Pio XII e la persecuzione nazista

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Su questo argomento molto è stato scritto e tuttora se ne fa oggetto di discussioni e polemiche. Ritengo necessario parlarne un po’ diffusamente, proprio perché i giudizi critici della stampa italiana ed estera a proposito del Documento vaticano Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah del 16 marzo 1998, rilevano “limiti” e “silenzi” proprio sull’operato di Pio XII negli anni della persecuzione nazista. 1. Attestati a favore di Pio XII alla fine della guerra Il documento vaticano, in una Nota ( 1), riporta, con precisi riferimenti ad articoli dell’Osservatore Romano, attestati di riconoscenza. Il 7 settembre 1945 Giuseppe Nathan, commissario dell’Unione delle comunità israelitiche, il sommo pontefice, i religiosi e le religiose che, “attuando le direttive del santo Padre, non hanno veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio e abnegazione hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva per soccorrerci, noncuranti dei gravissimi pericoli ai quali si esponevano” (Osservatore Romano, 8-10-1945).

Pio XII

Il 21 settembre 1945 Pio XII ricevette il Dott. A. Leo Kubowitski, segretario del Congresso Mondiale Ebraico, per presentare i più sentiti ringraziamenti per l’opera svolta dalla Chiesa cattolica in tutta l’Europa a favore della popolazione ebraica (Osservatore Romano, 23-09-1945). Il 29 novembre 1945 il Papa ricevette circa 80 delegati di profughi ebrei, provenienti dai campi di concentramento in Germania, “sommamente onorati di poter ringraziare personalmente il santo Padre per la sua generosità dimostrata verso di loro durante il terribile periodo del nazifascismo” (Osservatore Romano, 30-11-1945). Ancora, in occasione della morte di Pio XII (9 ottobre 1958), dopo più di 10 anni dalla fine della guerra e dopo il famoso processo di Norimberga, che diede il più ampio spazio alle inchieste sugli artefici, sulle cause, sulle trame e sulle alleanze dirette e indirette con il nazismo, la fama di Papa Pacelli è rimasta intatta. Le più alte cariche politiche di Israele, e rappresentanti di organismi ebraici mondiali e nazionali, condividono “il lutto dell’umanità per la morte di Sua Santità Pio XII”. Così in un cablogramma Golda Meir, che prosegue: “Quando venne il tremendo martirio del nostro popolo, nel decennio del terrore nazista, la voce del Papa si elevò per le vittime […] Piangiamo un grande servitore della pace” ( 2). 2. Attestato del Gran Rabbino di Roma, Israele Zolli. Un silenzio impenetrabile e inspiegabile è calato sulla figura e sulla vicenda del personaggio Zolli, che per tutto il periodo della guerra fu a Roma Gran Rabbino della comunità israelitica, a capo, cioè, di una delle più antiche e autorevoli comunità della diaspora, e Direttore del Collegio Rabbinico italiano. In nessun documento, neppure da parte cattolica, si cita quanto egli, a parole e con i fatti, testimoniò a favore di Papa Pacelli. In una intervista data a Stefano Zurlo e pubblicata sul Giornale, 31 marzo 1998, la figlia Myriam (che vive e abita a Trastevere) racconta: “Quando i nazisti chiesero 50 chili d’oro per risparmiare la vita agli abitanti del Portico d’Ottavia, mio padre disperato corse in Vaticano… Il Santo Padre gli fece sapere che il Vaticano avrebbe messo a disposizione i 15 chili mancanti. Da allora Israele Zolli stabilì un rapporto di simpatia umana, quasi di identificazione con Pacelli”. Purtroppo il tesoro non servì a placare l’ira dei nazisti. Fra il 15 e il 16 ottobre 1943 i tedeschi rastrellarono il ghetto. “Mio padre – aggiunge Myriam – aveva capito anche questo: come sarebbe andata a finire. Lui non si fidava delle SS, e in precedenza aveva suggerito ai leader della comunità di bruciare i registri e di far fuggire la gente. Gli diedero del visionario. Anche perché avevano avuto notizie rassicuranti dall’allora capo della polizia Carmine Senise.” Sempre a proposito del rastrellamento del ghetto, in un simposio su “Cristiani ed ebrei durante la persecuzione nazista a Roma”, svoltosi nella capitale il 23 marzo 1999, alla domanda fatta da Emanuele Pacifici, presidente dell’Associazione “Amici di Yad Veshem”: “Ma dov’era Pio XII in quel 16 ottobre?”, il P.Gumpel, gesuita e relatore nel processo per la beatificazione di Pio XII, senza citare Zolli e l’offerta dei chili d’oro, ricorda che Papa Pacelli non era stato a guardare. Aveva incaricato P.Pancrazio Pfeiffer di recarsi dal comandante dell’esercito, il generale Stahel, perché fermasse l’operazione. Il generale mandò un telegramma a Himmler spiegando che l’operazione sarebbe stata controproducente perché avrebbe potuto provocare una reazione violenta. Ottenne solo un ritardo di qualche giorno (Cf. Avvenire, 24 marzo 1999, p.22).

