Come ti distruggo il magistrato scomodo.

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1. Premessa. Ultimi aggiornamenti sul caso Ferraro.

E’ di queste ore la notizia che gli uffici del PM Ferraro sono stati completamente smantellati. La cosa risulta assurda, per il fatto che il provvedimento del CSM era una sospensione, non una destituzione definitiva.
Ogni volta che dei magistrati fanno il loro dovere, vengono destituiti, trasferiti, uccisi. Ripercorriamo allora alcune delle vicende italiane, segnalando il meccanismo, sempre uguale, di delegittimazione.

2. Il meccanismo.
Per fermare indagini “scomode” il protocolli utilizzati sono sempre gli stessi. Questi constano di più operazioni che vengono applicate sino a quando il risultato desiderato non è stato ottenuto.

Si tratta di:

1) fughe di notizie circa le indagini;
2) campagne di stampa denigratorie e diffamatorie contro il magistrato inquirente;
3) interpellanze parlamentari;
4) ispezioni ministeriali;
5) revoca di assegnazione da parte del procuratore capo;
6) avocazione priva di fondamento giuridico;
7) Trasferimento ad altra sede dell’indagine;
8) denunce ed esposti contro i magistrati inquirenti;
9) Trasferimento e sospensione dei magistrati inquirenti;
10) omicidio del magistrato (l’Italia è la seconda al mondo per magistrati uccisi, prima di noi solo la Colombia)

Entriamo nel dettaglio e analizziamo questi passaggi facendo riferimento ad episodi conosciuti della storia della nostra Repubblica (molti di più sono quelli di cui non si è avuto notizia).

3. Strage di Piazza Fontana (Trasferimento delle indagini – denunce – esposti – procedimenti disciplinari)

E’ il 15 aprile 1969 un ordigno esplode presso l’Università di Padova danneggiando lo studio del rettore Enrico Opocher. Dieci giorni più tardi, il 25 aprile, a Milano esplodono altri due ordigni, uno alla fiera campionaria ed uno alla stazione centrali presso l’ufficio cambi.
Il capo della squadra mobile di Padova, commissario Juliano, che indaga sulla bomba che ha danneggiato lo studio del rettore Opocher, segue la pista nera. Ha ricevuto diverse informazioni in tal senso e le sue indagini puntano su un giovane procuratore legale del posto di nome Franco Freda e sulla sua organizzazione neonazista. E’ vicino alla verità. Deve essere fermato. Accusato di aver costruito prove false contro l’organizzazione neonazista, il commissario Juliano viene sospeso dal servizio e dallo stipendio (dopo 10 anni verrà prosciolto da quell’accusa infamante ed in una intervista rilasciata ad Avvenire nel 1996 dirà: “Avevo raccolto molte prove…mi sarebbero bastati altri 20 giorni ed avrei chiuso l’inchiesta incastrando Freda e Ventura e mandandoli in galera”).
Ma Freda e Ventura restano liberi ed il 12 dicembre 1969 possono attuare la strage di Piazza Fontana (la Cassazione nel 2004 li indicherà quali sicuri responsabili della strage).

Il 13 marzo del 1972 Freda e Ventura vengono arrestati dal giudice Calogero di Padova con l’accusa di aver organizzato gli attentati a Milano del 25 aprile e l’8 e 9 agosto a danno di alcuni treni.

Il 21 marzo 1972 il fascicolo viene trasferito alla procura di Milano; sono emersi altri fatti che indicano gli arrestati come possibili autori della strage di Piazza Fontana e la procura competente territorialmente è il capoluogo lombardo.

L’indagine viene affidata al giudice Gerardo D’Ambrosio e i sostituti Luigi Rocco Fiasconaro ed Emilio Alessandrini

Il giudice D’Ambrosio incomincia gli interrogatori. Si reca più volte presso il carcere di Monza per sentire Ventura. Questi dopo alcuni giorni, e messo davanti all’evidenza delle prove raccolte a suo carico, inizia a fare le prime ammissioni riguardo le bombe di Padova, Milano e sui treni ma aggiunge che, in realtà, lui operava come infiltrato presso la cellula neonazista di Freda su ordine dei servizi segreti, ed indica quale referente un certo Giudo Giannettini agente del SID.

