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DI MIRELLA PIERONI cameracafeok Se vogliamo inserire il “Lavoro” nell’ambito di una corretta definizione di Marketing, esso può essere considerato come uno degli elementi dello scambio, evoluzione del baratto delle società primitive. Da un lato c’è un soggetto che ha bisogno di un bene/servizio e dall’altro chi può fornirglielo in cambio di un bene/servizio di uguale valore. O più esattamente in cambio del suo corrispondente in denaro. Se lo scambio avviene con equità il risultato è la soddisfazione reciproca. La soddisfazione reciproca c’è quando il lavoratore produce con competenza e professionalità nel tempo e nei modi concordati il bene/servizio richiesto e l’Impresa lo retribuisce equamente in relazione al valore corrispondente a quanto prodotto. Le cose sembrerebbero semplici, ma chi stabilisce il valore corrispondente a quanto prodotto? Se nello scambio i soggetti avessero pari forza contrattuale il problema non si porrebbe. Invece nelle società odierne dominate dal denaro e dal profitto, il lavoratore è la parte più debole perché unico interlocutore che chiede lavoro per vivere a un soggetto/Impresa il cui scopo è quello di realizzare profitti e non certo quello impellente di mangiare e pagare un affitto o un mutuo. L’Impresa quindi nel trattare con il singolo cercherà sempre di ottenere il massimo impegno lavorativo con una retribuzione minima,  consapevole del fatto che  troverà sempre un lavoratore più bisognoso  e quindi più disponibile e ricattabile. Dal dopoguerra fino alla fine degli anni ottanta, le migliori condizioni di vita e una più diffusa scolarizzazione hanno fatto emergere bisogni più elevati di quelli fisiologici – scala di Maslow – e fra i lavoratori si è conseguentemente accresciuta la necessità di unione per interloquire con maggior peso nei confronti dei datori di lavoro. Ciò li ha portati ad organizzarsi fino a diventare delle  strutture rappresentative dei lavoratori, che forti del mandato degli stessi sono venuti a sostituirsi al singolo, consentendo nel tempo di ottenere eque retribuzioni e diritti sociali e umani come orari consoni, pausa pranzo, ferie, malattia retribuita, diritto di sciopero. Può essere che in seguito, un certo tipo di lavoratore si sia approfittato delle tutele tanto duramente conquistate da altri e abbia confuso, in modo assurdo e delirante, il diritto al lavoro, con quello di stare al lavoro, inteso logisticamente, senza un reale e doveroso impegno, mentre un altro tipo di lavoratore più serio e dedito con impegno ai compiti affidatigli, si sia crogiolato nel ritenere scontati e inalienabili quei diritti, cominciando a disertare le riunioni sindacali e delegando sempre più alle organizzazioni sindacali. Si fece anche strada la consuetudine di concordare, all’occorrenza, singolarmente con il capo qualche privilegio in cambio di maggiore dedizione o anche delazione. Quanto sopra, ma non solo, ha offerto il pretesto, incontestato anche dai Sindacati, di limitare progressivamente questi diritti, perché assurdamente si dovevano tutelare padroni e padroncini. Così invece di trovare il giusto strumento o semplicemente applicarlo per isolare e “punire” i lavativi, si sono puniti tutti i lavoratori. Il tutto agevolato dal fatto che anche le organizzazioni sindacali nate per tutelare la categoria dei lavoratori, si sono involute, decidendo, agevolati  anche da una sempre più crescente assenza dei lavoratori nelle riunioni, tutto dall’alto e cominciando a sacrificare diritti e posti di lavoro in cambio anch’esse di privilegi, promozioni per se stessi e per i propri parenti e amici. Mentre nel frattempo si erodevano un po’ alla volta, giorno dopo giorno, anno dopo anno, diritti e posti di lavoro, in modo altrettanto graduale e subdolo i management aziendali hanno indotto i lavoratori, soprattutto i giovani e i livelli intermedi e dirigenziali con ricaduta a pioggia sugli altri, a lavorare sempre di più, oltre l’orario, senza pause, rinunciando anche a parte delle ferie e senza maggiore retribuzione. Tutto ciò è avvenuto tramite un vero e proprio lavaggio del cervello, attraverso corsi e riunioni, dove ti fanno sentire che tu sei parte dell’Azienda e se ne vuoi realizzare la “mission" e quindi la sopravvivenza dell’Azienda e di chi ci lavora devi dare il massimo. Siamo stati in molti a cadere in questo delirio lavorativo, che non consente spazi per altro e che sacrifica tutto il privato sull’altare del “Dio Lavoro e Carriera” e dove spesso le promesse di carriera, aumenti di salari restano solo promesse, perché sono promesse false che hanno il sapore del ricatto: per il precario il miraggio di un posto fisso e per chi ha un posto fisso, il miraggio della carriera. Poi basta un cambio di vertice e management aziendale e tutte le promesse cadono come castelli di carta. A volte sono sufficienti solo scuse per non mantenere quanto promesso e per portare solo a casa propria i risultati dell’extra-lavoro svolto da altri. Il lavoro totalizzante, insicuro, rende le persone stanche e fragili e per questo meno partecipi alla vita sociale e politica, più inclini ad abbandonarsi alla sera in poltrona a vedere programmi insulsi con l’idea vana di rilassarsi senza sapere che attraverso il lavoro moderno – che di moderno non ha niente – prima, e con il programma televisivo, dopo, qualcuno sta addormentando e plagiando le loro menti.      

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