Uno dei treni che arrivavano ad Auschwitz con gli Ebrei deportati

Ritornando al rabbino Zolli, ci domandiamo: che cosa ha provocato la sua scomparsa dalla Storia? Non c’è altra ragione se non il fatto che egli, profondo studioso dei testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, nonché profondo conoscitore delle tradizioni talmudiche, dopo anni di solitaria ricerca, sulle orme del “Servo sofferente di Isaia”, partecipando intimamente alle sofferenze del suo popolo e fra molte lacrime, aveva riconosciuto nel Cristo crocifisso il Volto del Servo. Agli inizi del 1945 Israele Zolli chiese e ottenne il battesimo, prendendo il nome di Eugenio, come segno di ringraziamento al Papa Eugenio Pacelli per quanto aveva fatto in aiuto degli ebrei. Questa conversione suscitò un grande scandalo. Il cardinale Paolo Dezza, recentemente scomparso, ha testimoniato: “Gli fu fatto il vuoto intorno… Il nome di Zolli fu addirittura cancellato dall’elenco dei rabbini di Roma, il settimanale ebraico uscì listato a lutto. Gli Zolli che vivevano ancora a due passi dalla sinagoga, ricevettero telefonate piene di insulti e dovettero cercarsi una nuova abitazione. Nell’attesa lo ospitai all’Università Gregoriana di cui ero rettore, mentre la moglie e la figlia trovarono ricovero in un convento di suore” (Il Giornale, ib. p. 9). Qui è in ballo la condizione previa a ogni dialogo: il rispetto della persona umana e della libertà religiosa. Per noi cattolici sono state acquisizioni di altissimo valore. E per i fratelli ebrei? Il gran Rabbino di Roma, in piena libertà (nelle sue meditazioni autobiografiche) scrive: “Mai nessuno ha tentato di convertirmi… forse la mia anima si sarebbe esacerbata.” Rinuncia a tutte le cariche per imboccare una strada irta di difficoltà per sé e per i suoi: “Sono povero, i nazisti mi hanno portato via tutto, non importa, vivrò povero, morirò povero, ho fiducia nella Provvidenza.” A un giornalista ebreo che gli aveva dato del “serpente scaldato nella comunità”, risponde: “Lei non sa immaginare quante lacrime ho versato e quante ne verso anche in questi giorni nelle mie preghiere per gli israeliti perseguitati e barbaramente trucidati. Il tuo popolo è il mio popolo, il ceppo è comune.” “A chi, per incomprensione, mi domandò come avessi potuto ‘rinnegare’ me stesso, risposi: Non ho rinnegato, ho la coscienza chiara e sicura di aver soltanto affermato me stesso senza rinnegare nulla”. Ecco come l’ebreo fatto cristiano sente di non aver ripudiato l’ebraismo: “Non ho mai altercato con me stesso… Tutto, pur trasformandosi, si armonizzava. L’anima andava saturandosi di valori spirituali nuovi senza espellere… i vecchi, ma trasformandoli sino al giorno in cui l’otre vecchio era pieno e riboccante del vino nuovo” ( 3). Siamo nel 