Guido Giannettini, dalle indagini della magistratura, risulta un quarantenne, sottotenente della riserva, e giornalista specializzato in problemi militari. Tentano di rintracciarlo, ma invano. Giannettini è scomparso.

Il giudice D’Ambrosio invia, quindi, una richiesta al SID per sapere se tal Guido Giannettini sia effettivamente un loro agente.
La risposta del massone Generale Miceli, capo del SID è negativa. No, Guido Giannettini non risulta appartenere ai servizi, ma aggiunge anche che non è a conoscenza di tutte le identità dei suoi informatori.
La risposta è sicuramente prudente, ma anche allarmante. Il capo dei servizi non è in grado di dire chi lavora per il SID.

L’inchiesta si blocca.

Il Procuratore Generale di Milano Enrico De Peppo chiede che il procedimento sulla strage sia rimesso ad altra sede giudiziaria per motivi di ordine pubblico.
La Cassazione il 13 ottobre 1972 accoglie il ricorso del procuratore generale di Milano e trasferisce il processo a Catanzaro.
Il procuratore generale di Catanzaro non è d’accordo e fa ricorso alla Cassazione per declinare la propria competenza in favore di Milano.
La Cassazione respinge il ricorso e nel novembre dei 1972 attribuisce la competenza definitivamente alla Corte di Assise di Catanzaro.

Intanto la Procura di Milano prosegue le indagini su Freda e Ventura e Giannettini per le bombe a Milano del 25 aprile 1969. Nel febbraio del 1974 i giudici milanesi depositano le loro conclusioni.

Il 20 giugno 1974 il Ministro della Difesa Giulio Andreotti rilascia un’intervista al “Mondo” in cui afferma non solo che Giannettini è un informatore del SID regolarmente remunerato, ma anche che grazie a lui il SID era al corrente della pista nera per quanto riguarda le bombe di Milano, ma ha deciso di non trasmetterle alla magistratura.

Le dichiarazioni di Andreotti portano all’espulsione dalla Francia di Giannettini che, resosi conto che qualcosa non va, scappa in Argentina. Che cosa è successo? Sino a quel momento Giannettini aveva goduto di assoluta protezione ora, invece, proprio il responsabile politico dei servizi segreti fa saltare la sua copertura, e lo fa addirittura attraverso una intervista alla stampa, perché?

L’agente del Sid deve avere della risposte e deve fare pressione sulle persone giuste, ma non può farlo dall’altra parte dell’emisfero.
Probabilmente è questa la ragione che lo porta a costituirsi presso l’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires.

Durante il volo di rientro in Italia Giannettini scrive una sorta di promemoria su fatti ritenuti di particolare interesse. Probabilmente una sorta di “avvertimento” su quello che è pronto a dire nel caso in cui venga “abbandonato”.

Giunto in Italia Giannettini si muove in modo estremamente intelligente e chiede al suo legale di recarsi dal giudice D’Ambrosio per riferirgli che vuole collaborare.
E’ un giovedì.
D’Ambrosio si dichiara disponibile immediatamente, ma l’avvocato dice di avere un impegno non solo quel pomeriggio ma anche il giorno dopo, venerdì. Sarà possibile ascoltare Giannettini lunedì.

