Il futuro delle banche

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di Marco Da Buscareta – 21 novembre 2009
Se un commentatore dovesse procedere ad una sintesi estrema su quanto è stato fatto dopo la crisi finanziaria del 2008, al fine di prevenire il ripetersi di simili eventi, probabilmente scriverebbe: nulla. Durante questo periodo si è riunito il G8, varie volte il G20, fiumi di parole sono state riversate dai media, inchiostro a profusione: nulla.
Tutti hanno la loro medicina, tutti sono favorevoli ad una “immediata” revisione delle regole sulla finanza mondiale. Tutti vogliono cambiare tutto. Di fatto il niente.
E questo non è un fatto circoscritto all’Italia, o ad un’altra nazione europea, o agli Stati Uniti, o ad altri paesi. Il virus della passività è presente in ogni angolo del mondo a qualsiasi latitudine e longitudine. Si dice che il problema è globale e che occorre una risposta globale. Ma se non esiste uno stato globale, qualche stato dovrà pur alzare la testa dalla sabbia e iniziare a fare. Sul serio.
Credo che questa apparente ignavia, che si vuole far passare per “complessità del problema”, in realtà possa essere usata come il corretto misuratore della potenza che la finanza è in grado di esercitare. Non è da dietrologi, o da amanti della cospirazione, affermare che oggi la finanza rende succube l’economia e la società. Quello che doveva e dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale le attività economiche potevano essere facilitate nel loro svolgersi ed evolversi si è trasformato nel loro dominatore. Da mezzo a fine. Da controllato a controllore. Questa è la finanza oggi. Un sistema che non conferisce valore aggiunto alla produzione di ricchezza, invece ne determina una redistribuzione a livello sociale che risulta indipendente dal contributo fornito dai singoli lavoratori. Chi guadagna in questa kermesse è lo speculatore, che dispone di capitale finanziario e di competenze finanziarie tali da permettergli di lucrare senza produrre. In tal modo, spesso, oltre che defraudare del giusto guadagno chi effettivamente ha prodotto, la finanza distrugge ricchezza nel momento in cui, vittima della sua stessa avidità e delle sue incoerenze, determina situazioni di crisi che tutti ben conosciamo.
Al centro di questo discorso è il sistema bancario. Durante gli anni ’90, nel mondo industrializzato si è proceduto ad una gigantesca deregolamentazione a causa della quale le banche hanno modificato radicalmente il loro modo di essere e di operare.
Ma torniamo indietro di qualche anno per capire meglio quello che è successo.
Dopo la crisi del ’29, anch’essa nata da un eccesso di debiti e dalla euforia di Borsa, era stato compreso che le banche, nel sistema capitalistico, non potevano essere lasciate libere di fare ciò che volevano perché erano troppo importanti e condizionavano la stabilità dell’intera economia. Un loro eventuale tracollo avrebbe comportato un effetto domino su famiglie e aziende tale da far regredire di decenni l’economia del paese colpito. Compresa la lezione, tutti i paesi industrializzati hanno elaborato normative stringenti con il dichiarato scopo di evitare il ripetersi di tali catastrofi.
Negli Stati Uniti veniva approvata la legge bancaria Steagall Glass che prevedeva la netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari. In Italia la legge elaborata da Donato Menichella nel 1936 oltre a stabilire una analoga separazione, poneva dei limiti altrettanto stretti tra attività bancarie a breve e quella a medio lungo termine. In Italia alle banche commerciali era proibito detenere quote di partecipazione (ancora meno di controllo) nelle aziende non bancarie, era proibito qualunque attività di trading su titoli e valute. Le uniche operazioni consentite erano quelle effettuate per conto della clientela.
Nel 1993 venne approvato il decreto legislativo nr. 385 che ha rivoluzionato l’intima struttura del sistema bancario: dalla regolamentazione stringente si passava alla “banca universale” che disponeva di enormi margini di azione. Questa cambiamento ha coinciso (e qui un po’ di dietrologia non guasterebbe) con la stagione delle privatizzazioni. In altre parole, fin tanto che le banche erano pubbliche, erano regolamentate ed erano scarsamente redditizie. Con la deregolamentazione e le privatizzazioni, le banche sono divenute delle autentiche galline dalle uova d’oro a vantaggio dei privati che ne avevano assunto il controllo.