1945, e, ancora oggi, per noi quelle parole sembrano una acquisizione audace! Mi rendo conto che qui tocchiamo un nervo scoperto nei rapporti fra ebraismo e cristianesimo. Nessuno pretende che la scelta fatta dal rabbino Zolli sia condivisa dai suoi correligionari. Così dice la figlia Myriam in questa intervista: “Meglio non parlare di Zolli, nemmeno 40 anni dopo la sua morte (2 marzo 1956). E’ meglio non accostarlo a Pio XII. Troppi luoghi comuni scricchiolerebbero” (Il Giornale, stessa intervista). A un uomo di tale levatura intellettuale e morale, di estremo disinteresse e di impegno in prima persona per le sorti del suo popolo perseguitato (già negli anni 30, a Trieste, dove era Gran Rabbino, si era adoperato a favorire l’espatrio di molti ebrei tedeschi), giustizia vuole che si rispetti la sua scelta, e si riconosca l’importanza della sua testimonianza a favore di Pio XII, forse, più efficace di tutte le altre. 3. Cambiamento di scena: cominciano gli attacchi. Era stato profeta Eugenio Zolli. Dice la figlia Myriam: “Subito dopo la guerra papà mi diceva spesso: Vedrai, faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti” (Il Giornale, inizio dell’intervista citata). Il primo ad attaccare pubblicamente Pio XII fu Rolf Hochhuth con un testo teatrale: Der Stellvertreler (Il Vicario), pubblicato nel 1963. La sua tesi era che Pio XII non aveva fatto quel che poteva e doveva fare in difesa degli ebrei. A parte il chiasso nell’opinione pubblica, il contenuto della prova era semplicemente dilettantesco, e diversi ebrei ben informati criticarono fortemente l’autore. Nel 1968 fu tradotto in italiano un libro scritto a New York: “Morte a Roma”. Quando ne fu tratto un film, l’autore, Robert Katz, fu condannato dalla Corte di Cassazione per diffamazione. Bisogna segnalare due libri di storici ebrei: La Chiesa cattolica e la Germania nazista, di Gunther Lewy, e Pio XII e il Terzo Reich, di Saul Friedlander, apparsi pure negli anni ’60. Ma per ambedue troviamo un giudizio fortemente negativo di uno storico di fama internazionale, il gesuita P.Robert Graham, e di un’autorità incontestabile, Robert Kempner, sfuggito al regime nazista e poi avvocato dell’accusa al processo di Norimberga: “Nessuno dei due offre ragioni per cambiare questa opinione” (di energica difesa di Pio XII). 4. Per facilitare una seria ricerca storica su Pio XII Vista la poca serietà scientifica delle pubblicazioni storiche sull’operato di Pio XII, Paolo VI nel 1964 ordinò che tutti i documenti vaticani riguardanti la seconda guerra mondiale fossero resi pubblici. Un gruppo altamente qualificato di storici produsse l’opera monumentale: Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale: 12 volumi contenenti 5.100 documenti editi secondo rigorosi criteri scientifici.

