguagliabile.

Krisna, vivendo insieme a delle pastorelle che faceva danzare al suono del suo flauto, ne amò più di mille, ostentando le più raffinate pratiche erotiche.

La sua prediletta era Radha, dal popolo venerata come sua sposa e amante preferita.

Krisna morì ormai vecchio in una leggendaria circostanza: scambiato per una gazzella, fu ferito mortalmente da una freccia scagliata da un cacciatore, che lo colpì nel tallone, unico punto vulnerabile del suo corpo.

Dopo la morte fisica, salì al cielo, dove riprese la divina sembianza di Krisna.

* Attributi di Visnu nell’induismo.

Il dio dimora nel Vaikuntha, in cima al monte Meru (l’Olimpo dell’induismo), sempre pronto a rispondere alle preghiere di coloro che gli offrono dei sacrifici.

Egli ha due spose: Lakshmi, dea della bellezza, e Bhumi-devi, dea della terra; la sua cavalcatura è l’uccello mitico Garuda. Egli ha come attributi la conchiglia, il disco, la mazza e il loto. Viene rappresentato in genere sotto forma di un giovane uomo a quattro braccia, con ogni braccio che brandisce uno dei suoi attributi, o anche steso, mentre riposa su Cesha, il serpente dalle mille teste.

* Gli AVATARA di Visnu.

Visnu è un dio essenzialmente passivo. La respirazione di Visnu determina i cicli (kulpa) del mondo. Alla fine di ogni kulpa, il male trionfa nell’universo.

Allora Visnu esce dalla sua meditazione eterna e si incarna in un uomo, o in un animale, per lottare contro il male; queste incarnazioni sono chiamate avatara (avatara = «COLUI CHE DISCENDE»).

Può anche delegare soltanto una parte di se stesso: è il vyuha o «spiegamento parziale».

I testi classici citano dieci avatara di Visnu, ma l’immaginazione popolare ne ha proposti molti di più.

Rama, sua moglie Sita e suo fratello Lakshmana subiscono un esilio di 14 anni nel corso del quale Sita è rapita dal re demone di Ceylon, Ravana, che, in seguito ad una lunga guerra, è vinto dall’eroe Rama, depositario dalla nascita di metà della potenza divina di Visnu.

Dopo aver recuperato la moglie, l’eroe la ripudia perché l’opinione pubblica l’accusava di essere stata sedotta da Ravana; Sita si rifugia in un monastero e dà alla luce due bambini.

Quando questi raggiungono l’età di 15 anni, Sita muore e Rama la segue nella morte.

Le incarnazioni di gran lunga più note e più venerate sono Rama e Krishna.

La seconda, in particolare, è diventata il centro di vari movimenti di bhakti, o di “devozione”, che rappresentano Vishnu come dio che ama e che deve essere amato.

La prima, come garante dell’ordine sociale e delle istituzioni di famiglia e casta, incarna la funzione regale del dio.

Le raffigurazioni abituali rappresentano Vishnu seduto, con un’alta corona, e nelle quattro mani una conchiglia, un loto, un disco e un bastone; dalla mitologia vishnuita derivano rappresentazioni popolari di Vishnu addormentato sulle spire del grande serpente Shesha negli intervalli tra i cicli di creazione.

Soggetto comune delle rappresentazioni del dio sono anche i suoi avatara.

Sua sposa principale è Lakshmi (Shri), la benaugurale dea della fortuna, benché venga spesso rappresentato anche con la seconda moglie, Bhudevi, la dea della Terra.

La cavalcatura o veicolo è l’uccello semiumano Garuda.

RAMA – RAMACANDRA

Râma è l’ape che sugge il miele della devozione dal loto del cuore.

L’ape divarica i petali del fiore su cui si posa; ma Râma ne aumenta la bellezza e la fragranza.

Egli è come il Sole, che con i suoi raggi attira a sé le acque accumulandole in nubi, per poi restituirle in forma di pioggia a placare la sete della terra.

Râma, il suono mistico e potente, nasce dall’ombelico, sale fino alla lingua e su di essa vi danza allegramente.

La dichiarazione dei Veda, Tat tvam asi, “Quello tu sei”, è racchiusa nella parola Râma, la quale consiste di tre suoni: ra, â e ma.

