La Cina guarda interessata e aspetta…

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Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli USA conquistarono il controllo militare e politico del più vasto e sofisticato apparato industriale esistente al di fuori del continente americano: quello cioè dei grandi Paesi europei (sconfitti o vincitori che fossero) e quello, ancora più importante, del Giappone.
Sin quando, però, l’Unione Sovietica sopravvisse politicamente, economicamente e militarmente, concretizzando l’esistenza della politica dei “blocchi”, questo enorme vantaggio degli Stati Uniti non risultò determinante ai fini del controllo geopolitico, poiché quei Paesi che si vedevano negato qualsiasi aiuto e/o commercio con il cosiddetto “primo mondo” (USA e suoi satelliti), ricevevano dall’Unione Sovietica quel supporto economico che, seppur non paragonabile a quello del blocco USA in termini quantitativi e qualitativi, riusciva a svincolare i governi dall’obbligo di baciare l’anello all’Impero USA.
L’esempio più evidente di questa situazione fu (e resta) l’embargo totale fatto dagli USA a Cuba, a causa della rivoluzione Castrista, che poté essere in parte compensato, per i primi 30 anni, proprio dall’URSS.
Con la dissoluzione, circa 20 anni fa, dell’URSS la situazione cambiò radicalmente: tutti i Paesi in via di sviluppo che si trovarono in rotta di collisione con la politica statunitense, subirono danni devastanti dagli embargos comandati dall’amministrazione USA; avendo questi ultimi infatti il controllo pressoché totale del sistema industriale mondiale, in tutti i suoi aspetti, ed essendo ormai la Russia un gigante in disfacimento e preda di bande di mafiosi che si contendevano le ricchezze interne, i Paesi (arretrati) colpiti si trovarono nell’impossibilità materiale di acquistare, pur avendo le disponibilità finanziarie per farlo, tutto il necessario per il sostentamento quotidiano.
L’esempio più tragico, negli anni Novanta, fu l’embargo totale imposto dagli americani all’Iraq dopo la guerra del Golfo per tentare di far cadere Saddam Hussein; il Paese, del tutto privo di un sistema industriale adeguato, subì la morte di centinaia di migliaia di bambini per denutrizione e malattie. A tale scopo invito i lettori a leggere il libro “Dominio” di Nafeez Mossadeq Ahmed (ed. Fazi 2003, Roma) che illustra con sconvolgente lucidità il raffinato sadismo con cui gli americani, con i loro alleati inglesi, gestirono la lunghissima fase delle sanzioni per indebolire ed annientare, nel corpo e nell’anima, il disgraziato popolo iracheno. Non è un libro fatto di estrapolazioni ed opinioni politiche, è un libro basato sui lavori della Commissione per l’Attuazione delle Sanzioni ed altre fonti pubbliche facilmente riscontrabili. Il lettore non crederà ai suoi occhi nel leggere di cosa sono stati capaci i “liberatori” nel perseguire i loro scopi.
Dalla seconda metà del presente decennio è però apparsa una Potenza capace di subentrare al predominio industriale e finanziario della “Trilaterale” (USA, Europa Giappone): la Cina.
La Cina copre oggi, infatti, tutti i segmenti dell’industria moderna, dai più semplici ai più sofisticati. Ma non è solo questa la caratteristica della Cina: essa gode anche di una invidiabile posizione finanziaria: è infatti in possesso di oltre 1400 miliardi di dollari del debito americano, possiede circa il 13% del debito a lungo termine dell’Italia, oltre a percentuali significative di altri importanti Stati europei; la sua posizione debitoria è poi molto piccola e, quasi totalmente, in possesso di cittadini cinesi; inoltre nessuno dei suoi grandi gruppi (contrariamente a quanto accade per l’Europa ed il Giappone) è quotata a Wall Street, cosa che li esclude dal rischio di tentativi speculativi di tipo borsistico che possano metterne a rischio il valore intrinseco.
Ma quello che distingue l’approccio globale della Cina da quello del blocco statunitense è che, in sintesi, essa non è e non aspira ad essere una Potenza imperiale in senso classico.
La Cina non chiede mai, nelle sue relazioni commerciali con i Paesi in via di sviluppo, contropartite politiche e/o territoriali alla sua partnership; tantomeno adopera, in modo strumentale e selettivo (come gli USA), il problema dei diritti umani, problema che affligge gran parte del mondo; non cerca, contrariamente agli USA, di esportare con tutti i mezzi (anche violenti) il proprio modello economico-politico negli Stati con cui intrattiene relazioni commerciali.
Lo scopo della Cina non è il dominio del mondo, bensì quello di mantenere linee sicure di approvvigionamento delle materie prime che le consentano di mantenere i suoi stupefacenti tassi di sviluppo. Insomma, la Cina non ha , contrariamente agli USA, “amici” e nemici, bensì solo partners, ben felici di commerciare con essa.
Questa situazione si riflette oggi pesantemente sulla efficacia dei vari embargos che il blocco statunitense tenta di imporre ai Paesi qualificati come “complici del terrorismo” (leggi: i Paesi palesemente ostili al predominio americano), cioè Iran, Siria, Sudan, Cuba e Venezuela; la Cina è diventata, o sta diventando, il maggior partner commerciale e finanziario di questi Paesi, visto che, come detto, è capace di coprire tutti i campi dei prodotti industriali a prezzi, per di più, assolutamente competitivi.
L’esempio più significativo è quello dell’Iran: oggi la Cina copre circa il 55% di tutti gli scambi commerciali con l’Iran a causa del ritiro di tutti i piani di sviluppo commerciale con i Paesi europei, a loro volta minacciati dalle amministrazioni nordamericane di punizioni economico-finanziarie se non si impegnano a rompere con l’Iran.
Gli USA non sembrano però aver imparato la lezione: lo si vede da come stanno tentando di condizionare, a loro favore, la cosiddetta “primavera araba”. Al G8, tenutosi pochi giorni fa a Dauville, Barak Obama ha promesso trionfalmente 40 miliardi di dollari all’Egitto, la cui economia, basata essenzialmente sul turismo, ha subito un crollo dall’inizio 2011.
Un inviato di Obama al Cairo ha però subito messo le mani avanti, dichiarando che gli aiuti verranno erogati solo se l’Egitto non compirà “azioni contrarie agli interessi statunitensi ed all’Egitto stesso”. A cosa si riferiva il solerte funzionario? Alla ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Iran (interrotte più di 20 anni fa) e la riapertura del valico di Rafah alla frontiera di quel lager a cielo aperto che è la striscia di Gaza (apertura limitata peraltro al solo transito di persone: le merci restano, per ora, di esclusiva competenza degli israeliani dall’altro lato del confine). Chiaro l’Obama pensiero sulla “primavera araba” in Egitto? “Voi egiziani fate ciò che vi pare, ma, in politica estera, dovete rispettare alla lettera quanto deciso dalla dittatura di Mubarak; altrimenti niente soldi!”.
La Cina, ne possiamo esser sicuri, guarda interessata e aspetta….

di Gian Carlo Caprino
Fonte: Clarissa


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