Ma questo PD serve a cambiare il Paese?

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ilflopdelpddi Dafni Ruscetta.

“Per cambiare il PD”. Nelle settimane delle primarie era questo lo slogan della campagna elettorale del candidato Bersani, poi vincitore nell’evento clou del Partito Democratico. Le primarie – secondo il partito stesso e i media – hanno riportato una grande affluenza di elettori. Ora, proprio nei giorni in cui passa inosservata l’iniziativa “1000 piazze per l’alternativa” dell’11-12 dicembre, nata in contrapposizione al No B. Day, sorgono nuove domande. Dovremo domandarci se con l’attuale assetto dirigenziale si possa auspicare una reale trasformazione in quel partito e del Paese. Ancora una volta la tentazione di un’inevitabile critica all’immobilismo autoreferenziale del sistema socio-politico italiano e alla sua classe dirigente trova spunti molto forti. Cercherò di esprimere alcune impressioni e dubbi in merito. Anzitutto i dubbi sulla democraticità che il “nuovo” Partito Democratico solleva.
Bisogna tornare sul punto delle primarie. In particolare la proclamazione anticipata del vincitore da parte dei soliti sondaggi pre-elettorali, che ormai rappresentano un indice influente – e abusato – delle tendenze politiche degli ultimi anni, ha mostrato come, persino per una sinistra che accusa di faziosità gli avversari e che legittimamente si scaglia contro la mancanza di pluralismo nell’informazione, il consenso sia principalmente un fatto di mezzi di controllo: anche in questa circostanza, infatti, è apparso abbastanza evidente che i media tradizionali abbiano dato maggior spazio e rilievo a certi candidati rispetto ad altri.
Inoltre non si può restare indifferenti quando in un partito, che si definisce democratico sin dal nome, è rimasta insoluta l’imbarazzante “questione Grillo”, liquidata con estrema rapidità e con insufficienti ragioni evidenti, con scarso rilievo sulla stampa e senza un pubblico confronto sulla vicenda tra i candidati ufficiali e l’aspirante ex concorrente alla segreteria.
Un aspetto non più tollerabile, d’altra parte, riguarda la dimensione di genere, che riflette la situazione generale nel Paese in varie sfere della società. Non sarebbe stato decoroso, nonché conveniente, che si proponesse almeno una donna tra le candidature alla segreteria del partito? Sarebbe stato il requisito minimo per uno schieramento che, avendo perso credibilità a livello politico, da tempo si aggrappa alla vita privata del premier, accusandolo – tra l’altro giustamente – di ostentato maschilismo. Gli esempi di altre società, da quelle scandinave a quella spagnola, mostrano che un maggior dinamismo socio-politico andrebbe interpretato proprio nel senso di una maggiore capacità di rompere schemi di appartenenza di genere. Per non parlare, poi, della laicità della costruzione complessiva del PD, schiacciata dal peso di un potere come quello ecclesiastico, che si distingue per gerontocrazia maschile.
A dire il vero, la mia impressione è che queste primarie, più che un fenomeno di grande partecipazione democratica (non è una critica all’idea in sé di dar vita a una consultazione popolare, quanto al modo scelto per adempierla), rappresentino il colpo di coda di un apparato altamente gerarchico – e gerontocratico – che non intende a nessun costo rinunciare al potere. Verrebbe da chiedersi quanto tempo possa ancora durare l’agonia politica di questo sistema. Chissà quale prezzo dovremo ancora pagare per non aver inferto, con le primarie, il colpo di grazia all’animale sofferente e quanta angoscia dovrà ancora sopportare la nostra democrazia?
Le nuove leve del PD, i vari Renzi-Civati-Serracchiani-ecc., forti di un diverso retaggio culturale – per lo meno questa fu l’illusione di molti – avrebbero essi stessi potuto contribuire al rinnovamento, se solo avessero avuto maggiore audacia. In particolare, è deludente osservare come alcuni, tra coloro che solo alcuni mesi fa avevano mostrato coraggio e autorevolezza nell’attaccare le incongruenze del sistema e che si erano proposti di “svecchiare” il partito, abbiano poi sostenuto candidature obsolete. Bisogna almeno riconoscere una certa coerenza al neo-eletto sindaco di Firenze nel non averne appoggiata alcuna.
Mi sembra che la vera emergenza di questo sistema, dunque, non sia tanto la dimensione di “professionalizzazione” del ceto politico, come sostengono in molti a sinistra, quanto la cesura che continua a vedere opposta una generazione accentratrice ed egocentrica nei confronti dei propri figli, molti dei quali non sembrano più disposti ad accettare l’inerzia che ha fatto precipitare il Paese verso una crisi di valori non solo della politica, ma dell’intero corpo sociale.
