Orticola 2011

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Fossi un coltivatore e decidessi di partecipare a una mostra-mercato, come potrei misurare la resa dell’investimento? Perché allestire uno stand costa: affittare lo spazio, trasportare le piante, sottrarre tempo ad altro lavoro, pernottare… “Eh, non so se l’anno prossimo torneremo, non abbiamo venduto abbastanza da pagarci le spese”. Ma non è il mercato settimanale in paese, dove si va portando ciò che si è sicuri di vendere e dove i conti si fanno a fine giornata. A una mostra-mercato si va per raccontare di sé, del proprio lavoro, per farsi riconoscere – per essere distinguibili tra gli altri coltivatori, vuoi per le varietà presentate, vuoi per la qualità, vuoi per i suggerimenti di coltivazione o per qualunque altra specificità. È una forma di pubblicità che, raccontano gli esperti di comunicazione, può rivelarsi utile per “consolidare l’immagine”, ma che, per dare frutti, richiede tempo, costanza e dedizione – proprio come una pianta, in fondo. E allora i coltivatori dovrebbero saperci fare. O no?

Hemerocallis lilio-asphodelus

Entrare nel labirinto di Orticola lo scorso sabato pomeriggio è stato come entrare nella grotta di Aladino – e doverne contare le gemme una per una… Presto la mente e il cuore si saturano: non ci si può innamorare ogni dieci passi, conservare qualcosa da portare con sé, qualcosa da ricordare, che maturi poi in una nuova conoscenza, in un nuovo progetto, se ogni stand accumula decine e decine di varietà, tutte bellissime, certamente, ma che richiederebbero ben più delle poche ore che è possibile dedicare alla visita per essere ammirate – e comprese.
Le reazioni dei visitatori sono diverse – chi si affanna da uno stand all’altro, per non mancarne nessuno, ma alla fine, per “l’eccesso di offerta” che impedisce le comparazioni, non sa comunque scegliere; chi arriva cercando una precisa categoria di piante, e trascura tutto il resto, rinunciando a sapere di più; chi, stordito da tante meraviglie, vaga a occhi sbarrati; chi riesce a trovare il proprio tesoro appena entrato, e se ne esce soddisfatto con quello, fosse pure il rododendro che troverebbe anche dal fioraio sotto casa…
Poiché non ho alcuna autorità e quindi posso essere tranquillamente ignorato, provo a elencare qualche suggerimento.
  • Primo. Vivaisti, presentatevi. Siccome non si può fare di persona con tutti i visitatori, ci si munisca di cartello, sobrio e chiaro: bastano il logo, il nome dell’azienda e la località; il resto possono farlo i biglietti da visita, di cui è vantaggioso essere generosi; non aspettate che ve li chiedano, metteteli in bella vista: chi è incuriosito ma non ha tempo magari vi rintraccerà al telefono o sulla rete – forse verrà a trovarvi per conoscervi con calma. Dategliene la possibilità.
  • Secondo. Non portate tutto quello che state producendo. Selezionate quelle piante che ritenete vi distinguano o siano particolarmente ben riuscite; se avete spazio per cinquanta vasi, non portate cinquanta varietà – neppure trenta. Meglio poche varietà in grandi quantità che il contrario. Nel marasma della fiera il colpo d’occhio sarà più efficace, più facilmente rimarrà impresso nella memoria. Il che porta al successivo:
  • Terzo. Non basta esporre più o meno ordinatamente le piante nello spazio che vi è stato destinato, come fosse niente di più di un’estensione del vivaio. Curate gli abbinamenti, le associazioni, quasi si trattasse di suggerire l’immagine di un giardino – che poi è la naturale destinazione di ciò che producete. Così potreste anche aumentare il numero delle varietà esposte senza generare in chi guarda alcun senso di smarrimento: osserverebbe un insieme ricco, invece che un accumulo di oggetti vegetali.
  • Quarto. I visitatori esperti cercano nuove idee, i novizi cercano una guida; sviluppare il terzo suggerimento soddisfa questi e quelli.
  • Quinto. Poiché lo stand serve anche da magazzino, esporre poche varietà in molti esemplari evita di farlo sembrare povero durante l’ultimo giorno o le ultime ore della mostra – cosa che invece darebbe una cattiva immagine della capacità di produzione del vivaista.
  • Sesto. Raccontate. Raccontate di voi, delle piante, dei giardini che le ospitano o che le sapranno ospitare. Raccontatene la storia e l’origine, raccontate un’emozione, una soddisfazione dei sensi. Si racconta, è noto, per immagini come per parole. Non siate prolissi – non ne avete neppure il tempo. Evocate. Suggerite. Non siete arrivati per vendere, ma per comunicare (ma anche la vendita è una forma di comunicazione), per farvi conoscere e soprattutto ricordare.
  • Settimo. Per gli organizzatori. Alla quinta volta che passa davanti a un espositore di Pelargonium antichi/botanici/odorosi (che stanno diventando pericolosamente di moda), il visitatore non sa più se è di fronte al primo o al secondo o al terzo o al quarto o effettivamente al quinto: le varietà sono più o meno le stesse, l’esposizione non offre alcun appiglio alla memoria, forse un esemplare è specifico ma chi si ricorda se è proprio lui e in effetti il percorso con le sue biforcazioni, col suo andare e venire (peraltro suggestivo) non aiuta di certo. Lo stesso vale per gli espositori di rose, di piante erbacee perenni, di eccetera eccetera. Storicamente gli artigiani riunivano le proprie botteghe lungo una via del quartiere che ne ospitava la corporazione – e che talvolta ancora ne conserva il nome (Via dei Bottai, dei Tintori, dei Cordai…); tra affiliati si controllava che nessuno infrangesse le regole della corporazione, mentre gli acquirenti avevano la possibilità di comparare agevolmente le merci esposte dai vari artigiani e valutarne la qualità. Allora forse non sarà difficile organizzare un Sentiero delle Esotiche, delle Acquatiche, dei Pelargoni, delle Rose, di eccetera eccetera … La competizione non guasta il mercato.
Amen.
Come è stata l’Orticola? (La Graticola la chiama lo Zar Paolo).
«Una mente vivace e tranquilla non vede nulla che non le piaccia; e può essere soddisfatta anche senza vedere nulla». Tranquilli e vivaci, in effetti, sembrano essere per temperamento gli appassionati di piante. E, diversamente che per Emma, a Orticola da vedere c’era molto – da sembrare troppo, come si diceva. Ma anche la sensazione di ricchezza vegetale (e dunque della Natura e pure dell’Arte), la percezione della grande varietà, quasi inesauribile, di forme, colori, odori, sono – passatemi il termine – insegnamenti di cui essere soddisfatti.
(E pure molta soddisfazione me l’ha data la metamorfosi di un architetto-pianificatore-paesaggista-conservatore in orticoltore, almeno per una sera… Vivat!).
(Della sempre maggiore sensibilità-versorichiesta-di orto, riccamente espressa anche a Orticola, si dovrà parlare una volta o l’altra).

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