Uscito dalla stanza di D’Ambrosio il legale di Giannettini si reca presso l’ufficio stampa del Tribunale e rilascia una dichiarazione ai giornalisti in cui afferma che lunedì il suo cliente, desideroso di collaborare, verrà sentito dal giudice.
Ora l’intento di collaborare di Giannettini è di dominio pubblico.
Ci sono tre giorni, prima che Giannettini inizi a parlare. Il giorno prima dell’interrogatorio di Giannettini, ovvero di domenica, viene notificata a casa del giudice D’Ambrosio la decisione della Cassazione di trasferire l’inchiesta a Catanzaro. D’Ambrosio, che quindi non ha più titolo per interrogare Giannettini, impugna immediatamente il provvedimento: non ci può essere connessione tra un’istruttoria e un processo già in corso, la decisione è sbagliata. A distanza di tempo la Corte di Cassazione darà ragione a D’Ambrosio, la decisione era sbagliata. Ma non ha più importanza, infatti il tempo è passato ed ora la riunione è possibile: la competenza è di Catanzaro.

Le indagini sulla strage di Piazza Fontana verranno riaperte nel 1995 dal giudice Salvini che sarà oggetto di pressioni, esposti, denunce, azioni disciplinari, ecc…: “Io posso dirle che l’indagine del mio ufficio ha avuto una serie impressionante di ostacoli …il mio ufficio dal 1995, per anni, mentre stava svolgendo gli interrogatori più importanti e irripetibili, è stato bersagliato letteralmente da esposti, azioni disciplinari, interventi del Consiglio Superiore della Magistratura o della Procura generale presso la Cassazione, che hanno rischiato di paralizzare il lavoro che stavamo svolgendo. È chiaro che quando ti devi difendere da falsità, calunnie, vere e proprie manipolazioni di documenti, resta pochissimo tempo per condurre gli interrogatori e svolgere gli accertamenti e le perizie prima che scada il termine per le indagini. È stato uno stillicidio, letteralmente, che abbiamo dovuto subire….Certamente avrei sperato che la presenza del nuovo ministero ponesse fine a questa attività di disturbo, quasi di sabotaggio nei confronti delle indagini sulle stragi. Ma ciò non è avvenuto ed anzi in buona parte è proseguito. Tanto che il ministro personalmente ha impugnato in Cassazione, la mia assoluzione dalle accuse che erano state mosse contro di me presso il CSM. Un’impugnazione simile non avviene quasi mai, la Corte di Cassazione mi ha dato ragione, la richiesta del ministro, in ottobre, è stata completamente respinta, ma a causa di ciò ancora per mesi e mesi, il dibattimento in corso è stato esposto a possibili utilizzi strumentali…Ciò che è avvenuto è qualcosa di sconcertante: una buona parte della magistratura invece di sostenere chi stava svolgendo un’azione investigativa difficile, che non era stato possibile portare a termine trent’anni prima, ha cercato in tutti i modi di colpire con azioni del tutto infondate, chi stava impegnandosi per poter raggiungere la verità. Faccio solo un esempio fra i moltissimi possibili, che ritengo giusto sia conosciuto. Nel ’95, quando stavamo giungendo al cuore delle cellule eversive, un capo di Ordine Nuovo, il dottor Carlo Maria Maggi, per allentare la pressione presentò un esposto, sostenendo di essere stato sottoposto dai miei investigatori a pressioni o abusi. Ma contemporaneamente vi erano delle intercettazioni, svolte dalla Procura di Milano, da cui emergeva che l’esposto era fasullo, un inganno suggerito a pagamento da altri militanti che stavano all’estero al fine proprio di mettere in difficoltà chi stava indagando. Nelle intercettazioni era quindi chiarissimo che fosse un esposto strumentale. Ebbene queste intercettazioni non furono mai trasmesse né a chi, a Venezia, aveva aperto le indagini contro di noi, né alla Procura Generale, in modo tale che noi fossi per anni delegittimati da questo sospetto. Ci sono voluti più di tre anni, anche per colpa delle omissioni altrui, perché questo procedimento si disintegrasse, ma ormai il danno era fatto. Ora io mi chiedo: è possibile che la magistratura, scoprendo di essere caduta nel tranello di un elemento ordinovista che stava cercando di colpire un magistrato, che era vicino a simili risultati, abbia potuto tenere in un cassetto la prova della manovra contro di lui. È un episodio sconcertante. All’interno della magistratura non c’è stata collaborazione, favorendo in questo modo i presunti autori delle stragi, che speravano di restare impuniti…Se ne deve trarre un’amara conclusione: se la ragione dell’istituzione della Commissione Stragi è scoprire perché vi è stata per anni la mancata individuazione degli autori delle stragi una parte della risposta a questa domanda di verità deve essere cercata per i tempi recenti anche all’interno della magistratura. Bisogna laicamente disfarsi del pregiudizio secondo cui il ruolo della magistratura, in questo settore, è stato sempre immune da vizi e la colpa dei mancati o solo parziali risultati è solo dei poteri occulti o comunque di altri.
Ho avuto la netta percezione che la mia indagine non interessasse a nessuno, benché proprio Milano fosse la città colpita dalla strage e che si preferisse che l’indagine fosse lasciata morire in modo indolore. Forse, anche per questo, in quegli anni si è avuto cura di riempirmi di altri processi, come se l’indagine sulla strage non esistesse. Voi potete immaginare che se hai centinaia di casi da trattare, un lavoro approfondito e continuativo come richiede l’indagine su un fenomeno eversivo con alle spalle un contesto istituzionale, diventa quasi impossibile. Cercare di impedire materialmente ad un giudice di avere lo spazio per lavorare porta oggettivamente al rischio di insabbiamento di un’indagine”.

