Perche’ non si ripresenti ancora una ”notte della Repubblica”

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di Pietro Orsatti – 26 novembre 2009
Sono troppi i segnali per poterli ignorare. Si sta preparando nel nostro Paese un periodo di grande tensione, di conflitti istituzionali combattuti senza tregua, e quel che è peggio tenuti sotto traccia, tutti interni all’insieme degli apparati dello Stato. Conflitti che stanno facendo a brandelli perfino la percezione stessa di Nazione, collettività, insieme.

Stiamo assistendo impotenti al crescere di un clima che ricorda, ogni giorno che passa, quella fase di spaventosa degenerazione dei poteri palesi e occulti che mandò il Paese sull’orlo del baratro fra gli anni 60 e 70. Uno scontro, quello che sembra prepararsi, di dimensioni e confini incalcolabili. Se nel ventennio della “notte della Repubblica”, del terrorismo e dello stragismo di Stato e no, la collettività nel bene e nel male resse all’impatto devastante della violenza grazie alla mediazione garantita in qualche modo dalla politica, perfino dal “sistema dei partiti” che comunque faceva sintesi, che forniva sponde di dibattito e di ricerca di soluzioni partecipate, oggi è la stessa politica a essere da un lato obiettivo, da l’altro soggetto manovrato e ricattato da forze che sembravano essersi quietate, se non dissolte. E invece quelle forze che quasi cancellarono la nostra giovane, parziale, zoppicante democrazia, sembrano essere ancora capaci di farci ripiombare negli anni della tensione.
Facciamo, quasi per titoli, il punto. Partendo da un “fattaccio brutto” di cronaca, quello del ricatto all’ex governatore della Regione Lazio Marrazzo e della brutta coda di presunti omicidi (e gli indizi che lo siano stati oggi sono davvero tanti) di testimoni. È evidente che ci siano stati dei servitori infedeli dello Stato che per un certo periodo di tempo si sono organizzati e hanno creato un gruppo criminale di taglieggiatori, spacciatori, e ricattatori che per delinquere utilizzavano come minimo abusandone il proprio ruolo di uomini dello Stato, le proprie divise e armi, i mezzi a cui avevano accesso per il proprio lavoro. Ci basta? No, non ci può bastare. Perché è impensabile che abbiano agito per così tanto tempo e con così imbarazzante visibilità senza che nessuno se ne accorgesse. Se ciò è avvenuto, ovvero che nessuno se ne sia accorto per così tanto tempo (il gruppo a quanto emerge agiva da più di un anno, se non due), sarebbe ancora più devastante che apprendere di una sorta di copertura da parte di livelli più alti, perché ci troveremmo davanti a una realtà inaccettabile di totale incapacità di controllo, di percezione della realtà. Quindi no, non ci può bastare. Come non ci è bastata a suo tempo la soluzione di quella brutta vicenda della Uno Bianca, che per anni è stata rimossa perché troppo sporca, intollerabile, imbarazzante.
A questa aggiungiamo quello che è avvenuto in relazione alla cosiddetta vicenda Why not, a come venne smantellato e colpito l’intero gruppo investigativo, i testimoni, i collaboratori e i consulenti di quella indagine condotta a Catanzaro da Luigi De Magistris. Una epurazione collettiva di tali dimensioni che cancellò in pratica perfino un’altra procura, quella di Salerno, perché aveva iniziato a indagare su quello che era successo nel palazzo di giustizia della città calabrese. Anche in quel caso fughe di notizie, ricatti e contro ricatti e strani “movimenti” di alcuni uomini dello Stato spianarono il terreno a ogni possibilità che quelle indagini andassero in porto e che tutte le persone coinvolte potessero, in giorno, riaffrontare quella vicenda. Si toccava, in quella inchiesta, un aspetto fondante e non confessabile del potere. E si mostravano intrecci e salotti che non potevano essere svelati.