Di questi, “ra” è il simbolo di tat (Quello, Brahman, Dio); “ma” è il simbolo di tvam (tu, il jîvi, l’individuo), e la “â” che unisce i due è il simbolo della loro identità.

La parola Râma ha anche un significato numerico:

“ra” conta come 2, “â” vale 0, e “ma” conta per 5; per cui, la somma equivalente è 7, numero fausto.

Abbiamo le 7 svara (note) della musica e i 7 Saggi celesti; inoltre, recitare continuamente Râma per 7 giorni è ritenuto particolarmente benefico.

Ogni atto ed attore della storia [della vita di Rama va considerata in senso allegorico perché] attrae l’attenzione del lettore e si imprime nella sua memoria perché l’allegoria riguarda personalmente ciascuno di noi.

Per esempio Dasaratha.

il Re, rappresenta il corpo umano con i cinque sensi di percezione ed i cinque sensi di azione.

Egli aveva tre mogli i tre guna o predisposizioni: Sattva, Rajas e Tamas i cui nomi erano Kausalya, Sumitra e Kaikeyi.

Ebbe 4 figli che incarnano i quattro scopi della vita umana: Dharma.
(la rettitudine), Artha (la ricchezza), Kama (il desiderio) e Moksha (la liberazione).

Rama è l’incarnazione del Dharma.

Gli altri tre obbiettivi possono essere acquisiti solo aderendo fedelmente al Dharma. e i fratelli di Rama, Lakshmana, Bharatha e Satrughna.

seguirono le Sue orme.

Per la Sua costante osservanza al Dharma, Rama poteva contare su una forza spirituale straordinaria tanto da essere in grado di maneggiare e tendere il potente arco di Siva, lo Sivadhanus, dando così la prova di aver vinto l’illusione.

Janaka, re di Videha.

teneva quell’arco in custodia, e cercava l’eroe capace di manovrarlo.

Il Videhi.

(il re di Videha), il “senza corpo” o “senza la coscienza del corpo” offri sua figlia (la consapevolezza del Brahman) a Rama, e Sita divenne la sua Sposa.

Dunque Rama, sposando Sita, “acquisì la suprema saggezza.

Da dove era uscita Sita?

La storia dice “da un solco della terra” da Prakrithi la Natura.

Questa frase dimostra che la conoscenza del Brahman o Brahmajnana implica in modo rilevante, anche la Natura o Prakrithi.

Il passo successivo descrive Rama nella spessa giungla della vita, infestata di attrazioni ed avversioni.

La saggezza suprema non può coesistere con la dualità, ma esige la rinuncia dei due opposti aspetti.

Rama seguì il cervo d’oro che Sita desiderava e, in conseguenza di quell’errore la Sua saggezza svanì.

Rama (esempio tipico dell’individuo o Jivi) dovette quindi sottoporsi a molte austerità per riguadagnare la suprema illuminazione; perciò secondo la storia raggiunse la vetta del Rsyamuka.

dimora del distacco totale.

Colà si assicurò due alleati: Sugriva (la discriminazione) e Hanuman (il coraggio).

L’alleanza fu siglata da una prestazione di Rama che diede prova della sua lealtà al Dharma sotto ogni condizione, uccidendo Vali, vittima viziosa della debolezza, il quale, detronizzato suo padre, l’aveva costretto a rifugiarsi nella giungla.

Si era poi associato con Ravana, il maligno, ed aveva ingiuriato e maltrattato il fratello Sugriva senza alcuna ragione apparente.

Vali era caduto cosi in basso a causa delle compagnie che amava frequentare. La sua storia è un ammonimento per tutti.

Einstein diceva spesso:

“Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei”.

Rama insediò Viveka, la discriminazione, sul trono di Vali.

Poi con i Suoi alleati, andò in cerca di Sita, la saggezza perduta.

E nel Suo cammino venne a trovarsi di fronte ad un vasto oceano di illusione (Moha).

Il Suo alleato Hanuman che aveva una visione serena, non offuscata da desideri né da ignoranza, desiderava soltanto ripetere il nome di Rama e visualizzare la Sua forma; in tal modo riuscì ad attraversare felicemente e con sicurezza l’oceano.