4. Progetti eversivi. Golpe Borghese, Golpe Sogno e Rosa dei Venti (trasferimento delle indagini)

E’ la notte tra il 07 e l’08 dicembre 1970; il Principe Junio Valerio Borghese, alla guida di un numero imprecisato di uomini armati, militari e non, provenienti da diverse regioni d’Italia, è pronto ad attuare il colpo di Stato, definito in codice “Operazione Tora Tora” (dal nome in codice dell’attacco giapponese a Pearl Harbour), e finalizzato all’instaurazione di un regime militare.

I congiurati hanno preso posizione nei punti prestabiliti della capitale (iniziative analoghe sono predisposte in altre città) e sono pronti ad entrare in azione.

Alcuni dei congiurati si sono già introdotti al Ministero degli Interni, quando, poco dopo mezzanotte, arriva il contrordine. Il colpo di Stato è rinviato, l’ordine è di rientrare.

L’opinione pubblica apprende la notizia grazie ad un articolo di giornale apparso il 17 marzo 1971 su “Paese Sera” che titola: “Piano eversivo contro la repubblica. Scoperto complotto di estrema destra”.

La Procura apre un indagine.

In quegli anni si aprono anche altre inchieste giudiziarie su organizzazioni eversive paramilitari. Una a Padova, dove il giudice Tamburino è titolare dell’inchiesta sull’organizzazione denominata “Rosa dei Venti” che raccoglie anche alcuni riferimenti testimoniali sul “SID Parallelo”.

Un’altra a Torino sul Golpe Bianco di Edgardo Sogno. Titolare dell’inchiesta è il giudice Violante.

In un unico giorno la Cassazione decide di trasferire sia l’inchiesta di Padova che quella di Torino a Roma per connessione con l’inchiesta principale sul “Golpe Borghese”.

Nel procedimento giudiziario sono coinvolti: il generale Vito Miceli, capo del Servizio segreto; Giuseppe Lo Vecchio, colonnello dell’Aeronautica; Giuseppe Casero, ufficiale dell’Aeronautica; Giovanni Torrisi, ufficiale di Marina; Giovanbattista Palombo, Franco Picchiotti e Antonio Calabrese, ufficiali dei Carabinieri; Giuseppe Santovito.

I tre gradi di giudizio sui golpe si chiuderanno con la Cassazione che assolve tutti gli imputati.

Le motivazioni con cui le corti assolvono gli imputati verranno, 20 anni dopo, pesantemente censurate dalla relazione della commissione bicamerale Pellegrino:

Analogamente alcuni dati di fatto – pur non contestati – furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte di Assise di primo grado, che accettò le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano, ictu oculi, di straordinaria gravità…Esito di tale complessiva lettura minimizzate può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: “che i ‘clamorosi’ eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni.”

