GUSTAV HUSAK – IL REGIME IN CECOSLOVACCHIA

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L’Europa che cambia – Nell’aprile del ’69 sostituì Dubcek alla guida dei comunisti cecoslovacchi Fu l’artefice della normalizzazione Quando venne nominato, la speranza era che potesse diventare il continuatore della politica della Primavera Ma un anno dopo cominciavano le “grandi purghe”, le più radicali mai realizzate in un paese dell’ Est europeo PRAGA – Raccontando la storia di Gustav Husak qualcuno ha parlato di una tipica storia di comunisti, di uomini in cui l’ ideologia come la fede legittima e giustifica qualunque abiura. Ma in realtà la storia del grande normalizzatore sembra piuttosto ricordare la solita miseranda vicenda del potere, finisce con l’ avvicinarsi più alle telenovelas di Dallas e Dynasty, che ai tormenti ideali di un comunista la cui personalità finisce divorata dall’ invadenza dell’ ideologia. Gustav Husak, che potrebbe bene essere il protagonista di Buio a mezzogiorno di Koestler, è stato in realtà il più disinvolto e cinico gestore della quotidianità del potere che abbia conosciuto un Paese del socialismo reale: perché l’ ideologia era ormai alle corde, e perché lo gestiva soprattutto contro un altro partito comunista che voleva rinnovarla e non contro delle forze come in Ungheria nel ’56 che volevano sostituirla. Eppure quando, nell’ aprile del ’69, sostituì Dubcek la speranza era che potesse diventare una specie di continuatore, meno esposto, ma altrettanto deciso. Egli stesso, in quel drammatico Cc che si tenne mentre i carri armati sovietici accennavano ad uscire dalle caserme, aveva promesso che non avrebbe abdicato la politica della Primavera, che essa sarebbe semplicemente continuata con altri mezzi. Ma un anno dopo cominciavano le grandi purghe, le più radicali che abbiano mai attraversato un Paese dell’ Est: colpivano i vertici del partito, ma anche le sue istituzioni culturali, i centri di studio, si spingevano nelle fabbriche. La Primavera era diventata controrivoluzione, antisocialismo e fu come dice il sociologo Eda Novak un massacro, quasi un genocidio politico: 500 mila persone emarginate, una cappa di sospetto e di paura che si stendeva su tutta la società. Fu un’ amara sorpresa per tutti, perché Gustav Husak era in realtà il simbolo della violenza stalinista: nei processi degli anni 50 egli era stato condannato a dieci anni di galera, a continue torture, fino a quando confessò il suo peccato di nazionalismo borghese. Proprio come Costa Gravas aveva descritto nella sua Confessione. La piena riabilitazione politica l’ aveva ottenuta da Alexander Dubcek (era diventato ministro senza portafoglio per i Rapporti con la Chiesa) ed era entrato nel Cc e nell’ Ufficio politico nell’ entusiasmo di quel congresso straordinario con cui i comunisti cecoslovacchi sfidarono l’ occupazione militare del Paese: era stato dunque eletto come un simbolo della lotta allo stalinismo, aveva ricevuto un mandato preciso. Ma Gustav Husak non lo rispettò mai: i sovietici lo chiamarono subito a Mosca insieme a Zdenek Mlyjnar per convincere Dubcek a firmare il documento di capitolazione e quindi, rientrato a Praga, egli si destreggiò in una politica di ambiguità e di piccole continue menzogne per rassicurare e nello stesso tempo domare la Primavera. Ancora quindici giorni prima della sua caduta aveva solennemente proclamato che se Dubcek fosse stato costretto ad andarsene, egli si sarebbe dimesso. I compagni di un tempo ricordano la brutalità con cui furono perseguitati, soprattutto l’ animosità contro Milan Huebl, un suo amico, l’ uomo che si batté per la sua riabilitazione: l’ unico a scontare integralmente gli otto anni di galera a cui fu condannato per la sua fedeltà alla Primavera. Ne uscì prostrato e sconvolto e morì, sulla soglia di casa, stroncato da un infarto, mentre tornava probabilmente eccitatissimo dalle manifestazioni di piazza di agosto, il primo annuncio della crisi del regime. Ma eguale brutalità Husak dimostrò nei confronti del suo segretario, bruscamente licenziato per avere osato incontrare un suo vecchio amico che era legato a Dubcek. E questi piccoli episodi di cinismo e di aridità caratterizzano molto bene la gestione Husak: era nata con la speranza che potesse ripercorrere, in un Paese sconvolto e diviso, la strada della silenziosa riconciliazione già imboccata da Kadar. Ma, al contrario, è stata una gestione all’ insegna della irriconciliabilità, e su cui questa vecchia vittima dello stalinismo ha soprattutto basato le sue ambizioni di potere. Quando dunque è apparso in televisione in una patetica autocritica le sue parole segnavano davvero la fine di un’ epoca, l’ inizio di un’ altra e più eccitante Primavera. La Repubblica, 10 dicembre 1989, pagina 3, autore: Piero Benetazzo

Fonte: http://www.dittatori.it/husak.htm

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