E cosa dire del sistema Tarantini? Di un imprenditore che utilizzava ogni mezzo, compreso droga e prostitute, per accedere alle stanze dei potenti, agli appalti e al business che contava? Ce lo siamo dimenticati? Qui non voglio parlare dei costumi “ricreativi” del premier, qui parlo di quel enorme apparato di consiglieri, servizi, forze dell’ordine, amici politici e non, che hanno consentito che la presidenza del consiglio, l’istituzione e non Silvio Berlusconi, venisse posta sotto la possibilità di un ricatto. Un ricatto di dimensioni inimmaginabili se messo in atto.
Poi ci sono i processi. Non solo quelli che riguardano il premier o suoi amici e soci come Marcello Dell’Utri. Ci sono i processi sulle stragi del 92 e del 93, e quello al generale Mario Mori per favoreggiamento alla mancata cattura di Bernardo Provenzano nel ’95. E poi un altro, invisibile, su altri esponenti delle forze dell’ordine per traffico di stupefacenti a Milano. E alla fine quello sulla trattativa fra Stato e Mafia. Tutti potenzialmente pericolosi non tanto, questo è il paradosso, per le ricadute dirette, quanto per i disequilibri e i disvelamenti che comporterebbero.
La trattativa. E quel papello di Riina che in tanti dicono essere, alla siciliana, una “minchiata”. C’è un punto del papello che pretende di mettere le mani sulla legge La Torre sui beni confiscati, e oggi un emendamento alla Finanziaria della maggioranza prevede la possibilità di messa all’asta di parte di questi beni che invece (e questo dava fastidio ai mafiosi ancora più che la perdita di eventuali “piccioli”) finora potevano essere destinati al riuso sociale. Poi c’è la questione della “dissociazione” per i mafiosi che pare, da quello che emerge dagli interrogatori di Spatuzza e Graviano, sia uno dei punti in discussione almeno fino al 2004 dei boss con la politica. E poi l’idea, questa fresca fresca, di rivedere, guarda un po’, il reato di concorso esterno a associazione mafiosa, ovvero il reato classico dei “colletti bianchi”. Questo solo per parlare delle ultime “uscite” dell’attuale sistema politico, senza parlare del taglio alle intercettazioni, del processo breve e della prescrizione fulminante. Qui non si sta parlando di leggi ad personam, qui si parla di leggi fatte per proteggere una classe. Dice Roberto Scarpinato, lucidamente spietato: «La mafia non è un’invenzione delle classi popolari, ma delle classi dirigenti». Se generaliziamo, uscendo dalla strettoia mafia e antimafia, potremmo dire che il potere è esclusiva prerogativa delle classi dirigenti e che l’esercizio del potere è estraneo, di fatto, al controllo popolare. Al controllo democratico.
Questo il quadro, non certo rassicurante, di quello che ci troviamo davanti. Un quadro che ci racconta di un Paese di ricattatori e ricattati, di patti innominabili, di conflitti che da nascosti a volte si disvelano e si materializzano. Anche nel sangue. È questo insieme di fattori che lascia senza fiato. Anche perché tutto si riproietta su un’Italia con il fiato corto, con una crescente tensione sociale che sta deflagrando con la chiusura di decine di migliaia di aziende e milioni fra cassaintegrati e disoccupati. E quei due allarmi lanciati dal ministero dell’Interno sui possibili pericoli terroristici, quello islamico e quello neo brigatista, piovuti proprio ora e così ravvicinati, lascia ancora più inquieti. Perché ricorda ben altri allarmi in altre epoche. Anni che speravamo aver dimenticato, lasciati alle spalle. L’unica nostra difesa è la memoria. Non dimentichiamo quello che è accaduto. Impediamo con la nostra consapevolezza che si ripeta. Ma non può bastare neanche questo. È la politica, quel poco che ne resta, a dover dare un sussulto, ed è il corpo elettorale, noi, a dover reagire smettendo di votare pensando solo a «cosa me ne viene in tasca». In un Paese dei favori e non dei diritti, l’esercizio politico popolare e diffuso è forse l’unico appiglio che ci rimane.

Tratto da:
orsatti.info
Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/22256/78/

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