5. Inchiesta armi, droga ed attentato al Papa (Trasferimento – denunce – esposti – procedimento disciplinare – attacco della stampa)

Il 13 maggio 1981 il Papa viene ferito gravemente dal terrorista turco Ali Agca.

Nel febbraio del 1983 il giudice Carlo Palermo, nell’ambito della inchiesta di Trento sul traffico internazionale di droga ed armi, interroga Ali Agca. Questo il suo racconto.

“Agka, parlandomi di alcuni personaggi turchi – che comparivano sia nelle mie indagini che in quelle sull’attentato al Papa –, e descrivendomi i suoi rapporti con loro, aveva indicato diversi numeri telefonici da lui chiamati.

Da alcuni accertamenti eseguiti all’estero (a Vienna), risultò però che le utenze telefoniche, che mi aveva segnalato, erano state fornite agli interessati solo nel 1982: cioè in un periodo successivo all’attentato al Papa e al suo stesso arresto!
Decisi di reinterrogarlo di nuovo, il giorno seguente.
Questa seconda volta chiesi al giudice istruttore di Roma, Ilario Martella, di assistere all’interrogatorio.
Alla sua presenza e a quella dell’interprete e dell’avvocato, ripetei le domande all’imputato. Agka senza scomporsi ribadí a sua volta le risposte già date.

Gli contestai, documenti alla mano, la falsità delle sue dichiarazioni.
Rimase come frastornato. Dopo qualche esitazione, dinanzi alle mie insistenze, Agka ammise che, mentre si trovava in carcere, gli erano stati consegnati alcuni documenti sequestrati ad altri imputati, arrestati dopo di lui. Aveva cosí avuto modo di imparare a memoria indicazioni utili a conferire credibilità alle sue dichiarazioni.
Una copia di quel verbale rimase a me, una copia al giudice istruttore, Ilario Martella. (anni dopo, parlando con Rosario Priore, il magistrato incaricato di portare a termine quella vecchia indagine, appresi che negli atti del processo sull’attentato al Papa (quello sui mandanti), non esisteva una copia né traccia di quell’interrogatorio: ovvero non esisteva la prova – datata 1983 – che le dichiarazioni di Mehmet Ali Agka erano state costruite, almeno in parte, a tavolino).

Subito iniziarono le reazioni: minacce, esposti, liti con colleghi. Mi venne assegnata la scorta.Rimasto solo, mi buttai più di prima a capofitto nel lavoro.

Nel giugno di quell’anno, mentre svolgevo delicate indagini sui nostri servizi di sicurezza e sulle connessioni segrete legate all’attentato al Papa, a seguito di segnalazioni anonime sapientemente inviatemi, sequestrai documenti scottanti che chiamavano in causa l’onorevole Bettino Craxi, da poco nominato presidente del Consiglio Iniziai a svolgere accertamenti sul Psi.

Le reazioni furono durissime. Nel dicembre dello stesso anno, in occasione di perquisizioni e sequestri di documenti su una società finanziaria di proprietà del partito, il presidente Craxi si rivolse al Procuratore Generale della Cassa¬zione, che intervenne immediatamente nei miei confronti. I provvedimenti che avevo emesso mi vennero restituiti non eseguiti, l’indagine venne bloccata, io venni posto sotto pro¬cedimento disciplinare e penale per abusi vari, e, innanzi tutto, per aver omesso di inviare una “comunicazione giudi¬ziaria” al Presidente del Consiglio, pur non avendo svolto atti¬vità istruttorie che lo riguardavano.

Il 20 novembre dello stesso anno, le Sezioni Unite della Cassazione mi tolsero tutte le carte con la motivazione che non ero “attendibile ed imparziale” e le inchieste vennero trasferite a Venezia ( mitomania, smania di protagonismo, ecc.. ).

I procedimenti aperti contro il giudice Palermo si chiuderanno 10 anni dopo con la sua piena assoluzione.

