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Non è che il giardino al momento non offra nulla; ci sono gli ellebori fioriti o pronti a farlo; si sentono i profumi della Lonicera fragrantissima e delle sarcococche; le maonie sono in fiore da settimane e, nella serra fredda, sono sbocciate le prime viole doppie… Tuttavia sento il bisogno di piatti più sostanziosi, di un’abbuffata di rose magari, e le immagini del giardino primaverile che uso come salvaschermo ora sono quasi un supplizio di Tantalo. “Quasi” perché ricordare il piacere passato (che diceva il buon Giacomo?) in questo caso diviene anticipazione di quello prossimo, confidando nella ricomparsa di nuovi fiori e nuove foglie e nuovi frutti (non per la ciclicità delle stagioni, a quella non si può più credere dopo la comparsa dell’Entropia, dea crudele, ma solo perché le piante fuori in giardino sono ancora giovani e poi insomma catastrofi repentine non se ne prevedono). E il soffermarsi a ricordare è pure l’occasione per cercare altre notizie su quel che si coltiva: storia, origini, cure necessarie… mi pare che la conoscenza aumenti il piacere. E poi dicono vi sia anche il piacere della conoscenza. Se così, ben venga.

Rosa "Honorine de Brabant"
In un angolo del giardino mi cresce, sano ma non floridissimo (a causa della competizione con i cespugli vicini, troppo fitti per l’ostinazione a non rinunciare a nulla, propria del giardinante), un esemplare di Rosa “Honorine de Brabant” i cui cinorrodi, a differenza di quelli di molte altre varietà, rovinati dal freddo, sono ancora di un bel rosso brillante, capace di consolare anche nelle giornate brumose. Sfogliando varie pagine sulla Rete trovo però poco o nulla in proposito nelle descrizioni pubblicate, che invece spesso riportano solo commenti che parafrasano il giudizio che ne dà Peter Beales in Classic Roses (di solito senza citare la fonte, beninteso): “This is one of the most acceptable striped roses.” E poco più. Delusione da piaceri mancati. Sono allora subito tentato di illuminare il mondo con una descrizione più articolata di questa rosa, una descrizione così seducente da far crescere la stima generale e moltiplicare le vendite. Ma freno l’abbrivio per soffermarmi sul termine “acceptable”. Perché una rosa variegata può essere solo più o meno “accettabile” e non “affascinate” o “valida” o “eccezionale”… come altrimenti lo stesso Beales definisce molte varietà non migliori della “H. de B.”?
Ovvero, perché si associa la variegatura dei fiori a qualcosa di negativo, o per lo meno a un alone di cattivo gusto?

Matthiola incana
In un noto passo del Winter’s Tale (no, non di Freddie: di William), Polissene, re di Boemia, conversa con Perdita per saggiarne la virtù, poiché la pastorella, che solo poi si scoprirà essere figlia del re di Sicilia, è innamorata, ricambiata, di Florizel, figlio dello stesso Polissene; è un dialogo sull’amore, il matrimonio, il sesso e le differenze sociali che si sviluppa attraverso una serie di metafore floreali.
[…]
PERDITA
Sir, the year growing ancient,
Not yet on summer’s death, nor on the birth
Of trembling winter, the fairest
flowers o’ the season
Are our carnations and streak’d gillyvors,
Which some call nature’s bastards: of that kind
Our rustic garden’s barren; and I care not
To get slips of them. *
[…]
William Shakespeare, The Winter’s Tale, Atto 4, scena VI. 
(E va bene: noto tra chi si occupa di storia dei giardini – o di letteratura elisabettiana).
Perdita disdegna i garofani e le violacciocche variegate; così facendo dichiara in una sola volta di possedere onestà, modestia e temperanza. Carnations e gillyvors erano fiori molto apprezzati e diffusi nei giardini (testimone John Parkinson, Paradisi in Sole Paradisus Terrestris, 1629), ma le varietà più rare si trovavano solo in quelli delle classi agiate, alla cui ammissione Perdita afferma dunque di non aspirare. Alle violacciocche poi erano riconosciute varie proprietà medicinali, tra cui la capacità di accendere il desiderio – e poteva forse una fanciulla associarsi alla lussuria? La screziatura inoltre era accostata all’imbellettamento, quando il trucco pesante caratterizzava le prostitute. Le fondamenta delle implicite dichiarazioni di Perdita sono riassunte in pochi versi: “Perché m’han detto che la screziatura/ che varia il lor colore è un artificio/ che usurpa la potenza creatrice/ della grande Natura” (mentre la ragazza non desidera turbare alcun ordine: né sociale né naturale).
È dunque ripresa la dicotomia Arte / Natura che attraversa tutta la cultura rinascimentale – sebbene qui la contrapposizione compaia come pretesto piuttosto che come vero argomento. Tuttavia il rifiuto della screziatura riflette una concezione del mondo che ha radici ancora più lontane – vedremo alla fine.