Rama raggiunse l’altra sponda, uccise Ravana (incarnazione delle qualità rajasiche, passionali, impulsive) e suo fratello Kumhhakarna (incarnazione dell’aspetto tamasico negativo e distruttivo).

Riuscì cosi a ricuperare Sita (la conoscenza suprema) e ritornò con lei ad Ayodya la città inespugnabile.

Sorgente e fonte della saggezza.

Il viaggio dell’anima si conclude con la sua apoteosi.

Questo che vi ho descritto è il Ramayana (la storia di Rama) che ogni aspirante dovrebbe tenere presente.

Ayodya è il cuore, Dasaratha è il corpo, i Guna sono le mogli, i Purusharta sono i figli, Sita è la saggezza.

Per avere la saggezza è indispensabile purificare quei tre strumenti:

il corpo la parola e la mente.

Hanuman è l’esempio luminoso dell’anima realizzata.

Quando egli si presentò a Rama per offrirgli i suoi servigi, Rama si rivolse a Lakshmana dicendo:

“Ascolta fratello, vedi come Hanuman conosce a fondo i Veda. La sua parola è satura dell’umiltà e della dedizione impersonate dal Rg Veda, del riguardo e del rispetto espressi dallo Yajur Veda e dalla visione intuitiva che il Sama Veda trasfonde. Hanuman conosce tutti i testi sacri ed è un autentico devoto.

Sugriva è fortunato ad avere come ministro Hanuman, i cui pensieri, parole e azioni sono offerte fatte a Dio”.

Quando questi tre atti sono in perfetta armonia, si ottiene la Grazia di Dio come la ottenne Hanuman.

Rama è il Dharma.

Sugriva incespicò in questa disciplina e non mantenne la parola data: non organizzò le sue truppe sebbene la stagione delle piogge fosse terminata.

Così Lakshmana sfogò la sua ira contro l’ingratitudine e l’iniquità da lui mostrate.

“Non potrai mai purificarti dal peccato di ingratitudine e di violazione dei patti; la tua condotta è talmente reprensibile che persino gli avvoltoi rifiuterebbero di cibarsi del tuo cadavere”.

Quando il colpevole cadde ai piedi di Rama cercando il perdono, Rama disse:

“Lakshmana! Sugriva accecato dall’orgoglio, dal potere e dall’ignoranza era felice e sicuro sul suo trono.

Solo la miseria può aprire gli occhi alla gente sui valori che furono trascurati. Egli si era aggrappato alle cose temporanee e futili che intossicano l’uomo.

Come può una tale persona seguire il sentiero del Dharma?”

Anche Hanuman era andato da Sugriva e gli aveva consigliato di pentirsi e riabilitarsi con la rettitudine e la riconoscenza.

È indispensabile ammettere i propri errori e porre rimedio alle inevitabili conseguenze con una sincera autocritica e col pentimento.

Si dice spesso che Rama abbia sempre seguito il Dharma ma non è esatto.

Egli non fu un seguace del Dharma:

Egli era il Dharma !

Ciò che pensava, diceva e faceva era Dharma, il Dharma eterno!

La recitazione e l’ascolto del Ramayana può fare di una persona un vero esponente del Dharma: tutti i suoi atti – pensieri, parole, azioni saranno improntati a quell’ideale.

KRISHNA

Nella mitologia dell’induismo uno degli avatara, o incarnazione, del dio Vishnu, ma per molti devoti semplicemente il Dio supremo e salvatore universale.

Storicamente, numerosi e differenti “culti di Krishna” si diffusero nei secoli, plasmando una divinità dai numerosi aspetti, come Krishna ladro del burro, fanciullo malizioso ma adorabile (legato alla città di Vrindaban, a sud di Delhi) e il Krishna dalla pelle blu, divinità pastorale che suona il flauto (il significato letterale del nome krishna è “nero”).

I suoi due aspetti più importanti per la storia dell’induismo, però, sono quelli di protagonista della guerra descritta nel Mahabharata e di dio mandriano, amato dalle pastorelle.

