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Mentre si aspetta il prevedibile finale della crisi portoghese che avverrà quando il governo dimissionario ma ancora in carica (o quello che scaturirà dalle elezioni anticipate o un esecutivo delle larghe intese creato per evitarle) accetterà l’aiuto internazionale per la ventilata somma di 75 miliardi di euro, i riflettori tornano ad accendersi sulla Grecia e sull’Irlanda, le due prime nazioni dell’area euro che hanno accettato consistenti aiuti finanziari dall’apposito fondo di salvataggio, dall’Unione europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Per quanto riguarda la Grecia, c’è stato ieri l’ennesimo declassamento di Standard & Poor’s che ha portato la valutazione ancor più nell’area dei junk bonds, mentre l’Irlanda dovrà, dopo il prevedibile pessimo esito degli stress test, a nazionalizzare anche le uniche due grandi banche ancora non sotto il controllo dello Stato. Attualmente sono sotto il controllo del ministero delle finanze irlandese la Anglo Irish Bank, la Irish Allied Bank, la EBS Building Society e la Irish Nationwide Building Society, con interventi finanziari complessivi per decine di miliardi di euro, uno sforzo a cui si aggiungerà ora quello necessario a ricapitalizzare la Bank of Ireland e la Irish Life & Permanent, un esborso che dovrebbe costare poco meno di trenta miliardi di euro (27,5 miliardi per la precisione). L’ennesimo salvataggio delle banche irlandesi si accompagna a un feroce attacco al welfare state, una contraddizione che era già chiara ai tempi del salvataggio dell’Irlanda e che ha acceso un dibattito che ha lacerato il Paese.

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