RESPONSABILITA' SOCIALE O. ..MARKETING PURO!

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Come scrisse Roberto Mancini in una frase riportata sul mio libro…” La serenità sta nel capire che, per sua stessa natura, l’assunzione di responsabilità comprende l’accettazione del fatto che non tutti risponderanno a questa chiamata. Serenamente, dobbiamo infatti abituarci all’idea che la responsabilità non è equa: non tutti, sia pur chiamati, la faranno propria. E il peso di questa quindi – la pazienza, in senso etimologico – graverà su pochi.”

Ecco la chiave del cambiamento che propone da tempo Icebergfinanza, Andrea, la responsabilità individuale come speranza per un cambiamento che viene dal basso, come singola persona, come associazione di persone o anche a livello imprenditoriale e cooperativo.

Milton Friedman aberrava la responsabilità sociale dell’impresa, sostenendo che i manager devono operare nell’interesse esclusivo degli azionisti e non risolvere problemi sociali con i soldi degli altri! Fortunatamente in alcune realtà aziendali sta prendendo sempre più piede il fenomeno dei BILANCI SOCIALI d’impresa, cioè la gestione di problematiche sociali ed etiche all’interno della strategia imprenditoriale alla faccia del liberismo…. friedmaniano!

Ma non sempre è cosi, spesso e volentieri la CSR è solo un’operazione di marketing, di facciata.

Molto tempo fa Citigroup, una grande banca americana, ha pubblicato uno studio dal quale emergeva che erano già 74 le grandi imprese che dichiaravano di aver tratto benefici economici rilevanti dagli investimenti decisi per contrastare i mutamenti climatici.

La Dupont, gigante della chimica raccontava di essersi accorta che le azioni che le hanno consentito di ridurre del 73 % le emissioni di anidride carbonica hanno anche ridotto di 3 miliardi di dollari la bolletta energetica aziendale! Non solo responsabilità sociale quindi, ma anche notevoli risparmi economici!

Su VALORI un mensile al quale vi consiglio caldamente di abbonarVi per avere la visione di un’alternativa possibile, si parla di azioni responsabili anche se dietro la responsabilità sociale si nasconde una sorte di abito bianco e candido che molte imprese mettono solo ed esclusivamente per dare una parvenza di responsabilità che in realtà non hanno e non avranno mai.

Il concetto di “responsabilità sociale d’impresa” non sta in piedi. Anzi, può anche essere dannoso per le imprese, allontanandole dal loro obiettivo principale: fare profitti per gli azionisti. A sostenerlo, stavolta, è un dossier del Wall Street Journal (The Case Against Corporate Social Responsibility), pubblicato in agosto.

“Molte grandi imprese ormai affermano che non sono sul mercato solo per i profitti, ma anche per motivi sociali”, scrive il quotidiano finanziario di New York. “In realtà è un’illusione. Buona parte delle società parla molto di responsabilità sociale, ma non fa nulla di concreto. Anzi, nella maggior parte dei casi, fa solo greenwashing”. Secondo il Wall Street Journal le imprese sarebbero in grado di coniugare i profitti con la responsabilità sociale e ambientale solo in un caso: quando essere responsabili è anche vantaggioso dal punto di vista economico.

Chi sceglie di produrre automobili più efficienti o cibi più sani lo fa perché ci sono sempre più persone che li comprano. Chi risparmia sull’energia o sul consumo delle risorse lo fa perché i costi dell’energia e delle risorse sono saliti in misura tale da rendere necessari dei tagli.

Profitti o responsabilità?

Se si agisce in modo responsabile senza avere dei ritorni economici si danneggiano gli azionisti, che sono i primi e più importanti “portatori di interesse” (stakeholder, se si vuole usare il termine inglese) delle imprese. Il verbo di Wall Street sulla responsabilità sociale è questo e ammette poche eccezioni. Le imprese corrono con il paraocchi verso il profitto e solo in rari casi si può distrarle verso altri scopi: quando c’è una legge che le obblighi a farlo o nei rari casi in cui la “società civile” sia talmente forte da imporsi con campagne, proteste e boicottaggi.

Cercare di convincere i top manager con lo zuccherino del “bene comune” è inutile: il massimo profitto è l’unica garanzia che hanno per conservare il posto.

Facciamo sul serio

L’articolo del Wall Street Journal ha un pregio: ci fa capire che, forse, la moda della Csr (corporate social responsibility) sta per lasciare spazio a qualche altro trend. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, questa è una buona notizia, perché, finalmente, di responsabilità sociale si potrà iniziare a parlare seriamente e con cognizione di causa. Dopo anni di convegni, dibattiti, seminari, fiere in cui tutti hanno giurato di non riuscire più a dormire senza avere sul comodino la mappa degli stakeholder o un bilancio sociale aggiornato con gli ultimi dati sul community involvement, adesso abbiamo l’occasione di fare sul serio.

Iniziamo a strappare dai bilanci sociali le foto dei bambini che sorridono o i grafici con gli importi dati in beneficenza e conserviamo l’essenziale. Perché la Csr ha senso solo se un’impresa integra i criteri sociali e ambientali in modo sostanziale: nelle catene di approvvigionamento, nel controllo di gestione, nella contabilità interna, nel modo in cui sono premiati i manager.

Poche imprese lo stanno facendo. La maggior parte delle società ha preferito investire di più su aspetti superficiali, scambiando la responsabilità sociale per una nuova strategia di marketing, che aiuta a posizionare meglio il marchio.

In questo dossier cercheremo di spiegarvi cos’è rimasto di buono dopo i lunghi dibattiti sulla corporate social responsibility che si sono consumati negli ultimi anni.

E lo faremo smontando, almeno in parte, le critiche del Wall Street Journal. Che sbaglia mira, per almeno due motivi. In primo luogo perché si limita a considerare le imprese quotate in Borsa e i loro azionisti, mentre la maggior parte delle società, soprattutto nel nostro Paese, sono piccole (o medie) e non quotate, e quindi meno soggette alla “tirannia” degli azionisti.

In secondo luogo perché considera l’ambiente e i diritti dei lavoratori come variabili indipendenti, che possono essere consumate a piacimento, senza dover contabilizzare alcun tipo di costo.

Un’antica credenza, impressa nelle menti dei pensatori economici. Che, grazie anche a chi, da anni, promuove seriamente la responsabilità sociale delle imprese, stiamo riuscendo a sfatare.

Per chi è interessato su VALORI prosegue la discussione.

Per noi il dibattito si apre…come dice l’immagine il cima al post, nessuna singola goccia pensa di essere responsabile di un’alluvione…non c’è alternativa al massimo profitto possibile senza alcuna responsabilità sociale e ambientale e soprattutto nei confronti delle future generazioni?Per noi .

Pubblicato da icebergfinanza | Commenti
Tag: 0 responsabilità sociale, 0 responsabilità sociale dimpre, 0 mondi alternativi

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