Il guerriero Krishna dell’epica del Mahabharata svolge, come auriga dell’eroe Arjuna, il ruolo chiave nel più noto episodio del poema, il “Canto del Signore”, o Bhagavad-Gita.

Qui egli insegna varie vie di liberazione, ma, soprattutto, si rivela come Dio onnipotente.

Dio (Krishna) è quindi l’unico vero attore dell’universo e l’unico possibile oggetto di devozione, che ricambia a sua volta l’amore dei devoti.

AVATARI – FONTE DI TUTTI GLI AVATARA & DIO, LA PERSONA SUPREMA

In realta’ si dice che Krishna sia l’Avatara di Visnu negli ambienti dove non si conosce la reale posizione di Krishna.

Avatara significa “colui che discende”, percio’ la parola avatara puo’ essere benissimo applicata anche a Krishna, e poiche’ tutti gli avatara del mondo materiale, generalmente provengono da Vishnu, e’ consuetudine comune dire che Krishna e’ un’avatara di Vishnu, specialmente in India o nei contesti “induisti”.

Tuttavia la verita’ non e’ esattamente questa:

lo Srimad Bhagavatam spiega chiaramente che quando Krishna discende, tutti i Vishnu-tattva si riuniscono in Lui, per la Sua apparizione, perche’ Egli Li comprende tutti (se leggiamo

i primi capitoli del Libro di Krishna lo troveremo scritto).

Il capitolo 3 del 1° Canto dello Srimad Bhagavatam e’ tutto dedicato a spiegare come Krishna sia in realta’ “AVATARI”, cioe’ la fonte di tutti gli avatara,
comprese le varie manifestazioni di Vishnu.

Infatti il Bhagavatam definisce chiaramente la posizione superiore di Krishna quando dice “krishna stu bhagavan svayam”, cioe’ “… Ma Krishna e’ la suprema personalita’ di Dio”, dopo aver descritto i Suoi 20 principali avatara
(S.B. 1.3.28).

Ricordiamo che il Bhagavatam e’ lo scritto vedico per eccellenza, il purana immacolato, scritto da Vyasadeva (autore di tutti gli altri Veda) nella sua piena maturita’ spirituale, percio’ le sue conclusioni dovrebbero essere
considerate definitive.

In altri scritti vedici puo’ apparire il contrario, ma il Bhagavatam afferma indubbiamente che Krishna e’ la forma originale di Dio.

Brahma in persona lo conferma, nella sua Brahma Samhita, dicendo “isvara parama krsna”, “il controllore supremo e’ Krishna”, e “govinda adi purusam tam aham bhajami”, “adoro Govinda, la persona suprema” (e Brahma e’ il
primo essere dell’universo, a cui sono stati insegnati i veda nel cuore, percio’ nessuno puo’ pretendere di conoscere le scritture vediche meglio di Lui, nel nostro universo).

Ci sono altre evidenze storiche e scritturali, per esempio, durante
il soggiorno di Krishna sulla Terra, Mahavishnu voleva vedere
Krishna ma non pote’ forzarlo.

Soltanto quando Krishna decise spontaneamente di visitare Vishnu, per aiutare il Suo amico Arjuna a ritrovare il figlio scomparso di un brahmana, Vishnu pote’ vedere
Krishna (e cio’ dimostra che Krishna e’ piu’ potente di Vishnu).

O anche, la compagna di Vishnu, Laksmidevi, voleva entrare nella
danza rasa delle gopi con Krishna perche’ ne era attratta, ma non
pote’ (a causa del suo differente sentimento).

Le gopi di Vrindavana invece, quando videro Vishnu nella foresta,
non ne furono per niente attratte, ma Gli chiesero dove fosse Krishna.

Cio’ dimostra che i divertimenti spirituali di Krishna sono superiori a quelli di Vishnu.

Inoltre Krishna puo’ mostrare la forma di Vishnu, ma Vishnu non puo’ mostrare la forma di Krishna, percio’ quest’ultima e’ senza dubbio superiore.

“IL SIGNORE SUPREMO, DISSE:
HO INSEGNATO QUESTA SCIENZA IMMORTALE DELLO YOGA A VIVASVAN, IL DIO DEL SOLE, E
VIVASVAN L’HA INSEGNATA A MANU, IL PADRE DEL GENERE UMANO; MANU A SUA VOLTA, L’HA
INSEGNATA A IKSVAKU.