Negli ultimi anni in particolare, le banche (italiane ed estere) hanno inanellato continui record di redditività. Il ROE (la redditività sul capitale investito) di alcune di queste ha superato il 20% annuo, il doppio o il triplo della redditività conseguita dalle attività manifatturiere o altre non bancarie. Un vero bengodi, interrotto almeno per qualche tempo dalla crisi finanziaria del 2008. Ma già in questi ultimi mesi le banche hanno ricominciato a macinare utili e a riprendere le vecchie abitudini. Il vizio di fare speculazione è riemerso ancora più forte di prima. Negli Stati Uniti le prime 25 banche, che dispongono complessivamente di attivi per 7.600 miliardi di dollari, hanno assunto rischi in derivati pari a 203.000 miliardi di dollari. Circa 30.000 miliardi in più rispetto alla stagione pre crisi. In altri termini per ogni dollaro di attivo di bilancio le banche hanno fatto scommesse per 26 dollari. Ancora più preoccupante è la tendenza seguita dagli istituti di credito: operare sempre più nelle attività speculative e più lucrose (fin quando va bene) a detrimento delle operazioni di credito. Con inevitabili conseguenze negative sulle aziende e l’intera economia reale.
Alla luce di quanto accaduto nell’ultimo anno, alcune personalità di spicco della finanza internazionale hanno invocato profonde ed effettive modifiche del quadro normativo inerenti la struttura e l’operatività del sistema bancario. Paul Volcker (ex governatore della Federal Reserve), Mervin King (attuale governatore della Banca d’Inghilterra) chiedono il ritorno alla separazione tra banche commerciali e banche d’investimento. George Soros è favorevole a maggiori controlli e vincoli verso le grandi banche, quelle per intenderci che “non possono fallire”.
Malgrado il carisma e la stima goduta a livello internazionale dai proponenti vi è stato un fuoco di sbarramento contro inutili e “antistoriche” leggi superate dall’evoluzione dei mercati. Ecco alcune delle obiezioni opposte. La separazione tra attività di credito (vera attività della banca) e quelle di trading e d’investimento, definita sprezzantemente “spezzatino”, determinerebbe una minore “efficienza” dei mercati. Un maggiore controllo da parte degli enti preposti limiterebbe la libertà d’impresa. La cosa che lascia allibiti è la spudorata semplicità con la quale vengono ammessi e difesi macroscopici errori commessi negli anni che hanno preceduto la crisi finanziaria del 2008 da banche e banchieri. In sintesi intellettuali, economisti, giornalisti con singolari capacità sofistiche vogliono far credere al cittadino che “cose di questo genere” possono capitare. Che sono degli incidenti di percorso dei quali si deve approfittare per mettere a punto il sistema. Credo che i milioni di lavoratori che hanno perso il proprio lavoro abbiano idee abbastanza diverse da questo capzioso ottimismo di facciata.
Ogni persona di buon senso dispone della risposta. Perché poi, in realtà, le cose sono molto più semplici di quello che si vuol far ritenere.
Vediamo di riflettere su di esse in modo ordinato.
Prima di tutto le banche non possono essere “grandissime”. Ciò per un motivo strettamente economico: la dimensione va a scapito della concorrenza (vera).
La banca deve fare la banca. In altre parole basta con operazioni speculative; il trading su valute e titoli non deve rientrare nell’attività propria di una banca. A questo riguardo una maggiore attenzione alla tassazione degli scambi (solo quelli con finalità speculativa e non altri di matrice commerciale) potrebbe aiutare a smorzare il clima da “sala corse” che si è aperto nel corso degli ultimi anni.
La banca, riacquisendo la sua funzione specialistica, dovrebbe essere estranea anche alle attività di bancassicurazione e gestione del risparmio (fondi comuni di investimento e prodotti affini). Tali attività dovrebbero essere svolte da altri operatori, distinti dalla banca, non solo sotto il profilo giuridico ma anche organizzativo. In altre parole se il risparmiatore vuole porre i suoi soldi in un conto corrente, libretto a risparmio, certificato di deposito, pronti contro termine, obbligazione bancaria si rivolgerà alla banca. Ugualmente se intenderà investire i suoi risparmi in titoli (azionari, obbligazionari, ecc.) avvalendosi del servizio di mediazione dell’istituto di credito. Qualora volesse concedere un mandato a gestire le proprie risorse a operatori qualificati (fondi comuni di investimento e simili) ricorrerà alla rete di promotori che operano in tutti i paesi industrializzati.
Obama come Tremonti (solo per citarne alcuni) sanno che solo attraverso profonde e incisive riforme finanziarie si può assicurare un futuro all’economia mondiale e dare speranze ai cittadini.
Ma il duello è impari perché la politica è divenuta un soggetto “controllato” che non è in grado di rompere l’accerchiamento.
Al momento si sentono parole vuote, impegni stonati, dove gli attori della politica affrontano parzialmente e riduttivamente i problemi connessi alla finanza con frasi che tendono ad essere di effetto ma senza alcuna utilità. Si pensi a quanto si è parlato dei bonus ai banchieri o della stessa legge “Tobin Tax” che potrebbe avere una sua effettiva valenza solo in un contesto di riforma complessiva.
Intanto ai cittadini si consiglia di scegliere con prudenza, orientandosi verso prodotti semplici e chiari e fidandosi solo di persone che per anni hanno dimostrato di meritare la loro stima.

Tratto da: clarissa.it

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/22042/48/

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