Basta un pò di zucchero e la pillola va giù…

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La commercializzazione dei prodotti sanitari ci sta portando all’espropriazione della nostra salute. Per non cadere vittima della malattia dobbiamo adottare un approccio olistico imparando a conoscere il proprio corpo più di quanto non faccia il medico moderno oggi.

di Romina Rossi

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La commercializzazione dei prodotti sanitari ci sta portando all’espropriazione della nostra salute

Vi è mai capitato di soffermarvi a guardare la pubblicità in televisione? Se lo fate, noterete che ormai i prodotti dell’industria farmaceutica sono considerati il balsamo in grado di guarire ogni male. Il farmaco è diventato una pozione magica straordinaria, senza il quale non si può più stare. Hai mal di testa perché hai avuto una giornata stressante? C’è la pillola che in 5 minuti lo fa passare. Hai il raffreddore e ti senti completamente chiuso? Un’altra pillola lo blocca in una notte. Hai il colesterolo alto? In farmacia c’è un rimedio infallibile che ti aspetta. Dolori mestruali, costipazioni, acidità di stomaco? Altre pillole! Vuoi una famiglia felice, che non debba rinunciare al week end in montagna e restarsene chiusa in casa perché tu sei influenzato? Prendi la pillola. Nessuno sembra più considerare che quando ingeriamo un farmaco in realtà ingeriamo un preparato chimico che può avere effetti collaterali, anzi, inghiottiamo il farmaco da banco all’ultima moda come se fossero le innocue pillole di Mary Poppins, che vanno giù con un poco di zucchero. In Italia e in Europa è vietata la pubblicità dei medicinali diretta ai consumatori, possono essere reclamizzati solo i farmaci da automedicazione per i quali non è necessaria la prescrizione da parte del medico. Quello però che in molti non comprendono è che quando ingeriamo una pasticca per il mal di testa acquistata senza ricetta medica, ingeriamo pur sempre una medicina. Se però le pillole per curare nevralgie, sintomi influenzali e altri dolori meno gravi sono pubblicizzate in televisione, fra uno spot della pasta e uno del profumo francese, è logico aspettarsi che la gente finisca per non considerare più quella pillola come un farmaco, ma come un bene di consumo come tanti altri.Effetti collaterali della salute ad ogni costoRitorniamo alla pubblicità sulle varie pillole. L’impressione è che il messaggio che si voglia far passare sia che la vita è più semplice, più bella e più interessante se prendiamo l’aspirina. Come in ogni pubblicità che si rispetti, il protagonista sta molto meglio dopo essersi somministrato la cura suggerita dall’amica, riesce a lavorare meglio, essere in forma smagliante e portare a termine tutti i suoi impegni. Le immagini di un miglioramento fulmineo sono accompagnate da musichette e jingle da potere ricordare facilmente, in modo che quando andiamo al supermercato a fare la spesa infiliamo nel carrello pasta, pane e aspirina. Tutte le pubblicità sono così, è vero, ma la differenza è che in questo caso si distoglie l’attenzione dal messaggio che invece dovrebbe essere tenuto bene a mente. Ovvero che “è un medicinale, leggere attentamente il foglietto illustrativo, può avere effetti collaterali”.

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Nella nostra società siamo abituati a curare qualsiasi sintomo si presenti a noi e a considerarlo come la spia di una malattia o di un malessere ben più grave