QUESTA SCIENZA SUPREMA FU COSI’ TRASMESSA IN SUCCESSIONE DA MAESTRO A DISCEPOLO, E I RE SANTI RICEVETTERO IN QUESTO MODO; NEL CORSO DEL TEMPO; TUTTAVIA, LA CATENA DEI MAESTRI SI E’ INTERROTTA E QUESTA SCIENZA COSI’ COM’E’ SEMBRA ORA PERDUTA.
OGGI, QUESTA ANTICHISSIMA SCIENZA DELLA RELAZIONE COL SUPREMO LA ESPONGO A TE (Arjuna), PERCHE TU SEI MIO DEVOTO E MIO AMICO E PUOI QUINDI CAPIRNE IL MISTERO TRASCENDENTALE.

ARJUNA DISSE:
VIVASVAN, IL DIO SEL SOLE, E’ NATO MOLTO PRIMA DI TE. COME CONCEPIRE DUNQUE CHE SIA STATO TU ALL’INIZIO A IMPARTIGLI QUESTA SCIENZA?

IL SIGNORE SUPREMO (Krishna) DISSE:
ENTRAMBI, TU ED IO, ABBIAMO ATTRAVERSATO INNUMEREVOLI NASCITE. IO POSSO RICORDARLE TUTTE, MA TU NON PUOI, O VINCITORE DEL NEMICO.

ANCHE SE IO SONO IL NON NATO E IL MIO CORPO TRASCENDENTALE NON SI DETERIORA MAI, ANCHE SE SONO IL SIGNORE DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI, DISCENDO IN OGNI ERA NELLA MIA FORMA ORIGINALE TRASCENDENTALE.

OGNI VOLTA CHE IN UN LUOGO DELL’UNIVERSO LA RELIGIONE DECLINA E L’IRRELIGIONE AVANZA, O DISCENDENTE DI BHARATA, IO VENGO IN PERSONA.

DISCENDO DI ERA IN ERA PER LIBERARE LE PERSONE PIE, PER ANNIENTARE I MISCREDENTI E RISTABILIRE I PRINCIPI DELLA RELIGIONE.

COLUI CHE CONOSCE LA NATURA TRASCENDENTALE DELLA MIA APPARIZIONE E DELLE MIE ATTIVITA’, NON DOVRA’ PIU’ NASCERE IN QUESTO MONDO MATERIALE QUANDO AVRA’ LASCIATO
IL CORPO, MA RAGGIUNGERA’ LA MIA ETERNA DIMORA. “
(Bhagavad Gita – Cap.4 verso 1-9)

La Bhagavad-Gita è probabilmente il più popolare fra i testi indù, ma è particolarmente significativo per i devoti di Vishnu, che indentificano il Krishna della Gita con il loro grande dio.

Mentre la devozione (bhakti) raccomandata dalla Gita è di tipo relativamente ascetico (Vedi Ascetismo), quella legata al Krishna mandriano è intensamente emozionale ed erotica.

Questa relazione d’amore tra la divinità e i suoi devoti si esprime nei racconti popolari degli incontri di Krishna con pastorelle (gopi) come Radha.

Queste storie diedero origine a una copiosa letteratura, e in particolare ai Bhagavata-purana del IX secolo e al Gitagovinda, “Canto del mandriano” di Jayadeva (XII secolo), diventando anche un argomento prediletto per la rappresentazione artistica e la produzione teatrale.

Due personaggi importanti per quanto concerne gli sviluppi successivi della devozione a Krishna sono il bengalese Chaitanya e Vallabhacaraya, nato nell’India meridionale, entrambi attivi nel XVI secolo.

L’attuale movimento degli Hare Krishna, portato in Occidente nel 1965 da A.C. Swami Bhaktivedanta, deriva direttamente dalla scuola di devozione fondata da Chaitanya.