6. Inchiesta Phoney Money (avocazione – trasferimento)

Inchiesta del 1996 ad Aosta su una lobby politico-affaristica (temibile loggia Andorra) specializzata in truffe internazionali (traffico di titoli falsi). Titolare PM David Monti

L’inchiesta viene avocata dal Procuratore Maria Del Savio Bonaudo, trasferita a Roma, spezzata in tre tronconi ed archiviata.

Il PM Monti viene trasferito a Firenze ed invitato a curarsi per disturbi del comportamento.

Intervista a Monti. QUI SI RISENTE ODOR DI P2 di Marcella Andreoli da Panorama, 12 dicembre 1996: “I poteri occulti sono sempre presenti….magari in sonno quando le indagini riguardano fatti semplicemente corruttivi, ma pronti a intervenire quando la magistratura sonda i meccanismi segreti del potere… Avevo trovato documenti importanti, avevo scoperto un collegamento tra le indagini sulla lobby occulta e un colossale traffico di titoli falsi… “Ci sono stati anche clamorosi casi giudiziari, vedi la vicenda Martelli-Kolbrunner (un presunto giro di titoli falsi che aveva come epicentro delle indagini l’ex guardasigilli Claudio Martelli e una sua collaboratrice ndr)…agli atti della commissione parlamentare sulla P2. Pure in quei faldoni troverà la pista di un traffico di titoli falsi. Ne aveva parlato un personaggio molto noto negli anni Settanta, Mario Foligni, che era al centro di un dossier chiamato M.Fo.Biali. Ecco, quella trama cbe risale a 20 anni fa l’ho ntrovata nelle mie indagini….Da quella vicenda emergeva anche un robusto traffico di petrolio con la Libia, diventato in seguito la base di partenza della famosa inchiesta giudiziaria chiamata ‘scandalo dei petroli’ che avrebbe poi travolto il vertice piduista della Guardia di finanza”….Dottor Monti….circola voce che lei sia, diciamo, troppo emotivo, che volesse interrogare pure il presidente Clinton… “Azioni di pura delegittimazion e della mia indagine”. Pubblicato il 7 luglio, 2003

7. Inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi 20 marzo 1994 a Mogadiscio (Avocazione)

Ilaria e Miran si erano recati a Mogadiscio per inseguire la traccia della “21 Oktobar II”, la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco ( donata dalla Coooperazione italiana alla Somalia), presente nella rada di Livorno la sera del rogo del Moby Prince ( 10 aprile 1991) e che, secondo una informativa della Digos di Udine del 1994: sarebbe in realtà stato utilizzato per traffico internazionale di armi”.

La pericolosa inchiesta viene sottratta (avocata immotivatamente come accerterà l’ispettore ministeriale) al PM Pititto due giorni prima di ascoltare due testimoni oculari dell’esecuzione. Il dott. Pititto ha dichiarato in una intervista: “…perché accertare le vere ragioni per cui l’inchiesta mi è stata sottratta è, secondo me, un passaggio fondamentale per accertare la verità…Se la ragione per cui l’inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev’essere un’altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un’inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l’accertamento delle responsabilità, non può che allarmare… Coiro mi affida l’inchiesta il 22 marzo 1996. Pochi mesi dopo, nell’estate ’96, viene destituito senza alcuna valida ragione. Arriva Salvatore Vecchione che, a due mesi e undici giorni dal suo insediamento, me la sottrae con una motivazione falsa, su cui le istituzioni paiono determinate a mantenere il silenzio. Neppure l’appello dei coniugi Alpi al capo dello Stato ha sortito il minimo effetto. Per converso, da quando l’inchiesta mi è stata tolta, contro di me è iniziata un’opera di persecuzione senza limiti, né legali, né morali, né di decenza”.

8. Inchiesta Why Not, Poseidone e Procura di Salerno (Avocazione, Trasferimento, procedimento disciplinare, sospensione)

De Magistris nel 2006, a seguito di una denuncia, inizia ad indagare sul fenomeno della illecita gestione pubblica, locale e nazionale, di finanziamenti, convenzioni, commesse e appalti nel settore della depurazione delle acque e della emergenza ambientale.