Per legge, questa scritta dovrebbe accompagnare in modo ben visibile tutto lo spot. E invece, oltre ad essere scritto a caratteri talmente piccoli che nemmeno con una lente di ingrandimento si riuscirebbe a distinguere, la suadente voce fuori campo pronuncia la frase tutto d’un fiato a fine spot, così velocemente che a volte si fatica a comprenderla. Quello che invece viene proprio taciuto è l’invito a usare con cautela il farmaco reclamizzato, solo per periodi limitati rispettando il dosaggio indicato e soprattutto a recarsi dal medico in caso di persistenza del sintomo. E a parte i rischi dovuti agli effetti collaterali, c’è il rischio che la pubblicità provochi altri danni ai consumatori, che possono rimanere vittime di una sovra-diagnosi, un sovra-trattamento e quindi si abbia l’insorgenza di maggiori effetti collaterali. Ma il telespettatore sempre più passivo davanti alla tv non si rende conto che ci sono degli effetti collaterali: ingoia la pillola e non ci pensa, fiducioso che quella medicina avrà lo stesso effetto di una pozione magica straordinaria. Ecco perché saluta con plauso l’apertura di nuove farmacie all’interno di supermercati e centri commerciali, perché in questo modo ha la sensazione di non stare ingoiando un medicinale da prendere in situazioni di estrema necessità, ma di assumere un bene di consumo indispensabile. Illich lo spiega bene in Nemesi Medica: da quando la medicina è diventata sempre di più una macchina per creare consumatori incapaci di avere una propria salute, cresce l’idea collettiva di avere un continuo bisogno di nuove terapie. Ma con l’aumento dell’offerta sanitaria aumentano anche i problemi, i bisogni e le malattie. La ricerca della salute perfetta, ci dice, non fa che costruire mostri sempre meno sani. L’ecologia della saluteQuesta commercializzazione del farmaco ha portato alla commercializzazione della salute. da più parti si grida al miracolo compiuto dalla medicina nell’avere debellato molte malattie e allungato la vita dell’uomo moderno. Per questo motivo, sottolinea Edward Goldsmith, in molti paesi la spesa per i servizi sanitari aumenta più rapidamente del Prodotto Interno Lordo. In un suo articolo per L’ecologist sottolinea che i servizi che ci fornisce oggi la scienza medica moderna hanno fallito: «Se avessero avuto successo, i livelli di salute avrebbero dovuto essere migliori e dovremmo aspettarci una riduzione nel numero delle persone che si fanno visitare da un dottore, nel numero di giornate di lavoro perse per malattia e nelle spese per i servizi sanitari. Invece succede esattamente il contrario».

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È stato provato che un medico inglese scrive una ricetta ogni 6 minuti

Nella nostra società siamo abituati a curare qualsiasi sintomo si presenti a noi e a considerarlo come la spia di una malattia o di un malessere ben più grave. In realtà, come le medicine orientali insegnano da millenni, a volte i sintomi sono le normali attività dei meccanismi di difesa dell’organismo e non la spia di stati patologici. Ecco perché la medicina orientale non cura il sintomo ma la persona nel suo complesso. Ci si concentra sulla malattia più che sui suoi sintomi. Questo tipo di approccio più olistico rispetto la medicina occidentale presenta diversi vantaggi: il primo è che curando la malattia nel suo insieme si minimizza l’intervento umano sul nostro corpo, e quindi il processo di guarigione può avvenire in maniera naturale. Questo comporta una minore spesa per cure e prestazioni sanitarie da una parte e dall’altra significa ritornare in contatto con un metodo del tutto naturale di curare il proprio corpo. Significa imparare a conoscere il proprio corpo più di quanto non faccia il medico moderno. È stato provato che un medico inglese scrive una ricetta ogni 6 minuti: un tempo irrisorio per stabilire le cause certe dei malanni dei loro pazienti. Si limitano a prescrivere un farmaco o un antibiotico che hanno un effetto immediato sul paziente, ma che a lungo andare possono prolungare la durata della malattia e provocare effetti collaterali diversi. Quello di cui ci sarebbe davvero bisogno non è una folle impennata della spesa sanitaria verso trattamenti supercostosi e degenze in ospedali sempre più pieni, ma una rieducazione oltre che alla dannosità dei farmaci anche alla cura del nostro corpo. La rieducazione alla salute è fondamentale. Solo così riusciremo a curare quel 75% di pazienti visitati dai medici che non soffrono di alcun sintomo clinico riconoscibile, ma si sentono ugualmente malati. E in qualche modo lo sono.

Fonte: http://www.terranauta.it/a1663/salute_e_alimentazione/basta_un_po_di_zucchero_e_la_pillola_va_giu.html

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