Anche le rovine del vecchio partito comunista sembrano esser state definitivamente abbandonate dalla nuova e travagliata formazione politica. In questo senso un riferimento alla dimensione sociale della vita italiana di questi ultimi anni è opportuno. È certo, infatti, che gli strumenti che il marxismo ha fornito in passato non siano più sufficienti – anzi per certi versi sono persino obsoleti – ma è altrettanto vero che alcuni elementi di quel pensiero andrebbero riconsiderati come chiave di lettura delle nuove forme di dominio, anche perché queste ultime non ignorano certo l’aspetto economico o produttivo. Disporre di una manodopera flessibile e ricattabile (che ormai non è più solo quella delle fabbriche) è un fatto assolutamente centrale, perché riduce le forme di conflittualità sociale e soprattutto la sua “pericolosità”. Quello che a mio avviso è superato di quel pensiero è che non sia tanto il conflitto potenzialmente generatore di trasformazione – non la lotta di classe per intenderci – e nemmeno l’unico elemento realmente dinamico: la vera dimensione di cambiamento è quella dell’individuo (che non va confusa con l’individualismo, come ho già avuto modo di ricordare in un precedente articolo), quella dei suoi riferimenti filosofico-culturali. Servono nuovi modelli che partano dai bisogni reali della gente: la società si può cambiare favorendo la consapevolezza, la maturità, la libertà del singolo individuo e della sua coscienza, non certo assecondando la sua sottomissione a un sistema. D’altra parte le ragioni di una fiducia nella coesione sociale in alcuni Paesi del Nord Europa, in particolare quelli scandinavi per riprendere l’esempio precedente, non andrebbero ricercate tanto nella politica conservatrice quanto piuttosto in una dimensione collettiva che ha trovato per decenni espressione in una visione socialdemocratica, con un interessante equilibrio tra equità sociale e libertà individuale. In quei contesti un ruolo non periferico lo ha svolto anche la tradizione protestante della responsabilizzazione individuale, rispetto a quella cattolica della dipendenza guidata.
Uno studio realizzato dallo psicologo olandese Geert Hofstede ha evidenziato come nella maggior parte dei Paesi dell’Europa del sud, caratterizzati da un’elevata “power distance” (che misura il grado di accettazione, da parte dei membri meno influenti di una società, nei confronti dell’ineguale distribuzione del potere) i bambini siano educati da subito ad esprimere obbedienza nei confronti dei genitori e come i comportamenti che incoraggiano la loro indipendenza – diversamente da quanto avviene nel nord-Europa e negli Stati Uniti – siano pressoché inesistenti.
Ancora una volta, dunque, la dimensione culturale è quella che meglio spiega il problema di fondo della società italiana. La sfera politica degli ultimi anni, infatti, si è servita di una costante falsificazione mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo, dando vita ad un cambiamento culturale ed antropologico di lungo periodo. L’Italia, a mio avviso, non ha bisogno solo di un nuovo segretario per il maggiore partito di opposizione – se di nuovo si può realmente parlare – né di un rinnovato (anche in questo caso l’aggettivo mi sembra esagerato ) movimento politico che si collochi al centro. Tanto meno la soluzione può arrivare semplicemente dall’inserimento di volti più giovani, se le nuove leve hanno già assorbito o subìto schemi, metodologie e cultura politica del vecchio sistema, specie se hanno già svolto prolungate militanze in quei partiti politici. La segreteria dei quarantenni insediata da Bersani reca esempi evidentissimi di questi limiti.
Occorrono, in politica come in tanti altri settori, individui con una coscienza del bene comune molto elevata, in grado di assumersi importanti responsabilità, che capiscano l’urgenza di una nuova fase progettuale a livello antropologico. Per arrivare a ciò è importante servirsi del contributo e dell’impegno di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), partendo appunto dalle radici, dall’individuo.
Al contempo, occorre tornare a investire in capitale sociale, nel senso di norme e relazioni che consentono alle persone di agire per il bene collettivo, favorendo lo sviluppo della cooperazione civica. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha stabilito che i Paesi in cui il capitale sociale è più sviluppato godono di un maggior livello di uguaglianza in termini di distribuzione dei redditi, di livelli di educazione e formazione più elevati, di maggior sicurezza e migliori condizioni di salute da parte dei cittadini. La partecipazione estesa di ampi strati di popolazione alle riforme istituzionali e ai vari networks sociali rappresenta la vera base per far maturare quel capitale sociale, nonché il punto di partenza nella lotta alla povertà e alla criminalità.
Ragioni storiche e culturali, come già affermato, fanno della nostra una cultura ampiamente influenzabile; pertanto non illudiamoci che un’omogeneizzazione con il nord-Europa, in quanto a potere e indipendenza, possa avvenire in un’unica fase sotto l’influenza di un incessante melting-pot culturale. E’ necessario cominciare a pensare a un microcosmo socio-culturale come a una sorta di laboratorio del futuro di questo Paese, riflettendo sui valori di una società che sta seminando odio e diffidenza tra le sue diverse componenti, prima che questi semi – come la storia insegna – inizino pericolosamente a fruttificare.

FONTI:
Geert Hofstede (1997), Cultures and Organizations. Software of the mind. Intercultural cooperation and its importance for survival. McGraw Hill.
Woolcock, M. and Narayan,D (2000), Social capital: Implications for development theory,
research, and policy. The World Bank Observer 15 (2), 225–249.

Fonte: http://www.megachipdue.info/tematiche/beni-comuni/1464-ma-questo-pd-serve-a-cambiare-il-paese-.html

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