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Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2009

Il mio nome è Esteban Cardosa, e sono uno degli amministratori del “cartello” di Medellin, Colombia. Il mio core-business è la droga, cocaina ma non solo. Scambio anche armi a tempo perso facendo il mediatore tra Stati insospettabili. Capisco bene l’italiano perché ho studiato per due anni Economia politica presso l’Università Pontificia, a Roma. Scrivo per avere maggiori chiarimenti (ed eventualmente festeggiare) su due articoli, usciti lunedì scorso su due quotidiani italiani, a proposito di quello che chiamate “scudo fiscale”, quella legge per far rientrare capitali dall’estero pagando solo il 5% della somma e venendo garantiti dall’anonimato. Come potete immaginare la cosa mi interessa direttamente, e molto. Non avete idea di quel che mi costi “ripulire” il denaro che incasso dal narcotraffico: altro che il 5%, sei o sette volte di più quando va bene. Poi la faccenda dell’anonimato è per me “maravillosa”, per dirla in castigliano.

Dunque, i due articoli. Il primo, su “Il Corriere della Sera”, a dir la verità è una lettera del vostro tributarista più importante, naturalmente dopo il Superministro dell’economia, Giulio Tremonti: Victor Uckmar, infatti, trova una “grave pecca” nella circolare 10 ottobre 2009, n. 83, dell’Agenzia delle Entrate sulle istruzioni per l’applicazione delle normative sullo Scudo fiscale. ”Nell’elencare gli Stati dove si trovano beni da regolarizzare”, scrive, ”con il versamento del 5% e non anche con il rientro, tra i paesi dell’America latina è stato indicato solo il Messico”. Perbacco, la questione mi interessa. Uckmar vorrebbe farci rientrare paesi come Brasile e Argentina dove “in oltre un secolo gli emigranti italiani hanno acquisito beni immobili e molti nei passaggi generazionali oggi sono di proprietà di residenti in Italia tenuti al monitoraggio”. Me ne frega assai del Brasile e dell’Argentina. Il mio “cartello”, la mia parte di beni immobili riguardano ovviamente la Colombia, ma anch’io ho intestato beni e denaro a parenti/affini/consanguinei residenti in Italia. Tanto più che il secondo articolo, sempre lunedì ma su “Repubblica/Affari&Finanza”, recita fin dal titolo: “Con lo scudo porte aperte al trust ma attenzione a tipologie e norme”.

Ebbene, vorrei tranquillizzare voi italiani, da Tremonti in giù. Farò attenzione, so che cosa vuol dire un trust definito dal giornale “lo strumento di diritto anglosassone spesso criticato perché si presta a occultare la provenienza di capitali agli occhi del Fisco… Con la garanzia dell’anonimato dovuta al fatto che il trust è un contratto di natura privatistica, le norme sull’antiriciclaggio finiranno infatti fuorigioco”. Pensate che negli Usa la tassazione per il mio trust è del 50%: da voi regolarizzo con il 5%. E’ ovvio che sono tentato di farlo con tutti i mezzi, e non penserete che un narcotrafficante plutocrate li conosca meno (cioè sia più fesso) della vostra Agenzia delle Entrate. La quale nella sua circolare “ammette allo scudo non solo il trust reale ma anche quello simulato a patto che il soggetto nascosto sia residente in Italia”. E volete che io non disponga di residenti in Italia, professionisti, modelle o trans che siano? Non avete capito che materia prima tratto? E allora, suvvia… Avete fatto questo straordinario regalo all’intiero pianeta – se date retta anche ad Uckmar, allargando la cerchia…-, siete i Babbo Natale del riciclaggio del denaro sporco e io, Esteban Cardosa, non dovrei approffitarne? State tranquilli, ho già il sistema, trust o non trust. Qualche decina (centinaia?) di italiani “accoglienti” mi renderanno il servizio e io, ve lo giuro sulla Virgen, sarò loro molto riconoscente.

Fonte: http://italiopoli.ilcannocchiale.it/

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