MOVIMENTO HARE KRISHNA

“ IO SONO L’UNICO BENEFICIARIO E L’UNICO OGGETTO DEL SACRIFICIO. COLORO CHE NON
RICONOSCONO LA MIA VERA NATURA TRASCENDENTALE SI DEGRADANO.
CHI ADORA GLI ESSERI CELESTI NASCERA’ TRA GLI ESSERI CELESTI, CHI ADORA GLI ANTENATI
RAGGIUNGERA’ GLI ANTENATI, CHI ADORA I FANTASMI E GLI ALTRI SPIRITI RINASCERA’ TRA
QUESTI ESSERI, E CHI ADORA ME VIVRA’ CON ME ”.
(Bhagavad gita – Cap. 9 verso 24-25)

GANESHA

La filosofia relativa al “chi vede” ed alla “cosa vista” è il grande messaggio di Ganapathi, di cui oggi celebriamo l’avvento.

Ga sta per Intelligenza (Buddhi), Na per Saggezza (Vijtlana), Pathi per Maestro.

Ganapathi, pertanto, è il Maestro della Conoscenza, dell’Intelligenza e della Saggezza.

Esiste poi un altro significato rilevante della parola Ganapathi:

essa indica che Egli è il Condottiero (Pathi) degli Esseri Celesti (Gana).

Egli è anche chiamato Vinayaka, che significa “Colui al di sopra del quale non esistono Maestri”.

Egli è il Maestro Supremo ed è al di là della condizione dell’assenza di mente.

Chi ha domato la mente, non occorre che abbia maestri.

Noi pensiamo alla forma fisica di Vinayaka, con la testa di elefante ed il corpo di essere umano, senza aver compreso questa verità.

Ogni volta che la gente intende intraprendere qualche attività, vuole iniziare lo studio della musica o delle belle arti, oppure dedicarsi a qualche ramo dello scibile, offre, prima di cominciare, il proprio culto a Vinayaka.

Potenza spirituale (siddhi) ed intelligenza suprema (buddhi)

Egli è anche detto Lambodara, che significa “Guardiano della ricchezza”.

In questo caso, il termine lakshmi rappresenta ogni ricchezza e prosperità, non solo il denaro, per il quale esiste una diversa divinità, detta Dhanalakshmi, una delle otto Lakshmi.

In questo caso, ricchezza significa gioia e beatitudine.

A che serve avere tutto il resto se non si possiede gioia e beatitudine?

Ganapathi è Colui che ci dona potenza spirituale ed intelligenza suprema, dette, rispettivamente, siddhi e buddhi.

Esse vengono descritte come le Sue due consorti. Poiché Egli è il Maestro della potenza spirituale e dell’intelligenza suprema, viene considerato, in termini terreni, loro marito.

Vinayaka non ha desideri, ragion per cui non v’è necessità che abbia moglie e figli.

In questo Paese, viene adorato fin dai tempi più antichi, ma esistono testimonianze storiche che mettono in luce come il culto di Vinayaka fosse diffuso anche in altri Paesi, come la Tailandia, il Giappone, la Germania ed il Regno Unito.

L’adorazione di Vinayaka come divinità principale viene menzionata nei Veda e, sia in tali Scritture che nelle Upanishad, si parla del profondo significato di Ganapathi. Anche nella Gayathri si fa a Lui riferimento.

Egli è Colui che infonde purezza nel corpo e caccia la paura dalla mente.

Si dice: “Possa Colui che è dotato di zanna spingerci a ciò” (alla meditazione) facendo riferimento alla Sua zanna.

Alcune persone, per ignoranza, fanno commenti sulla forma di grosso animale che questa Divinità Suprema possiede e si chiedono come un essere, di dimensioni così mastodontiche, possa cavalcare un topolino, il quale viene descritto come Suo veicolo.

Il topolino è simbolo del buio dell’ignoranza, mentre Ganesha rappresenta il fulgore della Saggezza che dissipa le tenebre dell’ignoranza.

Anche l’offerta di cibo che viene fatta a Ganesha ha grande significato, poiché viene preparata con farina di ceci e zucchero grezzo o con pepe e racchiusa in un involucro di pasta; viene poi cotta a vapore senza uso di olio.

Si ritiene che questo sia un cibo salutare oltre che squisito, poiché si rifà ai canoni culinari del sistema ayurvedico.

