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Il pagamento alla Romana si ha quando il conto di una cena in un ristorante è diviso in parti uguali tra tutti i partecipanti. Questo dimostra in maniera inequivocabile che i romani sono comunisti.

 

Il pagamento alla Romana è un ottimo modo di spiegare la differenza tra una democrazia corporativa come la nostra e una democrazia liberale, come i paesi anglosassoni nell'Ottocento.

 

Supponiamo che ci sia una tavolata di cento persone. Supponiamo che ci siano due menù: il menù economico, pizza margherita e una birra media a 10€, oppure il menù gourmet cocktail di gamberi, spaghetti al polpo, involtini di pesce spada, puntarelle alle alici, Greco di Tufo, prosecco e torta Sacher a 100€.

 

Non c'è dubbio che il secondo menù sia migliore del primo a parità di prezzo, ma dato il differenziale di prezzi, supponiamo che tutte e cento le persone preferiscano il menù economico al menù gourmet.

 

Iniziamo supponendo che tutti abbiano scelto il menù base. Il conto complessivo è di 1,000€, cioè 10€ a testa. Uno dei commensali però capisce che se ordina il menù gourmet, e gli altri 99 commensali ordinano il menù base, il conto complessivo salirebbe a 1,090€, cioè a 10,9€ a testa. Nessun commensale ha motivo di protestare, perché per 0.9€ non vale la pena fare i tirchi. Ma se tutti e cento fanno lo stesso ragionamento, il conto sale a 10,000€, cioè 100€ a testa.

 

Se invece supponiamo che tutti abbiano scelto il menù gourmet, il conto è di 10,000€, cioè 100€ a testa. Anche se tutti preferivano il menù base da 10€, se una persona decide di prendere il menù base, il conto scende a 9,910€, cioè 99.10€ a testa. In pratica, il commensale responsabile si può appropriare soltanto di 0.90€ dei vantaggi della sua scelta.

 

Il motivo è che il conto alla romana implica un'esternalità negativa su chi usufruisce del menù gourmet.

 

Questo è lo stesso problema che si ha nelle democrazie: si pagano le tasse indipendentemente da quanto si chiede allo Stato, dunque, tanto vale chiedere molto, tanto si paga comunque per ciò che hanno chiesto gli altri. Il risultato è la "spoliazione universale" di cui parlava Bastiat: tutti sperano di riuscire a vivere a spese di tutti gli altri, e nessuno riesce ad uscire da questo gioco folle per via del vincolo di partecipazione (al ristorante, basta sedersi in un altro tavolo, ma in politica serve espatriare, e il resto del mondo ha lo stesso problema).

 

La dimensione attuale degli Stati non si può spiegare con la teoria dei beni pubblici: il 5-10% del PIL è anche troppo per produrre tutti i beni pubblici realisticamente concepibili. E non si può spiegare con considerazioni di equità: con una cifra analoga si può garantire l'assistenza di base di tutti i poveri, senza contare che molte politiche sono evidentemente dannose per i poveri. Ne risulta che il 10-20% di spesa pubblica basterebbe per soddisfare le argomentazioni standard per l'esistenza dello Stato. 

 

Il resto è colpa del "pagamento alla Romana": Roma, ladrona, Garrett Hardin non perdona.

 

Le prospettive per una democrazia liberale derivano essenzialmente dalla capacità di concepire una soluzione a questo problema. Si tratta essenzialmente di fissare regole che impediscano la "spoliazione universale", ma ciò comporta una "tragedia dei beni comuni", un "problema di azione collettiva", e un "dilemma del prigioniero", e ciò rende la soluzione molto difficile, soprattutto in società numerose ed eterogenee.

 

Il fatto che esternalità sistemiche siano connaturali alla politica la rende un gioco pericoloso. Però è l'unico gioco che abbiamo, tanto vale migliorarlo pian piano.
Pubblicato da Libertarian | Commenti
Tag: liberalismo, teoria politica

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