Pio XII
dopo la liberazione di Roma

Avrebbe dovuto bastare per impostare seriamente uno studio su Pio XII. Ma ecco che in questi ultimi anni lo scrittore americano John Cornwell col suo libro Il Papa di Hitler, accusa Pio XII addirittura di essere fautore del nazismo, e pretende di aver documentato la sua tesi con ricerche fatte nell’archivio della Segreteria di Stato, primo ed unico a consultare tali archivi. Gli risponde proprio uno storico ebreo, Michael Marrus: “Il libro di Cornwell? Superficiale e scandalistico… Sul piano accademico, l’opera di Cornwell non ha valore: si basa su pochi documenti già noti da anni e sostiene la sua tesi in modo superficiale” (Cf. Avvenire, 25 novembre 1999). Stando così le cose, e in adesione a diverse richieste anche da parte cattolica (per es., il Cardinale americano O’Connor) la Santa Sede ha costituito una Commissione mista, formata da tre cattolici (Eva Fleischner, il gesuita Gerald Fogarty, Don John Morley) e tre ebrei (Michael Marrus, Bernard Suchecky, Robert Wistrich), evidentemente tutti studiosi di chiara fama. Lo scopo è di fare insieme una analisi accademica sulla figura di Pio XII, non solo sulla base di 12 volumi già pubblicati, ma di qualunque altra fonte documentaria eventualmente non ancora pubblicata. Estrema prova di buona volontà della Santa Sede che ha sempre dichiarato di non aver nulla da temere dalla verità. Il lavoro di questa commissione mista è del tutto indipendente dal processo di beatificazione di Pio XII, e potrà consolidare il dialogo tra ebrei e cattolici. 5. La vera materia del contendere su Pio XII Che Papa Pacelli conoscesse bene l’ideologia anticristiana e antireligiosa dei nazisti non si può dubitare, essendo egli stato Nunzio Apostolico in Germania proprio negli anni in cui si andava affermando il partito di Hitler. Questo spiega, per esempio, un certo sostegno offerto ai generali tedeschi che nel 1940 avevano messo a punto un complotto per liberarsi di Hitler. E spiega anche l’incoraggiamento dato ai cattolici americani, tramite il Delegato Apostolico, che non temessero di fare alleanza con la Russia di Stalin, pur di respingere l’invasione nazista. Che la linea di prudenza adottata da Pio XII durante la guerra abbia consentito alla Chiesa cattolica (mobilitata proprio per volontà del Pontefice) di salvare almeno 800.000 ebrei, è fuori discussione. La ricercatrice americana Margherita Marchione, nel libro Pio XII e la questione ebraica, sostiene addirittura che Pio XII, “rischiò personalmente la deportazione e il lager per aver aiutato i perseguitati dal regime nazista” (Avvenire, 17 marzo 1998). Si poteva, si doveva fare di più, per evitare la “soluzione finale” dell’Olocausto? Una premessa riguarda due fatti. Il primo fatto era stato già preannunziato da Eugenio Zolli: “Faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti” (Il Giornale, inizio dell’intervista alla figlia Myriam). E’ storicamente accertato che né il governo degli Stati Uniti, né della Gran Bretagna, né della Russia di Stalin, né De Gaulle, né Organismi Internazionali come la Croce Rossa e lo stesso Consiglio Mondiale Ebraico, che pure erano informati dell’esistenza dei campi di sterminio, elevarono proteste pubbliche e specifiche. Solo a partire dagli anni ’50 cominciò a diffondersi in tutta Europa una nuova sensibilità nella valutazione delle responsabilità circa la Shoah. In questa linea abbiamo avuto, da parte cattolica, molte dichiarazioni di Episcopati nazionali, fino all’ultimo documento vaticano: “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah “. Ma non è contraddittorio il tentativo di scaricare la principale responsabilità della Shoah sulle spalle di Pio XII, che pochi anni prima si elogiava per le sue benemerenze a difesa degli ebrei perseguitati?

Edith Stein, vittima dell’Olocausto ad Auschwitz.

Il secondo fatto è il cosiddetto “silenzio” di Pio XII, che è poi l’accusa principale. Su questo silenzio bisogna bene intendersi. Scrive il P.Gumpel: “La verità è che Pio XII condannò ripetutamente e pubblicamente la persecuzione di gente innocente “solo a causa della loro razza”. “A quei tempi, chiunque capiva a chi si stesse riferendo”. E a conferma cita vari testi dei massimi vertici nazisti che manifestano ostilità per il Papa “portavoce dei guerrafondai ebrei”. E’ vero però che Pio XII nelle sue proteste pubbliche non ha mai usato il termine “ebreo”, né ha fatto dichiarazioni veementi. Possiamo capire un po’ di più le ragioni di questo atteggiamento? Qualche osservatore fa notare quanto sia difficile, con la sensibilità di oggi, in un contesto culturale profondamenmte diverso, poter giudicare le scelte che la coscienza di Pio XII si trovò a prendere. Altri sottolineano la formazione diplomatica ricevuta da Papa Pacelli, e come egli avesse più fiducia nell’azione diplomatica spiegata in tutte le direzioni, piuttosto che nelle pubbliche dichiarazioni. E si attenne a questa impostazione. Ma ascoltiamo il grido del cuore di Pio XII:

“Più volte avevo pensato a fulminare di scomunica il nazismo, a denunciare al mondo civile la bestialità dello sterminio degli ebrei! Abbiamo udito minacce gravissime di ritorsione, non sulla nostra persona, ma sui poveri figli che si trovano sotto il dominio nazista; ci sono giunte vivissime raccomandazioni, per diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un atteggiamento drastico. Dopo molte lacrime e molte preghiere, ho giudicato che una mia protesta, non solo non avrebbe giovato a nessuno, ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei… Forse la mia protesta solenne avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile di quella che soffrono” (4 ).

Questa era la convinzione di Pio XII. E che fosse molto fondata, lo conferma quello che successe alla Chiesa d’Olanda. Domenica 26 luglio 1942 fu letta in tutte le chiese cattoliche una lettera di protesta contro le deportazioni di intere famiglie ebree (più di 10.000 persone). E quale fu il risultato? Non solo la deportazione degli ebrei di sangue e di religione venne accelerata, ma, come ritorsione diretta contro i Vescovi, autori della protesta, furono deportati innanzi tutto gli ebrei battezzati (tra questi, Edith Stein e sua sorella Rosa), che da questo momento sarebbero stati considerati “i nostri peggiori nemici”. Quando Pio XII fu avvertito di questa tragedia, si recò in cucina e personalmente bruciò due grandi fogli scritti molto fitti, dicendo: “E’ la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuto comparire sull’Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l’uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e agire in silenzio, come ho fatto finora, per tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente” ( 5). Conclusione La Chiesa ufficiale, che pure ha molto riflettuto sulle colpe e sulle responsabilità dei cristiani a riguardo delle persecuzioni naziste, non ritiene di dover chiedere scusa per il silenzio di Pio XII. Lo ha detto il Nunzio Apostolico in Israele, in una dichiarazione alla televisione di Stato. Quel silenzio era necessario (Avvenire, 27 febbraio 2000). Questo però non significa che, sul piano storico-scientifico, sia detta l’ultima parola su Pio XII. Così il Cardinale Cassidy, che presiede la Commissione per i rapporti con l’ebraismo, in una conferenza stampa a Londra, qualche settimana dall’uscita del documento sulla Shoah (Avvenire, 14 maggio 1998). Note: 1. Regno-documenti, 1 aprile 1998, pp. 201.204. La Nota è a p. 204.
2.
Dall’articolo del gesuita Gumpel, apparso sul settimanale cattolico inglese The Tablet del 13 febbraio 1999.
3.
Queste citazioni in corsivo sono prese da alcuni testi autobiografici scritti nei primi mesi del 1945, durante l’ospitalità alla Gregoriana. Furono pubblicati come Appendice al volume Christus, Ed.Ave, Roma 1945.
4.
G.Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini. Il Vaticano fra le dittature, Mursia, Milano 1988, p.152. La citazione è presa dall’interessante volume di G.Centore, Il canto di Gabila – Lettura poetica dell’Ebraismo, Napoli, Ed.Scientifiche Italiane 1994, p. 28.
5. Cf. Avvenire, 7 ottobre 1998. Le parole riportate tra virgolette riferiscono la testimonianza di Sr.Pascalina Lenhert, molto nota per essere stata per anni al servizio di Pio XII.
Fonte: http://www.gesuiti.it/moscati/Ital4/Pio12.html

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