Anche i medici moderni riconoscono l’importanza dei cibi cotti a vapore, che raccomandano ai propri pazienti come dieta postoperatoria, poiché essa rende più facile la digestione.

Per quanto riguarda lo zucchero grezzo, esso ha la proprietà di regolare la formazione di meteorismo, allevia i disturbi legati agli occhi e previene i disturbi gastrici.

Secondo l’antico sistema tradizionale di celebrazione delle festività, è sempre stata messa in grande risalto la buona salute, come requisito indispensabile per una mente sana e quindi meglio orientata verso il cammino della ricerca spirituale.

Per raggiungere i quattro obiettivi della vita umana, cioè Rettitudine (Dharma), Prosperità (Artha), Desiderio (Kama) e Liberazione (Moksha), si dovrebbe possedere un corpo fondamentalmente sano.

Se si vuole ottenere ricchezza con mezzi onesti e nutrire desideri che conducano alla liberazione, si deve essere in buona salute.

Vinayaka viene anche chiamato Vighneswara, poiché Egli rimuove tutti gli ostacoli che potrebbero intralciare l’azione dei devoti che Lo pregano con sincerità.

Gli studenti, quando si recano ad adorarlo, portano con sé i propri libri, affinché tutte le nozioni contenutevi possano da loro essere ben assimilate.

Il significato simbolico della testa di elefante, tipica di Ganesha, deve essere compreso appieno.

L’elefante è dotato di profonda intelligenza.

Ieri, per esempio, la Sai Gita (l’elefante di Baba) ha cominciato a correre quando ha sentito arrivare la macchina di Swami.

Sebbene molte macchine fossero al seguito della macchina di Swami, la Gita è riuscita infallibilmente a riconoscere, dal rumore particolare, “quella” macchina.

Questo è il motivo per cui si suole dire “intelligenza da elefante”; di una persona dotata di cervello acuto, si suole dire che possiede l’intelligenza di un elefante. L’elefante possiede il vigore datogli dall’intelligenza.

Esso ha, inoltre, grandi orecchie che gli permettono di sentire ogni minimo rumore.

Ascoltare le Glorie del Signore è il primo passo da intraprendere nel sentiero della pratica spirituale e, per fare ciò, bisogna tenere le orecchie ben aperte.

Dopo aver udito, è necessario riflettere su quanto si è appreso e poi metterlo in pratica.

L’elefante accetta lode e biasimo in modo equanime.

Quando ode qualcosa di brutto muove il corpo in qua e in là e si scrolla di dosso le cose indesiderate, mentre trattiene quelle buone.

Solo Vinayaka insegna le lezioni che sono fondamentali per l’umanità: non basta avere una statua da adorare ed offrirle cerimonie di culto per qualche giorno; bisogna invece cercare di diventare maestri di se stessi.

Esistono nove sistemi di devozione: ascoltare le Glorie del Signore; cantare la Sua Gloria; pensare al Signore e cantarne il nome; servirlo, mettendosi ai suoi Piedi di Loto; inchinarsi a Lui riverentemente; adorarlo; mettersi al Suo servizio come un servo fa con il proprio padrone; nutrire sentimenti di intima amicizia con il Signore; completo abbandono di sé a Lui.

L’elefante sta ad indicare l’unione del primo sistema di devozione con l’ultimo, cioè l’ascolto delle Glorie del Signore ed il completo abbandono a Lui, in modo che tutti gli altri sistemi devozionali intermedi vengano compresi.

L’insegnamento di Vinayaka è incentrato sul sacrificio.

Potrete non seguire quanto è contenuto nei Purana, ma non potrete non rilevare i principi fondamentali che, tali Scritture, hanno inteso comunicare all’umanità.

Quando Vinayaka si accingeva a scrivere il Mahabbarata che Gli sarebbe stato dettato dal saggio Vyasa, quest’ultimo pose come condizione che, durante la stesura dell’opera, Vinayaka non si sarebbe dovuto mai fermare, qualunque cosa Vyasa avesse detto.

Anche Vinayaka, tuttavia, disse che avrebbe scritto, a patto che Vyasa non interrompesse la sua dettatura.

Mentre Vinayaka era intento a scrivere, la Sua penna si ruppe ed Egli non esitò a rompere una delle proprie zanne per poterla usare come penna.

