Eugenio Montale e la società di massa

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Eugenio Montale

Il pessimismo di Montale (che ha conosciuto 2 guerre mondiali, il fascismo, l’orrore dei campi di sterminio) è di natura prima di tutto esistenziale (“la condizione umana in sè considerata, non questo o quell’avvenimento storico” 1951) e riguarda il non senso senso stesso della vita e l’oscura ragione della natura. Gli uomini sono visti come “ossi di seppia” che dal mare (simbolo di felicità panica) sono stati deposti sulla terra, luogo di aridità ed esilio, emblema della condizione umana chiusa da “una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia” dove è impossibile trovare un “varco” liberatorio, che faccia intuire il vero senso dell’esistenza.

La civiltà tecnologica dal canto suo non ha prodotto che guerre (“lo schianto rude, i sistri, il fremere / dei tamburelli sulla fossa fuia” v.16-17 la Bufera); feroci dittature (“sul corso è passato a volo un messo infernale / tra un alalà di scherani” v.8-9 La primavera Hitleriana) che hanno avuto consensi di massa, per cui “più nessuno è incolpevole” (v.19); atroci campi di concentramento e di sterminio, metafore della condizione dell’uomo nella società di massa, irregimentato e sorvegliato (“l’occhio del capoguardia dallo spioncino” v.5 il Sogno del prigioniero), perseguitato senza motivo (“la purga dura da sempre senza un perchè” v.11).

La società moderna ha infine prodotto la massificazione, il consumismo, una industria culturale dello svago e del divertimento che ha travolto la grande tradizione umanistica della società occidentale. M. nutre profondi sospetti sulla cultura di massa e sulla mercificazione dell’arte, che producono alienazione e mancanza di valori. Per M. sarà la fine della libertà a causa dei mass-media con una progressiva passività dell’uomo, incapace di autentici rapporti umani (“tutto fa pensare che l’uomo d’oggi sia più che mai un estraneo vivente tra estranei”), mentre “uno dei compiti fondamentali dell’industria culturale è quello di divertire l’uomo” ossia emotologicamente sviarlo dalla sua vera natura di essere che si pone domande (in cui è consistita la funzione dell’arte occidentale) per farse un semplice consumatore di prodotti (“guai se tutti decidessimo..di lasciare chiusa la televisione”) con un vuoto interiore che si tenta di riempire facendo “sempre e sempre più velocemente quello che fanno tutti”.

L’unico modo per reagire secondo M. è recuperare i valori della grande cultura passata, nella speranza che gli uomini “non si lascino schiacciare nella massiciata collettiva” anche se l’alluvione dell’odierna insignificanza ha travolto la cultura umanistica, come l’alluvione fiorentina del ’66 “ha sommerso il pack dei mobili, delle carte e dei quadri” gelosamente custoditi dal poeta.
M. vede perciò minacciato il destito stesso dell’uomo in quanto di più altro ha prodotto, perchè oggi “l’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza” (E’ ancora possibile la poesia 1975).

Nonostante ciò in una delle ultime poesie (Oggi è di moda) dice:

“A noi rimane la speranza che qualche
anacoreta distilli resine dorate
dai tronchi marcescenti del sapere”.

Fonte: http://www.climatrix.org/2009/12/eugenio-montale-e-la-societa-di-massa.html

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