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di Raffaele Garofalo, prete

Il 4 luglio Benedetto XVI sarà a Sulmona (Aq) per celebrare l’800° anniversario della nascita di Pietro Angeleri da Morrone, papa Celestino V.
Nell’opera teatrale “L’avventura di un povero cristiano” lo scrittore abruzzese Iganzio Silone fa dire a Celestino di aver rinunciato al papato per “salvarsi l’anima”. Se i santi vanno onorati con l’imitazione delle loro scelte di vita, da papa Ratzinger (e da qualsiasi successore di Pietro e seguace di Cristo) ci si aspetterebbe un gesto consequenziale, conforme allo spirito celestiniano. Se non la “rinuncia” al papato, almeno il ritorno ad uno stile di vita vicino a quello descritto negli “Atti degli apostoli” quando il primo papa, eletto direttamente dal Maestro, portava semplicemente il nome di “Pietro”. Così lo chiama Rode, la collaboratrice domestica, la quale, scorgendolo dallo spioncino della porta sprangata, presa dall’emozione di riferire la notizia alla comunità, indugia ad aprire all’apostolo inseguito dalle guardie. (At 12,13).

Per preparare la visita di Benedetto XVI sono stati programmati, nella diocesi di Sulmona-Valva, vari incontri in uno dei quali si affrontava il rapporto tra scienza e Fede, con la partecipazione dello scienziato cattolico Antonino Zichichi.
Per la venuta del professore il teatro Caniglia era stracolmo. Da anni lo scienziato accosta le scoperte di Galileo ad una “conquista” di Dio cui si vorrebbe attribuire un fondamento di “scientificità”. L’intento di recuperare Galileo alla totale adesione all’Istituzione cattolica, la stessa che lo aveva costretto ad abiurare, si rivela un tentativo alquanto arbitrario e maldestro.

Il cammino della scienza è parallelo a quello della Fede, le rotaie del binario non si incontrano senza inevitabili, reciproci danni. Scandagliare ciò che non si conosce è un percorso senza fine verso “l’Ignoto, per trovare del nuovo”, come scriveva l’avventuriero Rimbaud. Oltre la soglia di ogni conquista dell’uomo vi è sempre l’arcano. “L’esperienza più bella e profonda che un uomo possa avere è il senso del mistero, è il principio sottostante alla religiosità come a tutti i tentativi seri nell’arte e nella scienza. E’ sentire che, dietro qualsiasi cosa che può essere sperimentata, c’è qualcosa che la nostra mente non può cogliere del tutto e la cui bellezza e sublimità ci raggiunge solo indirettamente, come un debole riflesso, questa è la religiosità” (A. Einstein).

E’ la sensibilità cosmica del Divino, avvertita negli “eroici furori”, negli “infiniti mondi” di Giordano Bruno. Non si può affermare Dio nella convinzione farisaica di possederLo in una “teologia” a misura d’uomo. E’ l’errore delle religioni fondamentaliste, ricche di “precetti” e divieti, povere di spiritualità. Era l’intransigenza di san Roberto Bellarmino che mandò al rogo il filosofo di Nola e mise agli arresti Galileo.

“La scienza è stata scoperta da un credente”, afferma con orgoglio Zichichi, trascurando di dire che la Fede di Galileo è stata mortificata da coloro che “credono”, in ogni tempo, di essere i detentori di ogni verità. L’affermazione del professore siciliano tradisce una grossolana mistificazione.

La scienza si basa sulla osservazione rigorosa dei fenomeni ed esclude ogni credo. La Fede, da parte sua, è un salto nel buio della mente e delle sue facoltà, è abbandono confidente in un Dio nel quale “si spera”, come affermano il filosofo tedesco Ernst Bloch (Das Prinzip Hoffnung), il teologo spagnolo Diez Alegria (Yo creo en la esperanza…!) e altri teologi.
Il Dio personale non può essere “dimostrato”; la mente umana non è capace di pensare un Essere al di fuori delle categorie del tempo e dello spazio. Zichichi avrà incontrato il suo Dio tra le “particelle elementari”? S. Agostino avverte l'”inquietudine del cuore” finché non riposi in Dio. Pascal impegna l’esistenza in una giocata d’azzardo, in una rischiosa “scommessa”. Non fu la ragione a condurli a Dio. Alla ragione è negato l’accesso al Mistero, come spesso estranea è la ragione alle passioni dell’uomo. Zichichi legittimamente testimonia la propria “devozione” ad una Istituzione religiosa, per lui rassicurante, ma è argomento tutt’altro che “scientifico”.

Lo scienziato definisce “Hiroshima culturale” quanto diverge dalla sua nobile scienza e dal suo concetto di Fede. Gli abitanti della sfortunata città giapponese avrebbero preferito le astruserie di qualsiasi innocuo “astrologo” alla formula di Enrico Fermi e di altri studiosi dell’atomo. Gli scienziati hanno fornito i popoli evoluti di mezzi più efficienti della clava nel destino della reciproca distruzione e le religioni ufficiali, per conto loro, non sembrano aver pacificato i popoli lungo i secoli. Spesso hanno alimentato, alimentano guerre in nome del “loro” Dio.

Il Dio cristiano è un “Dio nascosto”, si conquista con fatica, non Lo riceviamo, a buon mercato, da un professore emerito e da prelati riuniti a teatro, in atmosfera di esaltata autocelebrazione. Lo scienziato cerchi pure “nelle rocce le tracce” della sua astratta divinità (come Zichichi afferma facesse Galileo) ma il Vangelo invita il cristiano a cercare Dio nel volto del prossimo. Ancor meno l’immagine del Maestro si svela in un pezzo di tela medioevale, impudente falsificazione, oggetto di devozione feticista e di mortificante speculazione economica. Le “reliquie” di cui avrebbe bisogno il mondo cattolico sono “le funi” che servirono a Cristo per scacciare i mercanti dal Tempio. Se esistono ancora, quelle, saranno tenute ben occultate.

L’ “eretico” Galileo affermava di aver appreso dal card. Baronio che “è l’intenzione dello Spirito Santo di insegnarci “come si vadia” al cielo, non “come vadia” il cielo. Un monito per gli scienziati e i teologi inquieti di tutti i tempi, perché evitino il rischio di rendere un cattivo servizio alla scienza e alla Fede. Prima che qualcuno torni a raccontarci che “sono gli angeli a imprimere il movimento agli astri”.

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