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L’aveva promesso in mille modi, l’aveva giurato, l’aveva urlato. Guantánamo si chiuderà, il simbolo della prepotenza bushana sarà per sempre cancellato. Ci avevano creduto in tanti, troppi. Invece no, la base yankee in territorio cubano rimarrà aperta, non si sa fino a quando. Sicuramente sarà ancora lì, funzionante al 100%, il 6 novembre 2012, giorno in cui Barack Obama si ripresenterà al popolo americano chiedendo un secondo mandato. Per carità, le priorità sono cambiate, il Mondo è diverso, tra il dire in campagna elettorale ed il fare nella Sala Ovale c’è di mezzo un intero oceano. Eppure, la patetica vicenda di Guantánamo non è che l’ennesima brutta figura di una presidenza al momento impalpabile, molle. Della grande rivoluzione promessa ancora non si è visto niente, solo tanta confusione ed incertezza.
Aveva promesso la riforma sanitaria, di arrivare laddove neanche Franklin Delano Roosevelt era giunto nei suoi tre mandati e un mese di “regno” incontrastato. Il risultato, come ben sappiamo, è stata una riformicchia, un papocchio nato dopo mesi di terribile travaglio e frutto di mille compromessi al ribasso che di fatto hanno svuotato tre quarti della portata storica del cambiamento in tema sanitario, ammesso che il cambiamento sopravviva alle forche caudine delle mid-term del prossimo novembre. Aveva promesso di rifomare la finanza americana, di renderla più trasparente. E ora il suo progetto rischia di essere azzoppato da un novantaduenne senatore del West Virginia, per di più defunto. Un voto in meno, infatti, ed ecco che il castello rischia di crollare.
In politica estera ha abbondantemente fatto uso di stick & carrot. Mani tese rifiutate, discorsoni con le piramidi a fare da idilliaca scenografia, promesse di ritiri più o meno rapidi e poi, sorprendentemente, pugno duro. E’ il caso del durissimo monito dell’altro ieri contro la Nord Corea, diventata improvvisamente minaccia credibile e pericolosissima alla sicurezza del Mondo. Dopo aver inviato Clinton a mediare con la cricca di Kim Jong Il, evidentemente Barack ha capito che era ora di agire in prima persona, visto che l’eternamente malato di cancro dittatore comunista ha suonato la vuvuzela al buon Bill. I dati quotidiani sull’approval nei confronti di Obama parlano chiaro: una discesa continua frutto della delusione, delle promesse continuamente mancate.
Non è solo colpa del giovane ex Senatore dell’Illinois, sia chiaro: pompato come nessuno mai prima dai media liberal della East Coast, era diventato una specie di semi-dio, uno capace di trasformare i sassi degli Appalachi in pepite d’oro. Si era creata un’aspettativa assurda, i raduni di massa lo avevano consacrato a santone infallibile. Una speranza che ora si deve affidare solo alle chitarre di qualche cantante ancora innamorato del suo Barack.

Fonte: http://mercatoliberonews.blogspot.com/

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