Questo è il motivo per cui Egli viene chiamato Ekadanta, che significa “Colui che possiede una sola zanna”.

Questo è un esempio illuminante relativo allo spirito di sacrificio che Vinayaka dimostrò per il bene dell’umanità.

Ecco perché i Veda proclamano che, solo attraverso il sacrificio, si può ottenere l’immortalità.

ANIMA:

Infinitesimale particella d’energia, parte integrante di Dio, l’anima costituisce l’essere in sé.

E’ differente dal corpo materiale in cui è situata ed è l’origine della coscienza.

Come Dio, l’essere supremo, l’anima ha un’individualità propria e una forma eterna (immortale), piena di conoscenza e felicità.

Rimane tutta via distinta da Dio e non lo eguaglia mai, perché possiede i suoi attributi solo in minima quantità.

Costituisce l’energia marginale di Dio, perché può tendere sia verso l’energia materiale sia verso l’energia spirituale.

E’ designata anche con i nomi di “essere vivente” (Atma), “anima individuale” (Jivatma), o “anima infinitesimale” (Anu-Atma), secondo l’aspetto che si desidera sottolineare.

“ PER L’ANIMA NON VI E’ NASCITA NE’ MORTE. LA SUA ESISTENZA NON HA AVUTO INIZIO NEL PASSATO, NON HA INIZIO NEL PRESENTE E NON AVRA’ INIZIO NEL FUTURO.
ESSA E’ NON NATA, ETERNA, SEMPRE ESISTENTE E PRIMORDIALE. NON MUORE QUANDO IL CORPO MUORE “.
(Bhagavad Gita – Cap. 2 verso 20)

“ MAI UN’ARMA PUO’ TAGLIARE A PEZZI L’ANIMA NE’ IL FUOCO PUO’ BRUCIARLA; L’ACQUA NON PUO’ BAGNARLA NE’ IL VENTO INARIDIRLA“.
(Bhagavad Gita – Cap. 2 verso 23)

“ E’ DETTO CHE L’ANIMA E’ INVISIBILE, INCONCEPIBILE E IMMUTABILE. SAPENDO CIO’, NON DOVRESTI LAMENTARTI PER IL CORPO “.
(Bhagavad Gita – Cap. 2 verso 24)

“ L’ANIMA INCARNATA PUO’ ASTENERSI DAL GODIMENTO DEI SENSI, SEBBENE IL GUSTO PER GLI OGGETTI DEI SENSI RIMANGA. MA SE PERDE QUESTO GUSTO SPERIMENTANDO UN PIACERE
SUPERIORE, RESTERA’ FISSA NELLA COSCIENZA SPIRITUALE “.
(Bhagavad Gita – Cap. 2 verso 59)

KUMBH MELA

La Kumbh Mela (Devanagari: कुम्भ मेला) è un pellegrinaggio Hindu di massa.
La Purna Kumbh Mela (“Completa” Kumbh Mela) si celebra in quattro luoghi principali (Prayag o Allahabad, Haridwar, Ujjain, e Nashik) ogni 12 anni, mentre l’Ardh Kumbh Mela in due luoghi (Haridwar e Prayag) ogni 6.

Nei primi 45 giorni del gennaio 2007, più di 16 milioni di Hindu parteciparono alla Ardh Kumbh Mela a Prayag.

La Maha Kumbh Mela (“Grande” Kumbh Mela) si celebra ad Allahabad dopo 12 Purna Kumbh Mela (e di conseguenza dopo 144 anni).

Alla Maha Kumbh Mela del 2001, parteciparono circa 60 milioni di persone, rendendo il rito il più grande raduno mai svolto nel mondo.

DENTRO IL NIRVANA – NATIONAL GEOGRAPHIC

Fonte

1 comment for “SANATHANA DHARMA: L'INDUISMO

  1. monica
    20 novembre 2011 at 20:40

    bellissimo completo ricco esauriente chiarificatore di tutta la religione indiana.ce n'era proprio bisogno.perchè non ne fate uno confrontando buddhismo,induismo,cristianesimo e Islam? vedete il film ZEITGEIST e diffondete.

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