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Il Consumer Price Index statunitense in marzo diffuso venerdì scorso ha rafforzato la pattuglia di analisti che non prevedono un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve prima dell’anno prossimo e questo anche se l’indice complessivo viaggia oramai a tassi di crescita su base annua del 2,7 per cento e a una variazione mensile dello 0,5 per cento. Quello che tranquillizza i suddetti analisti è il fato che l’indice core, quello che cioè esclude alimentari e prodotti energetici, è cresciuto solo dello 0,1 per cento, mentre il tendenziale annuo viaggia all’1,2 per cento, ben al di sotto di quella soglia di allarme del 2 per cento che indurrebbe il Federal Open Market Committee a porsi il problema se sia il caso di abbandonare la politica dei tassi prossimi allo zero. La risposta europea al rialzo dell’inflazione, da noi non si distingue troppo tra l’indice complessivo e quello depurato, è stata già data dai neotemplari della Banca Centrale Europea che hanno deciso, nel loro ultimo conclave di alzare di un quarto di punto il tasso di riferimento che da alcuni anni era fissato all’uno per cento, mossa comunicata come non l’inizio di una serie, mentre io ritengo che sarà seguita da altri aumenti nei mesi prossimi. Non so per quanto tempo la banca centrale americana e quella giapponese potranno continuare a ignorare l’effetto di trasmissione che dai prezzi delle materie prime energetiche passa alla vasta gamma di prodotti che vengono acquistati giornalmente dai consumatori, ma credo proprio che questa sottovalutazione non potrà durare sino alla fine dell’anno.

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