CRISTIANI E NAZISTI (PRIMA PARTE)

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di Vittorio Messori A cent’anni dalla nascita di Hitler, un promemoria. È ad uso di quei cattolici che recitano solo mea culpa in risposta all’annoso coro di accuse, come se la Chiesa fosse responsabile dì quel battezzato austriaco. Ma la verità è questa: ciascuno ha la sua parte, piccola o grande, di responsabilità in ciò che avvenne tra il 1933 e il 1945. Eppure, se la Germania fosse stata cattolica, non ci sarebbero responsabilità da rinfacciarsi: il nazionalsocialismo sarebbe restato una frangia politica impotente e folkloristica. Prima Lutero e i suoi successori e poi, nell’Ottocento, Otto von Bismarck, cercarono, con ogni sorta di violenza, di sradicare dalla terra germanica il cattolicesimo, visto come una sudditanza a Roma indegna di un buon patriota tedesco. Il “Cancelliere di ferro” definì Kulturkampf, “lotta per la civiltà”, la sua persecuzione dei cattolici, per staccarli con la forza dal Papato “straniero e superstizioso” e farli confluire in una zelante Chiesa nazionale, come già da secoli i luterani. Non ci riuscì, e alla fine fu lui che dovette cedere (ma l’essere fedele a Roma fu, sino al 1918, una macchia che impediva l’accesso agli alti gradi dello Stato e dell’esercito). Solo un terzo dei tedeschi, in seguito alla Riforma luterana, era rimasto cattolico. Hitler andò al potere non con un colpo di stato, ma in piena legalità, col metodo democratico delle libere elezioni. Ebbene, in nessuna di quelle elezioni ebbe mai alcuna maggioranza nei Länder cattolici, i quali, ossequienti (allora lo erano…) alle indicazioni della gerarchia, votarono come sempre compatti per il glorioso Zentrum, il loro partito, che già aveva sfidato vittoriosamente Bismarck e che si oppose sino all’ultimo pure a Hitler. E ciò (lo si dimentica troppo) a differenza dei comunisti per i quali, sino al ’33, il nemico principale non fu il nazismo ma l”‘eretica” socialdemocrazia. Si è fatto di tutto anche per farci dimenticare che Hitler non avrebbe mai scatenato la guerra senza l’alleanza con l’Urss che, per spartirsi la Polonia, scese in campo nel ’39 con i nazisti. E furono i sovietici che, liberando il Führer dalla minaccia del doppio fronte, gli permisero, dopo Varsavia, di volgersi verso Parigi. Sino al “tradimento” di Hitler dell’estate del 1941, per ben 22 mesi, le materie prime russe sostennero lo sforzo germanico. I motori dei carri nazisti del Blitz in Polonia e in Francia e degli aerei della battaglia per l’Inghilterra girarono con il petrolio della sovietica Bakù. Sino a quella data, nei Paesi occupati, come la Francia, i comunisti locali – ossequienti alle direttive di Mosca – stavano dalla parte dei nazisti, non da quella della resistenza. Questi fatti valgano per decenni di sbandieramento di “decisivi meriti anti-fascisti” del comunismo internazionale, così pronto a definire i cattolici (i “clerico-fascisti”) manutengoli della grande tragedia. Non meriti, quelli comunisti, bensì responsabilità gravissime. Il nazismo non fu certo vinto per iniziativa di Stalin il quale, al contrario, si sentì tradito dall’improvviso attacco dell’alleata Berlino. Né fu vinto dalla resistenza, di cui poi il marxismo cercò di appropriarsi ogni merito, ma a cui si decise tardivamente, costrettovi dal voltafaccia tedesco. Il nazismo fu vinto dall’ostinazione dell’Inghilterra che riuscì ad attirare dietro a sé la potenza industriale americana e che, seguendo la sua politica tradizionale più che motivazioni ideali (lo stesso Churchill era stato ammiratore di Mussolini e aveva avuto parole di stima e di elogio per Hitler; nell’isola raccoglieva simpatie e consensi il locale partito fascista), mai aveva sopportato una potenza egemone nell’Europa continentale. Così era stato anche per Napoleone e per la discesa in campo nel 1914: non guerra di principi ma di strategia imperiale. Contro i Boeri sudafricani, al principio del secolo, la Gran Bretagna vittoriana non era stata molto dissimile, per scopi e metodi, dalla Germania hitleriana. Purtroppo, in politica (e in quella sua continuazione che è la guerra), non esistono i paladini immacolati dell’ideale. Per tornare all’ascesa di Hitler: anche le decisive elezioni del marzo del ’33 gli diedero la maggioranza nei Länder protestanti, ma lo mantennero in minoranza nelle zone cattoliche. Il presidente Hindenburg, rispettando la volontà della maggioranza degli elettori, affidò a quel quarantaquattrenne austriaco di origini oscure (forse addirittura almeno in parte ebraiche, secondo alcuni storici), la Cancelleria. Il 21 marzo, giorno della prima