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Importante denincia dei cardiologi , riuniti per l’ìESC, il congresso annuale della Società Europea di Cardiologia . «Il sottoarruolamento delle donne nei grandi trial (Ace-inibitori, sartani, beta-bloccanti, statine) è un fatto assodato e irrimediabile» commenta Maria Grazia Modena, direttore della Cattedra di Cardiologia dell’università di Modena e Reggio Emilia. L’allarme è stato confermato l’8 marzo scorso, inserendo sull’European heart journal due studi sulla minore prescrizione nelle donne di farmaci cardiologici nelle sindromi coronariche acute e in caso di dolore toracico. «Tali studi “gender bias” non sono più ripetibili, specie per motivi economici, per cui abbiamo dati ottenuti sull’uomo traslati sulla donna, così come in laboratorio si inizia sempre dal ratto maschio». I motivi di questa situazione? «Si riteneva che l’uomo fosse più colpito dalle patologie cardiovascolari e la donna invece da problemi ginecologici e oncologici. In realtà quest’ultima muore di infarto in modo tre volte maggiore rispetto a tutti i tumori. Studiare il maschio, poi, è meno costoso: la femmina infatti necessita di molti sottogruppi per la sua variabilità fisiologica e ormonale, dall’adolescenza alla menopausa». Insomma, la donna non è un uomo piccolo al quale va uniformata per taglia ed età, ma ha, tra l’altro, vasi di calibro minore e un set diverso di enzimi epatici. «Per questo la donna ha spesso una minore compliance agli Ace-inibitori o ai Ca-antagonisti, con frequenza maggiore di effetti collaterali (tosse stizzosa e insufficienza venosa, rispettivamente). I sartani sono invece più efficaci in postmenopausa per via della up-regulation degli At1. Infine, la donna con ipertensione (di frequente insorgenza in menopausa) spesso è resistente ai farmaci». Già dal ’99, comunque, l’Nih non finanzia trial con rappresentanza femminile <25%; un criterio adottato poi anche da Fda, Emea e Aifa (seppure prevalentemente per patologie “a bikini”: seno e apparato genitale).

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