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Ho dedicato più puntate del Diario della crisi finanziaria alla situazione del Portogallo, aggiungendo ai titoli che lo riguardavano come prossimo destinatario di un piano di salvataggio tripartito tra Unione europea, FSFB e Fondo Monetario Internazionale il punto interrogativo, ebbene, dopo la caduta del governo Socrates sul piano di austerità che avrebbe dovuto scongiurare l’intervento, è possibile dire che, salvo un miracolo dell’ultim’ora, il salvataggio, si parla di 75 miliardi di euro, è diventato d’obbligo.

Tutti ricorderanno i due casi precedenti, quello della Grecia e quello dell’Irlanda, lunghi tira e molla tra i rispettivi governi e i partner dell’area dell’euro ansiosi che si definisse il salvataggio per timore dell’effetto contagio, con i primi ministri che continuavano a negare la necessità del piano di salvataggio anche pochi minuti prima di firmarlo.

I rendimenti dei titoli portoghesi sono andati ai massimi da quando il paese ha aderito all’euro, più elevati di quelli toccati durante la crisi irlandese, quando eravamo in molti a pensare che fosse questione di settimane prima che il governo portoghese si arrendesse all’inevitabile.

Comunque vadano a finire le cose, l’attenzione degli operatori e degli speculatori si sposterà inevitabilmente sulla Spagna (anche se non è peregrino pensare che anche le vicende dell’Italia finiranno sotto osservazione), anche perché un terzo del debito portoghese fa capo alle tre principali banche spagnole con un effetto domino difficilmente disinnescabile.

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