Il procedimento è il c.d. Poseidone.

Un altro filone di indagine porta De Magistris ad indagare sul fronte della illecita gestione regionale di commesse, appalti e finanziamenti pubblici nei settori della informatizzazione ed innovazione tecnologica degli uffici pubblici, del lavoro interinale, della sanità, dell’energia eolica. Tale procedimento è il c.d. Why Not

All’interno della Procura, alcuni magistrati pongo in essere delle attività illecite allo scopo di sottrarre le suddette inchieste a De Magistris, nonché di delegittimarlo ed isolarlo professionalmente. Lo scopo viene raggiunto e a De Magistris vengono tolte le inchieste.

I procedimenti sottratti a De Magistris, vengono, poi, senza che vi sia una giusta causa, smembrati in tanti procedimenti diversi ed assegnati ad altri procuratori, ovviamente del tutto estranei alle indagini sino a quel momento svolte.
Tutto ciò porta ad una stagnazione delle indagini e al dissolversi di importante tracce investigative.

Il dott. De Magistris, ritenendo illegale quanto successo, inoltra regolare denuncia la Procura della Repubblica di Salerno, ovvero la Procura competente (ex art. 11 c.p.p.) ad indagare sulle ipotesi di reato commesse dai magistrati di Catanzaro.

Il Ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella, coinvolto nelle indagini, chiede al CSM il trasferimento cautelare urgente di De Magistris; ovverosia chiede il trasferimento del magistrato che sta indagando su di lui.

Il Procuratore Generale promuove, quindi, un’azione disciplinare contro De Magistris, che molti autorevoli giuristi valutano assolutamente infondata.

Il giorno prima della seduta in cui verrà discusso il caso De Magistris, Letizia Vacca, il Vice Presidente della Prima Commissione del CSM rilascia dichiarazioni alla stampa dove esprime giudizi di disvalore nei confronti di De Magistris e parla chiaramente dell’intento di “colpirlo” (Forleo e De Magistris sono cattivi magistrati”, tengono “condotte devastanti”, “devono fare le inchieste e non gli eroi). In altri termini, anticipa l’esito della seduta ancora prima che questa venga discussa.

Il CSM, quindi, come anticipato, condanna De Magistris. Si badi bene che De Magistris viene condannato per aspetti disciplinari, ovvero per aspetti che riguardano la “forma” con cui sono state condotte le indagini; non si giudica cioè la fondatezza delle indagini stesse.

Le motivazioni della sentenza lasciano, ancora una volta, ai giuristi ben più di una perplessità.
De Magistris decide di impugnare la sentenza davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Il ricorso è ben fatto e, secondo l’opinione di molti giuristi, ha ottime possibilità di venire accolto.

Però c’è un colpo di scena. L’avvocato di De Magistris si sbaglia e deposita il ricorso in ritardo. Il ricorso viene quindi giudicato inammissibile e non valutato nel merito. In altri termini non vengono esaminate le motivazioni del ricorso, la sentenza del CSM diventa definitiva e De Magistris viene trasferito a Napoli. De Magistris rassegna le dimissioni dall’Ordine giudiziario.

9. Procura di Salerno (azioni disciplinari – trasferimento – sospensione – esposti – denunce)

La Procura della Repubblica di Salerno, intanto, investita delle indagini dalla denuncia presentata da De Magistris (e quindi obbligata ad indagare), a febbraio chiede alla Procura di Catanzaro di trasmettergli gli atti relativi alle indagini di De Magistris, ma questa rifiuta di inoltrare i fascicoli.