seduta del Parlamento del Terzo Reich, fu proclamato da Goebbels “Giornata della riscossa nazionale”. Le solenni cerimonie furono aperte con un servizio religioso nel tempio luterano di Potsdam, antica residenza prussiana. Scrive il biografo di Hitler, Joachim Fest: “Al servizio religioso (luterano) nella chiesa dei santi Pietro e Paolo, i deputati del Zentrum cattolico avevano avuto il permesso, in segno di dileggio e di vendetta, di accedere soltanto per un ingresso laterale. Hitler e i gerarchi nazisti non si fecero vedere “a causa” dissero ‘dell’atteggiamento ostile dell’episcopato cattolico””. Sui gradini del tempio protestante, fu scattata la famosa foto di Hindenburg che stringe la mano a un Hitler in marsina. “Subito dopo – scrive Fest – l’organo intonò l’inno di Lutero: Nun danket alle Gott, e ora tutti lodino Dio”. Era l’inizio di una tragedia che avrebbe visto anche 4.000 tra preti e religiosi cattolici uccisi solo in quanto tali. Quanto alla Chiesa luterana, sin dal 1930 i Deutsche Christen (i Cristiani Tedeschi) si erano organizzati, sul modello del partito nazista, nella “Chiesa del Rekh” che accettava solo battezzati “ariani”. Dopo le elezioni del ’33, Martin Niemoller, il teologo passato poi all’opposizione, “a nome – scrisse – di oltre 2500 pastori luterani pur non appartenenti alla “Chiesa del Reich”, inviò a Hitler un telegramma: “Noi salutiamo il nostro Führer, rendendo grazie per la virile azione e le chiare parole che hanno restituito l’onore alla Germania. Noi, pastori evangelici, assicuriamo fedeltà assoluta e preghiere ardenti” Storia lunga e penosa ché, ancora nel luglio del ’44, dopo il fallito attentato a Hitler, mentre ciò che restava della Chiesa cattolica tedesca manteneva uno stretto silenzio, dai capi della Chiesa luterana giunse un altro telegramma: “In tutti i nostri templi si esprime oggi nella preghiera la gratitudine per la benigna protezione di Dio e la sua visibile salvaguardia”. Una passività, lo vedremo, non casuale. La storia non fa sconti: magari ci mette secoli, ma alla lunga non dimentica niente, porta al pettine ogni nodo. In essa tout se tient: compreso un rapporto diretto tra riforma luterana e, prima, arrendevolezza tedesca davanti all’ascesa del nazionalsocialismo; e, poi, fedeltà assoluta a quel regime sino alla fine, malgrado qualche eroica quanto isolata eccezione. Ricordavamo come, sin dal 1930, i protestanti si fossero organizzati nella “Chiesa del Reich” dei Deutsche Christen, i “Cristiani Tedeschi”, che avevano come motto: “Una Nazione, una Razza, un Führer”. Il loro grido: “La Germania è la nostra missione, Cristo la nostra forza”. Lo statuto della Chiesa fu modellato su quello del partito nazista, compreso il cosiddetto “paragrafo ariano” che interdiceva l’ordinazione di pastori non di “razza pura” e dettava restrizioni per l’accesso al battesimo di chi non avesse buoni requisiti di sangue. Ecco – tra gli altri documenti che devono far riflettere tutti i cristiani, ma in modo particolarissimo i fratelli protestanti – il servizio inviato dal corrispondente in Germania dell’autorevole giornale americano Time e pubblicato nel numero che porta la data del 17 aprile 1933, cioè un paio di mesi dopo l’ascesa al cancellierato di Hitler: “Il grande Congresso dei “Cristiani Germanici e stato tenuto nell’antico palazzo della Dieta prussiana per presentare le linee delle Chiese evangeliche in Germania nel nuovo clima portato dal nazionalsocialismo. Il pastore Hossenfelder ha cominciato annunciando: “Lutero ha detto che un contadino può essere più pio mentre ara la terra di una suora mentre prega. Noi diciamo che un nazista dei Gruppi d’Assalto è più vicino alla volontà di Dio mentre combatte, che una Chiesa che non si unisce al giubilo per il Terzo Reich(allusione polemica alla Gerarchia cattolica che si era rifiutata di “unirsi al giubilo”, ndr). Continuava Time: “Il pastore dottor Wieneke-Soldin ha aggiunto: “La croce a forma di svastica e la croce cristiana sono una cosa sola. Se Gesù dovesse apparire oggi tra noi sarebbe il leader della nostra lotta contro il marxismo e contro il cosmopolitismo antinazionale”. L’idea basilare dì questo cristianesimo riformato è che l’Antico Testamento, essendo un libro ebraico, debba essere proibito nel culto e nelle scuole di catechismo domenicali. Il Congresso ha infine adottato questi due principi: 1) “Dio mi ha creato tedesco. Essere tedesco è un dono del Signore. Dio vuole che mi batta per il mio germanesimo”; 2) “Servire in guerra non è una violazione della coscienza cristiana ma obbedienza a Dio”.

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