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CHIESA SANTA E PECCATRICE. ANCHE SPIETATA ?
Oppure PIU DURE LE PENE DELL’INFERNO

di Raffaele Garofalo, prete

Per i preti che hanno abusato dei bambini il Vaticano ha istituito un proprio “pubblico ministero”, parallelo a quello stabilito dal Codice penale dello Stato italiano. Per i trasgressori, Mons. Charles J. Scicluna, “promotore di giustizia”, intenderebbe addirittura rendere “più dure” le pene dell’inferno, che sono già “infinite” nella loro durezza, come tutti sanno dal Catechismo. Anche esporre la Chiesa al ridicolo è peccato! La giustizia umana non applica più la legge del taglione e mira, almeno sulla carta delle buone intenzioni, al “ravvedimento” e alla rieducazione del detenuto.

Ferite nell’orgoglio, le gerarchie della Chiesa sembrano invece disconoscere perfino la “redenzione”, come prerogativa del Cristianesimo, facendo apparire la giustizia umana più cristiana di quella dei monsignori. “Condannare il peccato ma non il peccatore” non è la dottrina del Maestro? La giustizia dello Stato deve perseguire il “reato”, ma alla Chiesa spetta l’obbligo di farsi carico di un “peccato” che non è solo individuale, ma che porta con sé anche l’impronta di un sistema educativo da chiamare in causa. Una madre sensibile avverte, comunque, la propria responsabilità quando i figli trasgrediscono.

Di fronte alla forza dirompente degli scandali è prevalente in Vaticano il desiderio di “rivalsa” in difesa dell’onore offeso della casta, piuttosto che il dovere di far propria una assunzione di responsabilità, la ricerca delle radici del male da estirpare. Il “promotore di giustizia”, invece, pone l’accento unicamente sulla “responsabilità dei singoli”, la norma è che Chiesa e papato debbano essere comunque salvi da ogni responsabilità. Anche papa Wojtyla, durante il Giubileo, chiese perdono delle colpe della Chiesa commesse nel passato, precisando però che gli errori erano da attribuirsi a “singoli cristiani”. Un orgoglio di casta che contrasta con l’umile riconoscimento che Pietro ebbe della propria colpa nell’aver tradito Cristo. Significativamente la leggenda narra che il primo papa volle essere crocifisso a testa in giù, per non ritenersi degno di morire come il Maestro.

In tutta questa vicenda, come in altre venute alla ribalta, sembra sia stata piuttosto assente la voce della psicanalisi. Non si cerca un “nuovo verbo” di Dio, ma la Chiesa non penserà di poter risolvere il problema con i tradizionali mezzi della preghiera, degli esercizi spirituali, del lavaggio del cervello! L’esperienza è stata fatta, con esito fallimentare, quando mons. Milingo fu trattenuto in un convento e la “terapia”gli veniva somministrata seguendo il “protocollo” di un cardinale di Curia! I disturbi della psiche richiedono l’aiuto degli esperti.

Sull’inserto di Repubblica del 29 maggio c’è stato l’intervento dello psicologo analista Paolo Tranchina di Firenze, che sembra suggerire un approccio più realistico al problema. “Psicologicamente non si può eliminare una parte della natura umana senza gravissimi contraccolpi su identità, pulsioni, desideri. Il blocco del piacere naturale dell’uomo con la donna crea un ingorgo libidico, una sete inappagabile di piacere sostitutivo… Non esiste infatti una via cristiana alla sessualità, all’erotismo, ma solo la sua negazione assoluta, che il sesto comandamento sancisce, al di fuori della riproduzione, come peccato.

Finché i principi etici della Chiesa di Roma saranno improntati al più rigido patriarcalismo, negazione dell’eros, divieto ai sacerdoti di sposarsi, è inarginabile una profonda distorsione, sia verso possibili forme di omosessualità indotta, che rispetto alla incoercibile spinta alla pedofilia. La repressione, può placare temporaneamente gli animi, ma senza interventi strutturali, la pedofilia, cercando magari di mimetizzarsi meglio, continuerà a riprodursi”. Uno spunto per la “meditazione”.

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