Rosa gallica "Versicolor"
Nel 1176 muore nel convento di Gostow, presso Oxford, Rosamund Clifford, amante di Re Enrico II d’Inghilterra; il re e la famiglia Clifford dispongono affinché Rosamund sia sepolta nella chiesa del convento; la sua tomba diviene luogo di venerazione frequentato dal popolo, fino a suscitare lo scandalo del Vescovo Hugh di Lincoln, che, nel 1191, due anni dopo la morte del re, ordina che le spoglie della “prostituta” (harlot) siano rimosse. Nel 1599, quando, dopo la Dissoluzione dei Monasteri ordinata da Re Enrico VIII, visita il cimitero in rovina, l’erudito tedesco Paul Hentzner legge in fondo all’iscrizione sulla lapide di Rosamund un epitaffio in latino:
HIC JACET IN TUMBA ROSA MUNDI NON ROSA MUNDA
NON REDOLET SED OLET QUAE REDOLERE SOLET
Qui giace nella tomba la rosa mondana, non la rosa pura.
Colei che è solita profumare, non profuma, ma puzza.
(Cruda la traduzione – crudele l’iscrizione).
Ma ormai The Fair Rosamund è da tempo divenuta figura leggendaria (tant’è che gli elisabettiani Thomas Deloney e Samuel Daniel compongono rispettivamente The Ballad of Fair Rosamund e The Complaint of Rosamund, di cui è facile pensare che Shakespeare fosse a conoscenza). Si racconta che per proteggerla il re avesse fatto realizzare intorno al Casino di Caccia di Woodstock, dove allora dimorava, un labirinto (il Rosamund’s Bower); che fosse uccisa col veleno per ordine della Regina Eleonora d’Aquitania, sposa di Re Enrico; che sulla tomba di lei – giovane, bella, aggraziata – spuntasse un cespuglio di rose, dai cui rami, se spezzati, stillava sangue. Questa rosa sarà individuata in quella che oggi noi conosciamo come Rosa gallica “Versicolor” o, per l’appunto, “Rosa Mundi”. Ovvero mentre Perdita rifiuta le streak’d gillyvors e conserva l’onore, a Rosamund, che l’onore perde, è associata una rosa dai petali screziati.
E siamo daccapo.

(Ovviamente ai Preraffaelliti la vicenda piace molto e i ritratti immaginari di Fair Rosamund sono numerosi; tuttavia se le rose compaiono spesso, nessuna è “Rosa Mundi”: solo Dante Gabriele Rossetti dipinge una rosa – mi pare – gallica tra i capelli dell’eroina, ma si tratta di una varietà differente.)
 
Nel Medioevo, nota Michel Pastoreau**, “sono considerati colori veri (colores pleni) solo quelli squillanti, brillanti, saturi, resistenti […]”. Inoltre “i valori accordati a questo o a quel colore, […] dipendono innanzitutto da considerazioni morali, religiose o sociali. Il bello è quasi sempre il conveniente, il temperante e il consueto”. Ecco dunque l’apprezzamento per colori che ancora oggi definiamo sobri – il nero, il bruno, il blu, contrapposti ad altri, come il giallo o il verde, ritenuti non decorosi. Tuttavia l’occhio medievale è ancor più disturbato dal variopinto (varius), ovvero dalla giustapposizione (distinta dalla sovrapposizione, che è accettata) di due o più colori, come avviene al massimo grado per le stoffe a righe o a scacchi. Nella sovrapposizione è ancora leggibile un ordine, mentre la varietas corrisponde all’anarchia, all’ambiguità, tanto che agli individui ai margini o fuori della società è imposto un vestito appariscente, multicolore: variegatus. Streak’d.
Stoffe rigate devono indossare perciò saltimbanchi, buffoni, lebbrosi, bastardi, servi, boia, condannati, infermi, zingari, eretici. E prostitute.
La varietas diviene uno degli attributi di Satana, primo pervertitore dell’ordine naturale ossia divino. Così Dante, appena arrivato nel Cielo della Luna, si preoccupa di chiedere a Beatrice:
Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?
Paradiso, II, 49-51.
Le macchie lunari (in cui si riconosceva la figura di Caino reggente un fascio di spine) appaiono come un’imperfezione in qualcosa creato da Dio, qualcosa che dovrebbe essere invece perfetto, perché non toccato dal Peccato Originale. La risposta di Beatrice occupa il resto del canto – un centinaio di versi; riassumendo brutalmente, si potrebbe dire che la luminosità più o meno intensa della superficie lunare è dovuta alla maggiore o minore intensità con cui la sua materia è influenzata dalle intelligenze angeliche, strumenti della virtù divina. Derivato da idee platoniche e aristoteliche, il concetto dell’emanazione divina è lungamente e diversamente elaborato per tutto il Medioevo, e per questo potrebbe ben aver permeato anche la mentalità del popolo che non si occupava di metafisica. E proprio attraverso le consuetudini certe preferenze di gusto sarebbero approdate ai nostri tempi, quando le righe e gli scacchi sono concessi talvolta agli artisti – ma solo perché ricoprono un ruolo. Freddie lo sapeva.

(E il Carnevale, che c’entra? è il ribaltamento – rituale – dell’ordine, e poi, sceso dal palcoscenico, è facile incontrare Arlecchino, un altro che di stoffe variegate e di diavoli ne sa molto).

*
PERDITA – In verità, signore,
i fiori di stagione più vistosi,
coll’invecchiar dell’anno,
quando l’estate non è ancora morta,
né ancora nato il tremolante inverno,
son i garofani e le violacciocche,
che chiamano “bastardi di natura”;
però il seme di quelle varietà
non cresce al nostro rustico giardino,
né m’interessa farcene trapianto.

Traduzione di Goffredo Raponi.

**
Michel Pastoreau, Medioevo simbolico, Bari, 2010.

Michel Pastoreau, La stoffa del diavolo, Genova, 1993.

Fonte

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