La Procura di Salerno, grazie ad altre prove raccolte, ritiene che siano ravvisabili delle ipotesi di reato nei comportamenti tenuti da alcuni magistrati della Procura di Catanzaro. Dalle indagini, infatti, emerge che gli indagati, dal un lato avrebbero indebitamente rifiutato di compiere atti del proprio ufficio non procrastinabili e, dall’altro avrebbero compiuto, invece, diversi atti contrari ai doveri dei propri uffici sulle indagini portate avanti da De Magistris. Sempre secondo la Procura di Salerno tali comportamenti sarebbero stati attuati, sostanzialmente, per favorire, mediante la deviazione del regolare procedimento penale, alcuni indagati.

A suffragare tale ipotesi investigativa vi sarebbe anche il comportamento tenuto da alcuni indagati dei procedimenti di De Magistris che, una volta sottratte a questo le indagini, avrebbero assicurato a parenti ed affini di coloro che avevano reso possibile la sottrazione, l’ingresso in studi professionali di grande prestigio, quote societarie, e posti di lavoro vari.

La Procura di Salerno rinnova, quindi, la richiesta di trasmissione degli atti relativi alle indagini di De Magistris alla Procura di Catanzaro. Ma, anche questa volta, la Procura rifiuta di inoltrare i fascicoli. La Procura di Salerno per ben sette volte inoltra la suddetta richiesta ma, per ben sette volte, la Procura di Catanzaro si rifiuta di consegnare gli atti.

La Procura di Salerno, quindi, dopo aver atteso nove mesi ed inviato ben sette richieste, decide il sequestro degli atti.

Nei confronti dei magistrati di Salerno parte una denuncia penale e viene aperto un procedimento disciplinare dalvanti al CSM. Il Tribunale del riesame, intanto, afferma che il decreto di sequestro probatorio della procura di Salerno è “perfettamente legittimo”, “logico, preciso e analitico”, “immune da vizi di motivazione”, in linea col Codice e la “giurisprudenza di Cassazione”, necessario “per l’accertamento dei fatti”.

Ma per il CSM non conta e, dopo aver nel corso del procedimento pesantemente compresso i diritti alla difesa dei magistrati, sospende dalle funzioni e dallo stipendio il Procuratore di Salerno Luigi Apicella ( per avere – in violazione degli obblighi di equilibrio e di imparzialità, gravanti anche sui magistrati del pubblico ministero – adottato provvedimenti giudiziari in grave e inescusabile violazione di legge e, comunque, eccedenti, per forma e contenuto, le finalità da raggiungere) e trasferisce d’ufficio i due pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani che non potranno più svolgere la funzione di magistrati d’accusa (Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano).

I provvedimenti del C.S.M. nei confronti dei magistrati di Salerno hanno bloccato le loro indagini e reso vani, nei fatti, i provvedimenti da loro legittimamente adottati e confermati nelle sedi giudiziarie competenti.

Il 09 settembre 2009 il GIP di Perugia archivia il procedimento penale nei confronti dei colleghi Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, relativo alla vicenda delle indagini della Procura di Salerno bloccate da provvedimenti disciplinari adottati dal Consiglio Superiore della Magistratura: Le motivazioni addotte dal C.S.M. prima e dalla Corte di Cassazione poi nel caso dei colleghi Apicella, Verasani e Nuzzi appaiono sotto diversi profili palesemente infondate.

Luigi Apicella la magistratura affermando di non poter proseguire perchè inclinata la sua fiducia nella giustizia

10. Caso Unipol Forleo (procedimento disciplinare – trasferimento)

Stesso iter nei confronti del G.I.P. Forleo dopo la sua ordinanza del gip sull’operazione Unipol-Bnl-Antonveneta-Rcs: procedimento disciplinare, trasferimento d’ufficio rivelatosi poi illegittimo (sentenza del TAR)

in più operazioni, vengono applicati con Il meccanismo è sempre lo stesso.

Nella storia d’Italia quando PM si mettono a svolgere determinate indagini il meccanismo di legittimazione che parte nei loro confronti è sempre lo stesso.

Attacco sulla stampa, fuga di notizie, indagini del ministero, denunce, tentativi di farli passare per pazzi, trasferimento o avocazione dell’inchiesta, smembramento in più tronconi ed, infine, archiviazione.


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